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getsunomichi

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  1. Achille e Ulisse. La Via del guerriero e la Via dell'uomo di ingegno. Uno segue la morte e l'altro la vita. Leggendo questo intervento sorge un dubbio... Siamo certi che la strada non sia invece una sola?!? Forse è lì che ci siamo già incontrati, Beta, sulla strada per Ilio.
  2. Avrei dovuto fare un salto a Roma fra qualche ora, ma la riunione è stata annullata all'ultimo. Stanotte è diventata una buona notte per osservare la luna e rammentarmi di un argomento che Betadine ha, discretamente ma volutamente, sfiorato. Luce, sole e vita sono in genere anteposti a buio, luna e morte. Il primo è un principio energetico, Yang, maschile. Il secondo è un principio materico, Yin, femminile. Eppure è alla donna, non all'uomo, che è stato assegnato il compito di donare la vita. Nella pratica marziale sono stimolati e sviluppati i principi Yang. Anche nelle donne che praticano, sono dapprincipio forza, velocità, violenza i principi che sono stimolati per acquisire la capacità di combattere e di imporsi. Spesso chi cede è considerato una femminuccia, sinonimo di debole. Persino negli sport dove filosoficamente si strizza l'occhio alla cedevolezza e all'armonia, come judo o aikido, si stimolano atteggiamenti che sottolineano la forza e la capacità di imporre il proprio volere. Ma col passare degli anni questo atteggiamento porta ad una crisi. Non si può continuare ad accrescere la propria forza all'infinito. Anzi, spesso ci si accorge che i migliori effetti si ottengono senza forza. E si entra in crisi. Molti smettono la pratica. Altri smettono di crescere, ancorandosi ai vecchi e consolidati stereotipi di un tempo. Entrambi condividono il medesimo destino, invecchiano velocemente iniziando il loro inesorabile cammino verso la morte. Pochi, pochissimi, decidono di fare un passo verso la debolezza. Decidono di esplorare la luna, col suo cadaverico pallore. Iniziano il loro viaggio verso la femminilità. Si tratta di un viaggio strano che inizia spesso dal corpo, la materia per eccellenza. Si ricerca l'armonia dei movimenti, la rotondità, mentre spiritualmente la morte assume un diverso aspetto. Una veste serena e naturale. Una figura non molto diversa dal racconto di Betadine. Con ciò arriva anche l'accettazione del sacrificio di sè stessi. Una virtù che molti, erroneamente, attribuiscono alla virtù Samurai. Sbagliano. Quella virtù è negli occhi di ogni donna che ha trovato il suo sasso. Non cè latitudine o secolo che faccia la differenza: questo siamo in grado di leggerlo chiaramente nello sguardo di ogni madre. La sua vita conta, ma con spirito di servizio, per un bene più grande. Grande è anche il beneficio marziale. Intanto nell'espressione della propria leadership, che diventa più forte e non solo verso i bambini. Anche gli adulti percepiscono una maggiore capacità di accogliere, di saper abbracciare, di volere bene. Ma anche la capacità di interpretazione della tecnica. La parte maschile non scompare, viene integrata. La crisi si scioglie dolcemente. Si diventa anche più comprensivi e meno facili all'arrabbiatura, con gran beneficio della lettura dell'avversari è della vita . Se ne esce? Non lo so. Comincio a credere di no. Ma certamente si comprende perché Arjuna, l'infallibile arciere mandato coi fratelli in esilio nella foresta, prima di mettersi al comando delle truppe che lo porteranno alla vittoria definitiva, dovrà trascorrere un anno da donna.
  3. getsunomichi

