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Emozioni e Sentimenti


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32 replies to this topic

#1
betadine

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Visto che in giardino si parla di emozioni...  in questi D-Day di memoria verso persone sconosciute che han dato la vita per la “nostra liberazione”, vorrei condividere uno scritto di diverso tempo fa (che ho fatto mio)  e che  parla de ..

 

Il più importante tra i sentimenti dello Shintō è quello della gratitudine affettuosa per il passato, un sentimento che non ha alcun corrispondente affettivo nella nostra vita emotiva.

Noi conosciamo il nostro passato meglio di quanto i Giapponesi conoscano il proprio.

Abbiamo miriadi di libri che registrano o analizzano ogni suo evento e condizione; ma non si può dire in alcun modo che lo amiamo o che ci sentiamo grati nei suoi confronti.

Riconoscimenti critici dei suoi meriti e dei suoi difetti..  qualche raro entusiasmo suscitato dalle sue bellezze; molte denunce dei suoi errori: ecco la somma dei nostri pensieri e sentimenti verso ciò.

L'atteggiamento dei nostri studiosi nel valutarlo è necessariamente freddo.

Quello della nostra arte spesso è più che generoso.. quello della nostra religione generalmente è un giudizio.

Quale che sia il punto di vista da cui lo studiamo, la nostra attenzione si rivolge soprattutto «all'operato» dei morti, e talvolta ci fa battere un po' più forte il cuore, quando lo esaminiamo.

 

Dell'umanità passata in quanto "unità", dei milioni sepolti da tempo in quanto nostro prossimo non pensiamo nulla, oppure ci pensiamo con lo stesso tipo di curiosità che proviamo per le specie estinte.

Troviamo in effetti un interesse in certe vite individuali che hanno lasciato il segno nella storia.

La nostra emozione è colpita dalle memorie dei grandi capitani, statisti, scopritori, riformatori, ma solo perché, nel novantanove per cento dei casi, molto spesso non si riferisce ai nostri sentimenti altruistici.

 

I morti senza nome a cui dobbiamo di più non ci turbano e non proviamo gratitudine o affetto per loro.

 

Ci è persino difficile convincerci che l'amore per gli antenati può essere un'emozione "religiosa" reale, potente, penetrante, costruttiva in qualsiasi società umana, come certamente lo è in Giappone.

Già la sola idea è completamente estranea ai nostri modi di pensare, di sentire, di agire.

Uno dei motivi, naturalmente, è che non crediamo nell'esistenza di una relazione spirituale attiva tra i nostri antenati e noi stessi.

Se siamo profondamente religiosi, pensiamo ai defunti come separati da noi dal giudizio, come lo erano durante la vita.

E’ pur vero che tra la gente di religione cattolica si crede ancora che i morti possano ritornare sulla terra una volta all'anno, nella notte di Ognissanti. Ma anche secondo questa credenza non sono considerati legati ai vivi da un qualche nesso che non sia quello del ricordo; e si pensa a loro, come testimoniaza di folklore, più con timore che con affetto.

 

In Giappone, i sentimenti verso i defunti sono completamente diversi.

Sono sentimenti di amore colmo di gratitudine e reverenza.

E' probabilmente la più profonda e potente delle emozioni di questo popolo, quella che orienta la vita nazionale e forma il carattere nazionale.

Il patriottismo appartiene a essa.

Da essa dipende la pietà filiale.

In essa è radicato l'amore familiare.

Su di essa si basa la lealtà.

 

Il soldato che, per aprire un varco ai compagni nella battaglia, sacrifica volontariamente la sua vita al grido di «Teikoku banzai!» .. il figlio o la figlia che sacrifica in silenzio la felicità dell'esistenza in nome di un genitore indegno o addirittura crudele; il sottoposto che rinuncia ad amici, famiglia e averi, pur di non infrangere la parola data in passato a “un padrone” oggi caduto in disgrazia; la moglie che si veste ritualmente di bianco, recita una preghiera e si trafigge la gola con la spada per espiare un torto commesso dal marito verso degli estranei: tutti costoro obbediscono alla volontà di testimoni invisibili, e ne ascoltano l'approvazione.

«Non dovremmo mai essere causa di vergogna per i nostri antenati» . . . questo è (o era) un imprimatur non scritto.

Ed è in questo sentimento che bisogna ricercare il segreto dì molte stranezze del carattere giapponese.  Molto più estraneo al nostro mondo emotivo dello splendido coraggio con cui affrontano la morte, o dell'equanimità con cui si compiono i più ardui sacrifici.

Il debito straordinario del presente verso il passato, e il dovere dell'affetto verso chi, in un modo o nell’altro, ha dato la vita per noi.


Sii immobile come una montagna ...
ma non trattare le cose importanti troppo seriamente.


#2
getsunomichi

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  • Milano no kuni jū
È molto vero quello che dici.
Ma perché questo sentimento da noi assume un'altra conformazione.
In Occidente ha altre sfumature, ricche di implicazioni.

Vedi, nel nord Europa hanno il concetto di Heimat, nel nuovo continente mutuato in quello di Home o Homeland.
Anche noi Latini abbiamo questo concetto, ereditato dall'antica Roma, ma forse è ancora più antico ed etrusco di origine, sto parlando del culto dei Lari e dei Penati, che è alla base del concetto di Patria.
Se analizzi bene questo complesso sentimentale esso è solo parzialmente geografico.
Esso, come il nome "patria" esplicita, si riferisce ai Padri.
A coloro che con la loro vita hanno creato e difeso questa non meglio definita identità di appartenenza.
Un'identità che superficialmente riteniamo legata ad una terra, ma che in realtà è un posto della nostra identità personale più riposta, oserei dire persino della nostra Anima.
Ne abbiamo tangenzialmente parlato tempo fa, quando abbiamo discusso di come fosse importante nella Grecia Antica il concetto di "Nostos", il desiderio che sorge in voi navigatori di ritornare a casa.
Un sentimento che in realtà hanno tutti quelli che si allontanò dalla propria Patria ...e che per noi italiani assume talora una morfologia ben precisa: il piatto di spaghetti. (Noi Italiani leghiamo spesso i sentimenti al cibo, proprio in termini familiari e geografici ).
Non casualmente, il sentimento che ci fa sentire la lontananza dalla nostra Patria, lo chiamiamo proprio nostalgia.
月の道

#3
betadine

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.. stilisticamente concordo.

(sulle implicazioni greche del "nostos", non mi ritrovo la tangente..  boh, sarà scomparsa.. sicuramente son io che non la trovo.)

 

Ma, a parte il "lemma", tu pensi che ora, in senso generale, sia vivo questo sentimento ?

Tu pensi che i vari Spinelli, Veil, Adenauer, Klompé (nomi non a caso) siano soddisfatti del cammino intrapreso dai loro smemorati discendenti ??

Penso che la nostalgia, che io lego indissolubilmente alla memoria e quindi ad emozioni e sentimenti (comuni e di comunità), spesso si fermi al piatto.. che siano spaghetti o kartoffeln non credo faccia molta differenza.

 

 

p.s.  vorrei sottolineare che non voglio assolutamente buttarla in politica..  è semplicemnte una questione di "nostalgia" nei giorni del DDay, dove ragazzi spostati dall'altra parte del mondo veniavano a darci un'opportunità di libero arbitrio, come peraltro facemmo, già dal 1957 col trattato di Roma, quando "abbiamo cominciato a definirci come una unica entità".

Solo per loro.

Solo per rinfrescarci la memoria e ravvivare un sentimento di gratitudine verso dei "senza nome".

E questo “ricordo” dovremmo mantenerlo sempre vivo e presente.. e non solo ricordarcene quando ci manca qualcosa.

 

 

(sarà perchè, da navigante, non sento di avere "una casa" o considero tale questo pianeta... e quindi erro .. e non so proprio dove tornare.)


Edited by betadine, 07 June 2019 - 10:29 .

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#4
betadine

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.(.. a dirla tutta, mi sento a casa in ogni luogo).


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#5
getsunomichi

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In primo luogo, ti senti a casa tua in ogni parte del mondo dove parlano una delle lingue che conosci, esiste acqua corrente e fresca da bere e per lavarti e cibo sano per sfamarti, con una scorta di Betadine a disposizione se qualcosa non va per il verso giusto.
Una cosa che, al passare degli anni, diventa sempre più frequente.
Cioè in un terzo del mondo.

Secondariamente, il concetto di Patria lo si coglie maggiormente quando si è lontani da casa.
Nei momenti di disagio.
Nei momenti in cui hai bisogno di aiuto, quando apprezzi il simile e non il diverso.
...C’è chi con questa psicologia spiccia ha raccolto il consenso di un italiano su tre.
Troppi per pensare che sia un concetto filosofico dell’Ottocento e del Novecento.
月の道

#6
betadine

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... beh, oltre a acqua e cibo (sul fresca e sano, sorvolerei), v'assicuro che quando ci si annusa le lingue ufficiali diventano secondarie.. più che nei gesti è nella gestualità che ci si incontra.  Certo bisogna avere quell'organo di cui parlavi nei giardini, e che espleti non solo una funzione pompante...   è una questione "animale".. di pelle, mi verrebbe da dire.