    accidentaccio2

    Difficile trovare il coraggio di assaggiarli. Sono spettacolari.
  4. Questa versione inglese l'ho avuta in regalo da poco. Devo ammettere che la fotografia è veramente curata.
  5. Un inesorabile mistero avvolge la donna che spesso nei racconti funge da porta verso la morte o la vita. Non è difficile da comprendere, poiché questo è da sempre il suo compito biologico. Nessuno di noi sarebbe qui, altrimenti. Meno evidente è invece ciò che essa rappresenti per chi ha scelto la via della spada. Ovvero perché si finisca in una selva oscura e perché occorra una Beatrice per rivedere le stelle. Perché, sarà chiaro a tutti, è questa l'allegoria che Beta ci propone con questi brevi racconti. Mi prometto di ritornarci sopra con un po’ più di tempo a disposizione. Premetto che sarà un discorso vietato ai minori di quaranta. Difficile oggi entrare prima nella selva oscura, anche per chi avesse alle spalle una lunga e consolidata pratica marziale.
  6. Forse ricorderete quando Betadine definì questa immagine un ponte tori zori con horimono. Si, il ponte era proprio lei, là Nihonto.
  7. Questa è una storia che riguarda le arti marziali e si ricollega con la fenice e la rinascita. Ma prima di darvi la mia spiegazione, vorrei farvi notare che certi significati, certi simboli, sono insiti nel dna umano. Non riguardano solo il Giappone. Pertanto voglio raccontarvi una storia europea, di vita, di morte, di spettri, di diavoli e... di architetti che costruiscono ponti. L'immagine che vi allego è posta su un vecchio ponte che attraversa il fiume Meno nella mia città natale, Francoforte. Su questo ponte, da quando il ponte esiste, cioè dal Medioevo, è sempre esistita una croce con su un gallo. Era un posto dove si esercitava la Giustizia con l'aiuto di Dio. Giù dal ponte, in questo punto la corrente è estremamente forte. Si era pertanto convenuto che persone che si erano macchiate di crimini, più avanti le stesse donne accusate di stregoneria, in quel punto avrebbero dovuto essere sottoposti al Giudizio di Dio. Esse venivano legate mani e piedi, quindi buttate nel fiume. Nella sua grande magnanimità, Dio avrebbe provveduto a salvare le eventuali anime innocenti. Ma va onestamente riconosciuta l'eccezionale infallibilità della Giustizia tedesca. Il Giudizio di Dio è stato in vigore per diversi secoli ma non si è mai registrato un solo caso di errore giudiziario. Stabilito il significato della croce, resta da spiegare il gallo d'oro, un animale assai parente della fenice di cui abbiamo già parlato. Per questo dobbiamo ritornare al momento della costruzione del ponte. Il Maestro Edile, oggi diremmo l'architetto, era a due giorni dalla consegna dei lavori. Tuttavia, la forte corrente non aveva permesso la chiusura del cantiere. Come avrete capito, in quei tempi non si andava troppo per il sottile con chi prendeva del denaro e poi non rispettava gli accordi commerciali. La condanna era una ed inderogabile. Pertanto, ora come allora, l'architetto decise di ricorre alla magia e fece un patto col Diavolo. L'architetto promise al Diavolo l'anima del primo che avrebbe attraversato il ponte, che, per tradizione, era proprio quella dell'architetto che dimostrava in tal modo la bontà e la correttezza del lavoro svolto. Il lavoro fu svolto in una sola notte. Ma all'alba, l'architetto si presentò al ponte con un sacco, da cui estrasse un gallo. Fu egli il primo essere vivente a traversare il ponte e venne sbranato dal Diavolo inferocito per essere stato giocato da una genia che ne sa davverouna più del Diavolo, quella degli Architetti. Battute a parte. Cosa accomuna le due storie? Il ponte ed il sacrificio di un "diverso" di uno "speciale e fuori dal comune". Qui addirittura un uccello che come la fenice si sacrifica per un bene più grande. Questi non sono simboli difficili da decifrare. Il ponte rappresenta un passaggio. Dalla vecchia vita ad una nuova vita. Passando per la morte. Era il percorso che era necessario compiere a chiunque avesse esercitato il mestiere delle armi. La sua vecchia vita doveva essere sacrificata. Egli doveva consegnarla nelle mani del suo signore. Da quel momento egli risorgeva ad una nuova vita, dedicato ad un nuovo scopo, con una nuova determinazione, una nuova energia, un nuovo scopo. Un essere uguale ma diverso, un essere trasformato, una fenice, appunto. Indovinate un po quale era lo strumento che veniva utilizzato come ponte?
  8. Futili, non so. Ho appena commentato su un altro post di un popolo che ha uno splendido flauto, che non sa suonare. 😂😂😂😂😂