 

E mi verrebbe anche da aggiungere, in tema di fiori, che l'hai colto, quel fiore.

Al pari di quei ragazzi che ne han visti di tutti i colori.

Ecco, ora sono a casa.

buon pranzo a tutti.

 

 

(tanto per buttarla sul ridere.... tanto tempo fa dalle parti di Kobe, quando a Lulù-san (o "all'enjinia") giravano i maron per un muro spostato, i vari "rengashokunin", dinnanzi all'orso inferocito, prima si ammutolivano e poi ridendo e borbottando (..probabilmente invocavano kami o disquisivano su mia madre) smontavano il tutto, anche in assenza di Cha.. la mia guida spirituale per il giapponese; ma alla fine eravamo tutti molto soddisfatti e compiaciuti guardando i nuovi muri, bevendo birra e sgranocchiando tsukune.)).    E sono anche convinto che avessero capito "il perché" di quei pochi centimetri.

Riguardo invece al "betadine" ... ho sempre pensato.. "tuttalpiùmuoio" (enonèmaistatosolounmododidire.)


Edited by betadine, 08 June 2019 - 14:31 .

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#7
betadine

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.. ma per esser Franco o Giustino, "il mio è solo un alias".. (egoista, per giunta).

 

Quello vero di Betadine®, insieme ad altri in prima linea, invece, si prodiga per salvar vite.

.... mentre io contunuo ad errare.)

 

 

 

 

p.s.  però parto avvantaggiato per aver insegnato disegno tecnico per una stagione.. in un istituto per sordomuti.


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#8
getsunomichi

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La mia non voleva essere una critica.
È chespesso ti accorgi di essere italiano e di cosa voglia dire solo quando sei lontano dall'Italia.
Specie se ci sono altri che te lo fanno notare.
😂😂😂
月の道

#9
betadine

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oh, Get... non volevo assolutamente risentiermi con te.  E considerato che "conosci" il freddo strumento di comunicazione, questo significa che dovrò smussare e risagomare il lato ironico.  Mi spiace veramente che abbia dato questa impressione.

 

Spesso, in generale, ci si comporta come indicato nel bugiardino... al bisogno.

 

 

Tanto per... il problema vero, più che nella lingua parlata, sta in quella scritta scritta..

quando sei solo davanti a due porte che non recano alcun disegno e vai alla ricerca di simboli fallici.)

 

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#10
betadine

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Visto che tra gli stimoli ci siam lasciati dinnanzi ad una toilette e un tempo capitava che "per smarcarci dalla sala",

dicevamo di andare a telefonare.. condivido con voi uno stralcio de

""Una storia molto giapponese""

(un bell'articolo di Paolo Salom, uno che si occupa molto di Oriente.)

 

Parlare al vento.. perché il vento è uno spirito amico, compassionevole, l’unico in grado di portare conforto ai sofferenti.

Sussurrare parole d’amore dirette a chi non c’è più, perché la Natura — infuriata — ha stravolto la realtà degli uomini scatenando uno tsunami capace di annichilire ventimila vite.

 

Entrare in una cabina del telefono collegata con il nulla e tuttavia proprio per questo capace di connettere il mondo di qui e quello del nostro cuore, dove tutto è possibile.   L'apparecchio nero contrasta con il candore della struttura che lo contiene.

Il bianco, in Giappone, è il colore del lutto, oltre che della purezza.

E il signor Itaru Sasaki, pensando a uno stratagemma per vincere il dolore provocato dalla prematura scomparsa del cugino, nel 2010 — un anno esatto prima del terremoto-tsunami che avrebbe devastato il Nordest del Sol Levante — aveva deciso di sistemare nel suo giardino una cabina telefonica collegata soltanto con l’aldilà.  «Avevo bisogno di elaborare la sofferenza — ha poi dichiarato Sasaki.  Trasformare i miei pensieri in parole trasportate dal vento».

 

L'uomo aveva l'abitudine di comporre il numero del cugino, usando il disco che per decenni ha scandito la «magia» del dialogo a distanza:

zzzz-toc, zzzz-toc...  poi, la connessione immaginaria permetteva di condurre il flusso dei ragionamenti, le parole non dette in vita, la richiesta di perdono per quel piccolo sgarbo che aveva, per qualche tempo, guastato il legame.

 

Per molti a Otsuchi, cittadina che si affaccia sull’Oceano Pacifico nella prefettura di Iwate, il comportamento di Itaru Sasaki poteva essere considerato bizzarro.   Ma nemmeno troppo.

Per un giapponese il dialogo tra umani e spiriti è una possibilità, una caratteristica dell’insieme di credenze della religione shintoista, che attribuisce a ogni cosa, vivente o meno, un kami (spirito) vitale. 

E' così che la Natura stessa prende forma ed è capace di «parlare» con l’uomo, spaventarlo o coccolarlo.

Tutto dipende dal nostro rapporto con questo mondo fantastico, dalla capacità di aderire alle sue regole millenarie.

 

Così, la notizia del concittadino che ogni tanto entrava nella cabina, da lui chiamata kaze no denwa, il telefono del vento, non aveva creato grande scompiglio in paese.

Almeno fino all’11 marzo 2011... quando uno tsunami scatenato da un terremoto del nono grado della scala Richter, in mezzo all’oceano, aveva spazzato via città e vite, separando per sempre i destini di famiglie intere . . . .

 

Quando una parvenza di normalità è tornata a scandire le giornate dei sopravvissuti, di chi cercava di ricostruirsi un’esistenza, a qualcuno è venuto in mente quella cabina con il telefono senza fili in un giardino privato di Otsuchi.

Chissà se è stato lo spirito del vento, il kamikaze, a diffondere la notizia... fatto sta che piano piano una piccola folla accomunata dal dolore per un lutto inimmaginabile si è recata in pellegrinaggio da Itaru Sasaki.

Tutti avevano le medesima richiesta, pronunciata dopo un inchino e una lacrima impossibile da trattenere:

«Posso fare una telefonata dalla sua cabina? E' tanto che non parlo con...».

 

Negli anni la piccola folla è diventata un fiume in piena di dolore: migliaia e migliaia di esseri umani che attendevano pazientemente il loro turno per entrare nella cabina bianca su cui soffia costantemente una brezza dal mare.. e poi comporre il numero usando un apparecchio a disco che non squillerà mai.  Ma sarà sempre capace di spargere parole di affetto e nostalgia nel vento dei sentimenti.

Alleggerendo così il peso dei ricordi di tante vite che non sono più.

 

La signora Mitsu Kumagai è una dei molti che ancora oggi provano a parlare come se nulla fosse stato.

E' arrivata da Hanamaki, cento chilometri nell’entroterra, per parlare con la sorella scomparsa nell’onda nera arrivata dall’oceano.

Il disco del telefono gira lentamente e scatta all’indietro, numero dopo numero.

Mitsu Kumagai avvicina la cornetta all’orecchio.. per poi sussurrare: «Sorella mia, volevo dirti che...».


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#11
getsunomichi

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Come spesso, Beta lancia un argomento che parla di Giappone e della sua cultura che affonda nella marzialità e nella Natura.
Oggi parliamo di vento.

Quasi ogni arte marziale si appoggia inizialmente su uno stato psicofisico.
Difesa e adattabilità, aggressività e attacco, stabilità e inamovibilità, ricettività e comprensione.
Sono quattro atteggiamenti diversi, fanno capo a quattro elementi.
Il Buddismo Shingon li ha affrontati in modo attento e capillare.
Chi, sui, ka, fu ovvero terra, acqua, fuoco e aria
Col proseguire dello studio se ne approfondisce sempre di più uno, fin quando ci si rende conto, oltre che del suo pregio, del suo limite.
Si comincia così a studiarne un altro.
In genere il suo opposto.
Perché l'acqua si contrappone al fuoco e la terra al vento.
Andando avanti nello studio, si capisce che appoggiarsi a priori ad un elemento è un errore.
Esiste infatti un elemento che può prendere la forma di tutti senza essere, allo stesso tempo nessuno di loro.
Parlo ovviamente di ku, il quinto elemento.
Ai quantomeccanici noto anche come il Vuoto.

Ma oggi si impone Fu, ovvero Kaze, il Vento.
Ci vuole qualche momento per spiegare per quale motivo esso significa in Giappone, compassione, pietà, comprensione.
Specie per chi è trapassato.
Certo, tutti noi conosciamo la storia del Vento degli Dei che più volte ha portato difesa al Giappone, sventando le invasioni Mongole.
Ma gli Tsunami che aiutano non sono il solo motivo.
Si tratta infatti della Natura dell'elemento in sè ad avere un particolare significato.
Certo il Vento è il più aereo degli elementi.
Di per se, almeno d'impatto, proprio quello meno impattante.
Quello più impalpabile.
Quello che si oppone in maniera meno violenta.
L'aria è il più essenziale degli elementi.
Tutti pensano a quanto sia importante il nutrimento che ci proviene dalla terra col cibo.
Tutti sanno quanto poco si può durare senza il calore generato dal fuoco del nostro metabolismo, dal calore necessario al nostro corpo per sopravvivere.
Certamente, nessuno di noi pensa di poter sopravvivere a lungo senza bere acqua.