  9. L'Italia è un punto di accumulazione di arte a livello mondiale. Due terzi delle opere d'arte di tutti i tempi stanno nel nostro paese. La nostra sensibilità all'arte ( figurativa, musicale, tersicorea, ma anche le minori, come il mangiare o il vestire ...che poi tanto minori non sono, in realtà) non ha oggettivamente eguali. Fin da bambini, questa cosa è dentro di noi, più che in ogni altro popolo. Al punto che non ce ne curiamo, la diamo per scontata. Talora ci tocca persino sentire dalla nostra classe dirigente che con Dante non si dà da mangiare alla gente, giustificazioni di basso livello per giustificare l’incapacità di sostenere l'arte e la cultura che la sostiene (anche in forma di istruzione e ricerca). Essere italiano è una cosa che il mondo ci invidia. Perché vuol dire vivere più felici. Perché questa sensibilità NON può essere sostituita da un computer. Ma, dici bene Beta, non sappiamo valorizzarla. È un patrimonio che spesso giace silente, nei magazzini dei musei e nei nostri cuori, mentre stiamo diseducando i nostri giovani importando dall'estero modelli di bassissimo profilo artistico e culturale, creando degli infelici. Abbiamo prodotto cultura per tremila anni. Viviamo in mezzo alla bellezza e persino la Natura è con noi benigna. Chiamo il nostro il Bel Paese, la Terra del Latte e del Miele, da tempo immemore... Ma non ci rendiamo conto che si tratta di un patrimonio immenso. E senza valorizzarlo, finiamo per essere schiacciati da un debito pubblico dovuto ad anni di malgoverno che ci vede tutti responsabili e che tentiamo di combattere con manovre a punti di PIL. Le soluzioni ci sarebbero. Ma non sono quelle "facili". L'arte in Natura è rappresentata spesso dalla bellezza del canto della cicala. Ma è nel suo duale, la formica, che esso assume il suo pieno valore. In cuor nostro, lo sappiamo tutti. Ma alla fine, fare squadra e capitalizzare come le formiche è faticoso. Tocca magari scavare qualche galleria e dotarsi di infrastrutture efficienti. Meglio invece andare avanti così. Col miraggio di un reddito di cittadinanza che ci salverà tutti...
  10. Grazie Rob per il bel servizio. La collezione Stibbert è talmente ampia che occorrerebbe una manovra di governo per restaurarla e manutenerla.
  11. 😂😂😂 ...anch'io convinto fosse XVI o giù di lì...
  12. Al mondo e alla città che lo rappresenta. Quale è il messaggio che tutti devono conoscere urbi et orbi? Beh, troviamo il mondo della campagna e della Natura, così ben descritto in questi racconti misteriosi di Betadine. Ecco l'albero della vita, che come l'uomo staziona eretto quasi a voler congiungere cielo e terra. Possiamo stupirci se incarna un'anima umana? Ecco il sole e la luna, il giorno e la notte, forse i simboli più antichi della vita e della morte che sono un po disseminati in questi racconti. Sulla volta celeste, quiete osservatrici, una miriade di stelle, che osservano quiete la relazione fra il tutto. Fra il maschile e il femminile, i principi senza il quale il mondo come lo conosciamo non avrebbe ne dinamica, ne senso. Se uno conoscesse la Natura stessa della luce, forse potrebbe addirittura pensare che quei raggi solari, talora diritti, talora ondulati, rimandino alla duplice Natura del fotone. Corspuscolo e onda allo stesso tempo. ...ma no, questo disegno è tanto più vecchio di queste strane teorie scientifiche... In questa eterna dualità esiste un essere che non si fa ingannare. È vestito di rosso, il colore della fenice. Per lui è chiaro che la morte e la vita sono solo due aspetti di un unico fenomeno. Questo è infatti ciò che si cela dietro la morte della Fenice nel fuoco, da cui risorge sempre ad una rinnovata vita. Solo chi riesce a superare questa trasformazione, rendendosi consapevole della vanità del separare in entità distinte ciò che Dio ha unito, buca il mondo dell'illusione. Vede al di là. A lui è concesso comprendere il meccanismo, il motore di tutto ciò. Solo a lui, la comprensione della bellezza e della perfezione delle ruote celesti che hanno incarnato il segreto del moto perpetuo. Quest'uomo è un occidentale. No, non l'ho riconosciuto dal tratto... È che se fosse stato orientale, invece che un bastone avrebbe tenuto in mano una spada giapponese.
  13. Allego questa immagine. Tenta in qualche modo di rappresentare il filo conduttore dei racconti di Betadine. Ma devo tornarci su con più calma.
  14. Si era un po’ criptico. Ho preso Basho, di cui avrete probabilmente individuato la mia pessima traduzione di un celeberrimo haiku, per ricordarci della batracomiomachia che abbiamo tutti i giorni sotto gli occhi. In Italia, come in Europa.
  15. Vecchio stagno Una rana si tuffa Splash
  16. È sotto gli occhi di tutti proprio in questi giorni. L'Italia, paese civile e moderno, spesso fa fatica a trovare la coesione necessaria ad una azione efficace e collettiva. Essa svela così il suo recente passato, fatto di Ducati, Granducati e Regni minuscoli, ognuno che si appella alla propria tradizione, alla propria progenie e ..al proprio campanile. Succede un po con tutti i popoli. Le tradizioni millenarie non si cancellano con un semplice colpo di spugna. I Nipponici non fanno eccezione. Oggi sono nazione civile e moderna, forse più di noi. Ma, gratta gratta, se non devono parlare si tagliano la lingua. Credo che il Club dell'Ukyio-e, così come questi brevi racconti, siano un utile complemento per capire la Nihonto ed il tessuto storico-sociale in cui si innesta. Difficile altrimenti capire, ad esempio, perché il fiore di susino compaia su quella tsuba. Giro talora altri forum specializzati nella Nihonto. Betadine cè lo abbiamo solo noi. Di ciò e del prezioso tempo che dedica al forum, come ha fatto di recente Gianluca, lo ringrazio.
  17. getsunomichi