Ma spesso ci si dimentica che senza aria, moriremmo in pochi minuti.
L'aria è il più essenziale degli elementi.
È proprio con il "soffio vitale" che Dio ha dato vita all'uomo.
Da allora, dobbiamo respirare per vivere.
Quando “andiamo in affanno" per qualche motivo, finisce per "mancarci l'aria".
Persone insopportabili ci "soffocano".
Se entriamo in un posto dove qualcosa non va "respiriamo una brutta aria".
Insomma, il Vento non finisce casualmente in questo post.
Per i Giapponesi, come per l’umanità intera, l'aria trasporta cose impalpabili.
Come i sentimenti.

I Giapponesi ritengono che i sentimenti non vadano comunicati esplicitamente.
Essi sono educati sin da piccoli a "respirarli nell'aria", senza che essi vengano espressi.
Dunque chi combatte nel segno dell'aria, difficilmente lo fa per distruggere o uccidere.
Combattere nel segno dell'aria significa avere di fronte un avversario grezzo, ignorante, innocuo, una persona che non ha capito ciò che sta facendo e che non merita una punizione senza appello.
Chi combatte nel segno dell’aria è dominato dalla Compassione.
L'arte marziale che incarna meglio questo principio è forse l'aikido.
La Via dell'Armonia.

Ecco dunque chiarito il kaze no Denwa, il telefono che permette di parlare coi depositari dei nostri sentimenti.
I nostri cari che non ci sono più.
Certamente avrete notato che la parola Spirito ha la stessa radice di Respiro.

Tra i quattro elementi, Fu è certamente il più trascurato degli elementi necessari a creare la spada giapponese.
Invece è forse il più importante.
Senza il suo aiuto, ad esempio, sarebbe impossibile raggiungere le altissime temperature necessarie alla forgia.
Ma altrettanto importante è il dolce armonioso graduale raffreddamento che permette il modellamento della forma della lama.
Già.
Non c’è ne siamo forse mai resi conto.
Senza il dolce impalpabile raffreddamento realizzato dall'aria, una Nihonto non potrebbe prendere forma.
Il suo dolce e gradevole contributo ossidativo accompagna la creazione di una spada più di qualsiasi altro elemento.
Più del fuoco.
Più dell'acqua.
Più della terra.

Solo che è un aiuto dolce e impalpabile.
Come quello che i Kaji invocano dagli Spiriti, pregando, prima di accingersi al lavoro.
Fu.
Il Vento.
C’è qualcosa di più etereo e di più fondamentale?!?
Si può creare una Nihonto senza Spirito?!?!?
月の道

#12
betadine

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.. aggiungo un contrappunto ..
però prendila e prendetela come una nota di colore .. (un accento e non una critica).

Ritengo che quando si parla di Nihonto, tutto porta ad una magia.
Nessuno degli elementi che partecipano "a questo gioco" prevale sull'altro ..
Certo l'aria è importante e il fuoco fa la sua parte, ma la semplice mancanza di sabbia ci vedrebbe tutti seduti accanto un focolare a sorseggiare acqua fresca o un tè ....
Potrei fare analoghi esempi scambiando gli elementi..
La magia in una lama giapponese sta in quella unificazione bilanciata e ponderata dei quattro elementi naturali e nella loro perfetta fusione.
Da questo fuoriesce un altro elemento . che dobbiamo trovare dentro di noi .. visto che un kaji ce l'ha solo suggerito .... .


.))


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#13
betadine

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Perdonate se sto trascurando il giardino, ma il ventosoffiava .. ed al vento si oppone la terra..

Terra per un giardino …. e allora, un bel respiro e alla terra torniamo.

 

Un vecchio di nome Takahama viveva in una casetta dietro il cimitero. 

Piaceva ai vicini, ma era considerato un uomo strano dal momento che nessuno l’aveva mai visto avere un rapporto con una donna.

Un'estate Takahama stava così male che invitò la sua giovane sorella con suo figlio a venire a trovarlo per rendergli gli ultimi giorni di vita più facili.

Un giorno, mentre osservavano il  vecchio che dormiva, dalla finestra entrò una farfalla bianca e si fermò sul suo cuscino. 

Madre e figlio tentarono di allontanarla, ma la farfalla continuava a tornare, almeno per un paio di volte.

Quando la farfalla uscì dalla stanza per ultima volta, il nipote Takahamin si mise a seguirla.

Il ragazzo vide che la farfalla volava diritto ad una tomba… Volò brevemente intorno alla tomba ed improvvisamente  scomparve..

Il giovane allora corse al sepolcro e lo fissò da tutti i lati.

 

Ad un tratto notò una scritta.. Akiko  -  morta all'età di 18 anni.