    La storia di Aoyagi

    Vorrei dare alcune informazioni, per chi non le possedesse già. Il giovane si è comportato in maniera scriteriata per il sistema feudale giapponese. I matrimoni, specie in casata nobiliare, sono passi importanti che servono a sancire o fortificare alleanze. Vanno proposti discussi e approvati dal clan. La cosa viene rimarcata con l'usuale cortesia Giapponese, che non cela tuttavia una aspra critica (non si dice facilmente no, specialmente se viene chiesto da persone appartenuti ad un rango superiore, cosa che il giovane ha specificato fin troppo bene). Il giovane, pertanto, non si è esposto più di tanto ne con la ragazza ne con la famiglia. Lo ha fatto invece con la sua casata. La proposta fatta dalla famiglia è assai ragionevole per i tempi. Le ragazze giovani e belle, ancorché povere, venivano spesso vendute come servitù o per altri scopi meno nobili dal nostro punto di vista occidentale, mediato da una cultura cristiana, pertanto non condannabili moralmente. Spesso era l'unico modo per farle sopravvivere. Il giovane pertanto fa una cosa assolutamente normale per l'epoca offrendo del danaro (non poco, per la verità). Resta pertanto poi sinceramente stupito dal rifiuto dei genitori, che stupisce anche me. Posso solo pensare che essi siano davvero convinti delle buone intenzioni del giovane (anche se difficili da realizzarsi) e che in qualche modo tentino di compensare in questo modo la mancanza di una necessaria dote, che avrebbero dovuto in qualche modo riconoscere al giovane. Incidentalmente, se ne fa menzione nel racconto. Detto ciò, tirarsi dietro una donna in missione è una imbecillità. Non solo per la situazione in cui si è infilato, piuttosto prevedibile. Ma anche per i rischi inutili a cui ha sottoposto la sua missione. Devono perciò esserci dei buoni motivi, che attendo di conoscere... Forza Beta, come prosegue?!?
  18. getsunomichi

    Il giusto prezzo...

    Egli è l'emozione. I Giapponesi, specialmente nelle classi nobiliari, lo hanno sempre combattuto. Più e più volte gli anni tagliato la testa, ma egli torna sempre a fare capolino. Di solito ebbro di vita, come il buon Sileno che insegno a Bacco come creare il vino. È un imbroglione patentato. Ti fa prendere fischi per fiaschi. Se ti lasci inebriare da lui puoi comporre capolavori, ma è un attimo farsi prendere la mano e trasforma un'opera d'arte in una porcheria o un discreto gruzzolo di ryo d'oro in melma. Puoi provare a metterlo a dormire in prigione. Ma la sai la verità? Alla fine torna sempre fuori. Perché serve. Senza di lui, finisci per essere un guerriero senza valore. E anche un artista senza qualità. Tra i quattro elementi cè nè uno che lo rappresenta fin dallantichità. Forse perché quest'elemento è connaturato all'espressione dell'emozione per eccellenza: il pianto. Questo elemento è l'acqua. Può essere dolce come un laghetto di montagna. O travolgente come l'onda di Hokusai. E, alla fine, lavrà vinta lui. Finiremo tutti per scomparire nel nulla, trasportati dalla sua piccola imbarcazione.
  19. getsunomichi

    ATUM

    Ne ho parlato varie volte. Cerca i Nove Sigilli (Kuji) e qualcosa, quando si evocano, esce sempre.
  20. getsunomichi

    Il giusto prezzo...