Il giovane rapidamente tornò a casa e disse a sua madre ciò che aveva visto.

Nel frattempo, Takahama morì.

 

Quando la giovane madre sentì quello che era successo, il suo cuore si riempì di gioia.
-Akiko - mormorò - Quando era giovane, tuo zio, era fidanzato con una bella ragazza di nome Akiko.

Pochi giorni prima del matrimonio, lei improvvisamente si ammalò e morì. 

Il giorno del suo funerale, Takahama giurò che non avrebbe più guardato altre donne, e fino alla fine della sua vita avrebbe vissuto vicino la sua tomba per prendersi cura di lei.

In tutti questi anni aveva mantenuto la sua promessa.

Ogni giorno andava alla sua tomba e le portava dei fiori.

Negli ultimi momenti della sua vita non era più in grado di mantenere la sua promessa, allora Akiko è venuta da lui…

Una farfalla bianca .. per un ultimo respiro, in un battito d’ali.


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#14
betadine

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"CHI"  - Jigami - La Terra


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#15
getsunomichi

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La terra è il primo elemento.
È dalla madre terra che tutti noi nasciamo.
Ed in qualche modo è anche l'ultimo a cui torniamo, chi lo sa, forse come dicono gli Indù per rinascere in un altra forma.
Del resto, come dice anche la biologia.

L'elemento terra rappresenta pertanto l'inizio.
Ed è quindi anche il primo insegnamento che chiunque affronta il combattimento deve essere capace di affrontare.
La stabilità, la forza, l'immobilità.
"Sii immobile come una montagna", diceva un mio amico...
Tradotto in termini marziali, trova il coraggio per attendere a piede fermo il tuo avversario.
Molti pensano che scappare sia una strategia vincente.
Non lo è.
Può esserlo evitarlo, per affrontarlo su un campo o in un momento più favorevole, ma qui visiteremo un altro elemento.
Tuttavia, ciò è ben diverso dal fuggire.
L'avversario percepisce sempre, anche se non è esperto, se chi ha di fronte ha paura.
Diventerà perciò più forte, più veloce, più coraggioso e coglierà l'occasione per vincere.
Primo, dunque, non indietreggiare mai.
Ho passato anni ad apprendere questo principio con un allenamento molto duro.
Avevo un maestro giapponese che mi metteva con le spalle al muro.
Di fronte a me, in fila, tutto il corso che uno dopo l'altro portavano attacchi a piacere.
Portato quell'attacco a tutta forza, si rimettevano in fila.
Impossibile scappare o indietreggiare.
Impossibile sperare che finisse.
Per non farsi crivellare dalla violenza di pugni e di calci a ripetizione di persone sempre fresche, ci si poteva solo radicare a terra e trovare la forza, la determinazione ed il coraggio di chi non ha altra alternativa per sopravvivere.
Questo è terra.

La terra ed una serie di divinità combattenti come Fudo Myoo, ennesima incarnazione di Shiva il Distruttore, sono lì a ricordarci l'immobilità.
La capacità di resistere, contro tutto e contro tutti, anche quando tra questi tutti c’è te stesso e le tue paure.
Questo richiede la capacità di essere forti.
Più forti.
Più duri.
Molto spesso si utilizza il diamante per rappresentare questo stato.
Altrove si parla invece di un'altra pietra altrettanto preziosa e mitica, quella filosofale.
La terra dunque rappresenta sempre la forza di affrontare con fermezza il nuovo, l'ignoto.
Per questo, la terra rappresenta sempre una nascita o una rinascita allo stesso mondo con occhi nuovi.
Una iniziazione.

D'altra parte, la terra è da sempre una divinità femminile.
Nessun uomo potrà mai capire la forza, il coraggio, la determinazione necessaria ad un parto.
Tale forza è concessa solo alla donna, proprio per affrontare il suo compito ancestrale: quello di creare e tramandare la vita.
Ma questa fecondità ha anche un risvolto psicologico.
Forse sarebbe più proprio dire spirituale.
La terra da sempre rappresenta oltre alla decisione, l’umiltà.
Senza umiltà non è possibile nascere ad un nuovo mondo è cominciare a crescere. Come certamente sapete, umiltà deriva dal latino humus che significa proprio terrà.
Questo deve sempre essere chiaro a chi intraprende la Via del Guerriero.
Forse avrete fatto caso che in quasi ogni parte del mondo, vi sono gesti scaramantici e mitologici che i guerrieri affrontano prima di combattere. Uno di questi è sporcarsi le mani di terra.
Deriva certamente dall'esigenza di detergersi le mani dal sudore ed impugnare con decisione un'arma.
Ma ha un significato più profondo.
Questo gesto richiama la forza della madre terra, cui si chiede proprio coraggio e decisione.
Indietreggiare, in battaglia, significa morire.
Ha anche un altro significato per il guerriero.
Dalla terra si è venuti e li si tornerà, quando non importa.
Può essere oggi o un altro giorno.
In fondo, non fa una grande differenza, per chi ha scelto la Via del Guerriero.