    Chi è Kwashin Koji? Perché vogliono tutti ammazzarlo e nessuno ci riesce?!?😂😂😂
  21. getsunomichi

    Il giusto prezzo...

    Vero. Ma c’è n’è un altro. L'arte è una misura del Ki, non del denaro.
  22. getsunomichi

    Il giusto prezzo...

    L'artista taccagno Gessen era un monaco artista. Prima di mettersi a disegnare o a dipingere, insisteva sempre perché lo pagassero in anticipo, e i suoi compensi erano molto alti. Tutti lo conoscevano come «l'artista taccagno». Una volta una geisha gli ordinò un dipinto. «Quanto puoi pagare?» chiese Gessen. «Quello che vuoi tu,» rispose la ragazza «ma voglio che tu faccia il lavoro davanti a me». Così un certo giorno Gessen fu chiamato dalla geisha. Ella dava una festa per il suo protettore. Gessen, con eleganti pennellate, fece il dipinto. Quando lo finì, chiese la cifra più alta di quel tempo. Ricevette la somma. Allora la geisha, rivolgendosi al suo protettore, disse: «Quest'artista non vuole che il denaro. I suoi dipinti sono belli ma la sua mente è sudicia; il denaro l'ha trasformato in una melma. Uscita da una mente così sporca, la sua opera non è degna di essere esposta. È a malapena adatta per una delle mie sottovesti». E togliendosi l'abito, chiese a Gessen di fare un'altra pittura sul dietro della sua sottoveste. «Quanto mi paghi?» domandò Gessen. «Oh, qualunque somma» rispose la ragazza. Gessen stabilì una cifra spropositata, fece il dipinto come gli era stato chiesto di farlo e se ne andò. In seguito si seppe che Gessen era tanto avido di denaro per queste ragioni: Spesso la sua provincia era afflitta da una terribile carestia. I ricchi non aiutavano i poveri, così Gessen aveva un magazzino segreto, ignoto a tutti, che lui teneva sempre pieno di grano, pronto per quei casi di emergenza. La strada che portava dal suo villaggio al Santuario Nazionale era in pessimo stato e per molti pellegrini il viaggio era estremamente disagevole. Lui voleva costruire una strada migliore. Il suo insegnante era morto senza portare a compimento il desiderio di costruire un tempio, e Gessen voleva terminare questo tempio per lui. Quando Gessen riuscì a realizzare questi tre desideri, buttò via i pennelli e gli attrezzi da pittore e, ritiratosi sulle montagne, non dipinse mai più.
  23. getsunomichi