Esiste anche una richiesta di aiuto energetico, connesso alla vita.
Già perché la terra è da sempre, in tutti i miti, la sorgente di vita.
Chi deve combattere per davvero sa che sta nella stabilità e nella forza che si sugge dalla terra, la vera forza.
I calci volanti, lasciamoli ai b-movies di Hong Kong...

È a questa madre terra, che alimenta e sostiene, che il guerriero Francesco fa appello per trovare il coraggio di affrontare una battaglia ben più ardua che quella contro Perugia.
Riformare la chiesa dalle fondamenta.

Questo vuol forse dire che il Guerriero deve trovare la forza di una donna.
Beh, è un discorso lungo, tuttavia consiglio di osservare con attenzione il vestito, le movenze ed il cerimoniale fatto di vesti colorate e svolazzanti di un torero, per domandarsi nel suo eterno confronto nell'arena, fra lui e il toro chi sia la donna e chi sia l'uomo.
Chi dei due, come le nostre mogli, sulle cose importanti, cede, ma non recede mai nemmeno di un passo.

Ma stiamo scivolando nuovamente in un altro elemento più fluido...

La terra, come dicevano gli alchimisti, è anche materia prima.
Fornisce cioè la sostanza su cui operare.
Il proprio corpo, il proprio spirito.
Ma anche il tahamagane, materia prima delle Nihonto.
Non occorre certo l'acume di Pico della Mirandola per rendersi conto che la produzione del tahamagane è un vero e proprio parto.
Esso è il frutto di un lungo, paziente, accurato lavoro metabolico che darà vita ad un materiale prezioso è vitale che matura in una specie di utero fecondato.
Per questo, ancora oggi, esso viene prodotto col medesimo rituale con cui è stato prodotto nei secoli.
Da quel materiale grezzo ed umile, attraverso un attento lavoro, si creerà l'arma più efficace ed elegante.
Lo stesso percorso di rinascita da se stesso e dal proprio corpo dovrà essere eseguito dall'uomo che si accinge ad utilizzarla.
Per questo, spesso la vita dei due si intreccia e finisce per diventare indistinguibile.
E, come per il torero con la sua lama di Toledo, il gioco di ruolo rivela spesso curiosi ed inaspettati risvolti.

"La terra è bassa", mi diceva sempre mio nonno in dialetto.
Con questa frase certamente voleva sottolineare l'importanza dell'umile lavoro necessario a farla fruttare.
Ma c’è un elemento più importante che non deve sfuggire.
La fatica.
L'energia necessaria a farla produrre.
La terra è un elemento sempre giovane, ci si lavora talora in modo grezzo, ma, assieme alla pazienza, la terra Sempre con un duro lavoro. Un richiamo Alla fatica. Al saper attendere il momento del raccolto, che non è mai immediato.
Come per tutte le nascite, esiste un tempo di gestazione.
È questa nobiltà del lavoro che nel Giappone feudale ha fatto assurgere i contadini a spina dorsale del paese.
Classe sociale seconda solo ai nobili.
Di gran lunga più importanti dei commercianti, classe sociale non avvezza al duro lavoro.
..Cosa non sempre vera, ad onor del vero.

La terra è la manifestazione stessa della Natura, così importante per i Giapponesi.
Essa si celebra tutt'oggi in una serie di feste e di riti primaverili.
Una delle più note ed importanti, al punto che richiama oramai turisti da tutto il mondo, è proprio quella della fioritura del Sakura.
Ora sarà più chiaro, a chi già non lo era, il motivo per cui tale fiore non rappresenta solo lo spirito del Bushi.
Rappresenta lo Spirito stesso del Giappone.

E con ciò siamo ritornati al giardino.
Beta, postaci qualche altra foto di per cortesia!
月の道

#16
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:arigatou:

.

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(se passate «dal giardino» .. la magia del yokazura)

qua i ruoli son ben distinti ...

ed alla fine del persorso ..

.

 

 

(trovo molto significativo "il cestino" prima dell'ascesa, dove poter lasciare le ultime quisquilie...)


Sii immobile come una montagna ...
ma non trattare le cose importanti troppo seriamente.


#17
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Grazie delle belle interazioni...  e ora saltando i fluidi,  gettiamoci nelle fiamme..