    Botan Dōrō

    L'esperienza talora tinge l'indecisione di saggezza.
  24. getsunomichi

    Botan Dōrō

    Qualche anno fa è venuto a mancare un grande maestro. Si chiamava Kase Taiji ed era un uomo di una dolcezza e di una mitezza assoluta. Un uomo piccolo e paffuto che pareva preso dallo scatolone dei peluche della mia bambina. Fu uno dei grandi pionieri del Karate mondiale che, negli anni in sessanta, lascio il Giappone per diffondere in Europa ciò in cui credeva. Potrei parlarvi a lungo delle sue capacità tecniche e delle preziose lezioni che ci teneva spesso qui a Milano, dove veniva a trovarci da Parigi, dove viveva. ...Anche se le sue visite erano probabilmente dovute alleffetto che lui provava per un altro Giapponese che qui a Milano invece viveva e vive tutt'ora ormai ottuagenario. Un uomo che ha fondato il Karate italiano partendo dal nulla, ma che in quelle occasioni ritornava il suo allievo di un tempo, che lo accoglieva per preparagli da mangiare qualcosa di giapponese. Il maestro Kase aveva molte caratteristiche speciali. Una di queste era quella di non aver mai rifiutato un combattimento o una sfida. Un retaggio sicuramente di altri tempi, in cui concetti come coraggio e onore suonavano come qualcosa di più che semplici parole. Non si era tirato indietro nemmeno quella volta in cui il suo Paese, ormai allo stremo, gli aveva chiesto di donargli la sua vita. E volentieri si era arruolato nella tokubetsu togeki tai, lunità di attacco speciale cui la nazione stremata si rivolgeva per tenere lontano dalla sua terra l'invasore straniero. Un gruppo di ragazzi che come il Vento Divino del passato avrebbe fermato le invasioni straniere. Il maestro Kase era un Kamikaze. Il destino volle che l'imperatore proclamasse la resa alla viglia della sua prima, ed unica, missione. Beh, ancora dopo tanti e tanti anni, si leggeva in fondo ai suoi occhi lo spirito di O-Tsuyu. La sua dolcezza e la sua disponibilità non potevano nascondere che avevi davanti una persona che aveva rinunciato a vivere. Che aveva fatto parte di un gruppo di persone che avevano scelto di morire. Che erano morte. Ma lui era tornato a vivere con in una maledizione. La sua vita era ormai cambiata per sempre. Qualcuno lo invidiava per questa assoluta mancanza di paura. Per me fu un modello e lo invidio tuttora per molte cose, ma mai per questa. Mi ha insegnato uno dei suoi Kata preferiti, le forme con cui si apprende una disciplina giapponese. Meikyo. Un nome che si può tradurre con specchio luminoso ed un invito a lucidare in continuazione lo specchio della propria Anima, in modo da leggere sempre una immagine chiara di noi stessi. Questa azione si può esercitare solo attraverso la pratica. La forma stessa è un continuo rimando al guardarsi dentro, guardandosi da fuori, con delle tecniche che sono sempre speculari. Un gioco di opposti e di complementari che è rimarcata anche dal tipo di tecniche contenute. Mai come in questa forma, apparentemente semplice, si ha una prevalenza così netta di tecniche doppie che utilizzano contemporaneamente le due braccia insieme. Si tratta di uno degli ultimi kata che si affrontano è questo tornare alla semplicità non è semplicemente un invito a chiudere il cerchio. È anche, forse soprattutto, il suggerimento a intendere tutto il lavoro che si è fatto, non tanto inteso come contro un avversario. Bensì come rivolto a comprendere se stessi. Il maestro Kase amava ricordarci che gli ultimi kata, che ritornavano ad una estrema semplicità, facevano parte di una famiglia speciale "undocumented" nota come Hara no kata. I kata della pancia. Pensati apposta per lo studio e la circolazione dell'energia interna, quindi tutt'altro che semplici. Ma anche un implicito suggerimento a ricominciare da capo lo studio delle forme e, più in generale della disciplina, applicando i principi energetici che erano stati qui appresi. Non dobbiamo dimenticare che per i Giapponesi il ventre è il luogo dove si generano le emozioni ed è quindi la sede dell'Anima. Pertanto lo specchio di Betadine ha per i Giapponesi proprio il significato simbolico che egli ha intuito. Una capacità da acquisire così importante che viene associato alla spada, e alla collana, come i tre tesori che segnano l'ascesa al trono dell'imperatore. Perché senza una chiara immagine di se stessi, è vano pensare di poter indirizzare chicchessia. In questi anni mi dedico con sempre maggior attenzione allo studio di questo "specchio luminoso". Talora sulla sua superficie scorgo persino il riflesso della Luna.

Chi è I.N.T.K.

La I.N.T.K. – Itaria Nihon Tōken Kyōkai (Associazione italiana per la Spada Giapponese) è stata fondata a Bologna nel 1990 con lo scopo di diffondere lo studio della Tōken e salvaguardarne il millenario patrimonio artistico-culturale, collaborando con i maggiori Musei d’Arte Orientale ed il collezionismo privato. La I.N.T.K. è accreditata presso l’Ambasciata Giapponese di Roma, il Consolato Generale del Giappone di Milano, la Japan Foundation in Roma, la N.B.T.H.K. di Tōkyō. Seminari, conferenze, visite guidate a musei e mostre, viaggi di studio in Europa e Giappone, consulenze, pubblicazioni, il bollettino trimestrale inviato gratuitamente ai Soci, sono le principali attività della I.N.T.K., apolitica e senza scopo di lucro.

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"Una singola freccia si rompe facilmente, ma non dieci frecce tenute assieme."

(proverbio popolare giapponese)

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