 

 

Più di 350 anni fa, la figlia di un ricco mercante della città degli Shōgunes (Yedo o Tokyō, che dir si voglia) mentre partecipava ad una festa presso un tempio, notò un giovane samurai straordinariamente bello, e subito si innamorò di lui.  

Sfortunatamente per lei, il giovane scomparve tra la folla prima che potesse chiedere a qualcuno di sua conoscenza chi fosse o da dove venisse.

La sua immagine rimase vivida nella sua memoria, persino nei minimi dettagli del suo abito.

 

L’abito festivo indossato dal giovane samurai non era meno sorprendente di quello delle giovani donne; e la parte superiore di questo bell'estraneo era sembrata meravigliosamente bella alla fanciulla innamorata ed immaginò che indossare un abito della stessa qualità e fantasia, potesse attirare la sua attenzione in qualche occasione futura.

Così si fece fare un kimono con maniche molto lunghe, chiamato furisode.

 

Lo indossava ovunque andasse e quando era a casa lo lasciava sospeso e cercava di immaginare la forma del suo sconosciuto amato.

A volte passava ore davanti a guardarlo - sognando e piangendo alternativamente… e pregava gli dei e i Buddha per avere l'affetto del giovane - a volte ripetendo l'invocazione dei Nichiren: Namu Myōh Renge Kyō! (南 無 妙法 蓮華 經).

Ma non vide mai più il giovane; languiva, bramava, si ammalò, morì e fu sepolta.

 

Dopo il suo funerale, l'abito a maniche lunghe, che lei apprezzava così tanto, fu dato ad un tempio buddista che la famiglia frequentava.  

Era una vecchia usanza come quella di liberarsi dei vestiti del morto, offrendo abiti che potevano essere venduti per le spese correnti dei monaci e della struttura.

Il monaco del Tempio poteva vendere il vestito ad un buon prezzo, perché era una seta costosa e inoltre non c'erano tracce di lacrime versate.

Fu comprato da una giovane donna.

Lo vestì un sol giorno.. poi si ammalò e iniziò a comportarsi in modo strano, piangendo.. perché era ossessionata dalla vista di un uomo bellissimo.. e per amor fulgente, si consumò nel dolore..

In breve tempo l'abito dalle lunghe maniche tornò al tempio per la seconda volta.

Di nuovo il monaco lo vendette e di nuovo divenne proprietà di una giovane donna che lo usò solo una volta.

Si ammalò e parlò di una bellissima ombra.. morì e fu sepolta.

Il vestito fu dato per la terza volta al tempio.. il monaco cominciava ad esser perplesso... tuttavia, mise di nuovo in vendita lo sfortunato vestito.   Nuovamente fu acquistato da una giovane donna e ancora una volta fu usato… e la sorte non cambiò.

Il vestito tornò per la quarta volta al tempio.

 

A questo punto il monaco era sicuro che fosse opera di un'influenza demoniaca e, raccontando l’accaduto, disse ai suoi accoliti di accendere un fuoco nel cortile del tempio per bruciare il vestito!!

Così accesero un fuoco e gettarono il vestito tra le fiamme.

 Ma mentre il vestito stava iniziando a bruciare, apparvero come lampi, i personaggi dell'invocazione -  Namu Myōhō Renge Kyō!... uno dopo l'altro, saltarono come grandi scintille sul tetto del tempio aizzando il fuoco.

Le braci del tempio cadevano sui tetti vicini... l'intera strada iniziò a bruciare.

Poi un vento di mare arrivò e spinse le fiamme verso le strade circostanti e il fuoco si è diffuse da una strada all'altra, da un distretto all'altro, finché quasi tutta la città fu consumata.

 

 

Questa calamità, a parte la narrazione, avvenne il diciottesimo giorno del primo mese del primo anno dell'era Mereiki (1655) è ancora ricordata in Tōkyō come Furisode Kaji (振 り 袖 火 事 - «The Furisode Fire»).

Tre giorni di fuoco e fiamme che devastarono la Città e con lei più di centomila anime.

Ci vollero più di tre anni per ricostruire la città.

Due anni dopo l'incendio, durante la ricostruzione, venne istituita una speciale brigata "di angeli controllori", chiamati Jobikeshi e "il nuovo Piano Regolatore" stabilì una maggiore distanza tra le abitazioni e la presenza di "bacini artificiali" nelle dimori più grandi.

La nuova Edo stava per risorgere, anche se, per dovere di cronaca, bisogna ricordare che tra il 1601 il 1867 furono ben 49 i grandi incendi che scaldarono gli animi in quella che diventerà la moderna Tokyō.


Sii immobile come una montagna ...
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#18
betadine

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"Ka" Kagu-tsuchi Il Fuoco

 

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Sii immobile come una montagna ...
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