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Tsukumogami

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  1. Nella tradizione giapponese, l’oggetto che compie cent’anni acquisisce uno spirito, diventando un essere animato (tsukumogami) che, se viene lasciato in abbandono, non esita a vendicarsi per il trattamento subìto. Di certo non una vendetta, ma quantomeno una maggior visibilità, potrebbe essere l’esigenza degli oggetti giapponesi custoditi da più di centotrent’anni nel Castello di Agliè, a cui è stato finora dedicato soltanto un contributo critico, peraltro condiviso con gli oggetti cinesi e siamesi (vedi: Lucia Caterina, La collezione orientale, in Il Castello di Agliè: gli appartamenti e le collezioni, a cura di Daniela Biancolini e Edith Gabrielli, Torino 2001, pp. 114-121). Si tratta delle memorie dei viaggi del proprietario che diede al castello la sua ultima impronta abitativa, Tomaso di Savoia-Genova (1854 – 1931), figlio del primo duca di Genova Ferdinando, il fratello minore di Vittorio Emanuele II, e a sua volta fratello minore della regina Margherita. Protagonista di una felice carriera nella Marina Mercantile, Tomaso approdò per due volte in Giappone: la prima, da poco nominato sottotenente di vascello, nell'autunno del 1873 durante la circumnavigazione del globo a bordo della corvetta Garibaldi durata quasi ventitre mesi (16 novembre 1872 - 2 ottobre 1874), la seconda nella missione in Oriente in veste di comandante della Vettor Pisani (31 marzo 1879 – 10 giugno 1881). In quest’occasione, il duca aveva l’incarico di presenziare in rappresentanza della nazione italiana al mercato del “seme bachi da seta” di Yokohama del 1879, per proseguire quindi con l’esplorazione della situazione economico-politica di “tutti i posti del mar del Giappone della China e delle isole dell’Arcipelago Indiano che giudicherà conveniente”: in questi spostamenti, le tappe della corvetta avrebbero contribuito ad accrescere conoscenze sulla navigazione, sull’azione dei consolati italiani e su “le produzioni naturali, le industrie, il commercio” da cui il Regno d’Italia avrebbe potuto trarre profitto. Un’esperienza di cui il comandante stesso avrebbe dato un resoconto pubblicando al ritorno in patria il proprio diario, il Viaggio della R. Corvetta Vettor Pisani (1879-1881): una relazione che è possibile integrare, soprattutto per i momenti di minore ufficialità, con la lettura dell’appassionante racconto del medesimo viaggio tra Giappone e Siberia dato alle stampe nel 1885 dall’aiutante di campo del duca, il tenente colonnello di stato maggiore milanese Luchino Dal Verme. Nei due report, oltre ai costumi della popolazione locale, ai cerimoniosi eventi ufficiali con le autorità imperiali ed agli incontri informali con gli imprenditori attivi nel commercio della seta, in primis i milanesi Isidoro Dell’Oro, Pietro Beretta e Carlo Giussani, vengono talvolta riportati episodi in cui i naviganti italiani ebbero modo di interagire con il mercato giapponese, suggestionati da quel rinnovo di interesse verso l’Oriente che si stava avviando a diventare un fenomeno di massa, determinato dai sempre più frequenti contatti con un Giappone in piena modernizzazione. L’idea di concludere acquisti aveva già toccato i componenti dell’equipaggio dal primo sbarco a Nagasaki (1 agosto 1879): dissuasi dall’afa estiva dal compiere escursioni, nei brevi momenti liberi tra “i ricevimenti e le visite ufficiali” e gli spettacoli di musica e di danza, essi approfittavano per concedersi “qualche corsa ai magazzini di porcellane, di lacche, di tartaruga e in quelle botteghe di bibelots che in Giappone si trovano ad ogni passo anche nei villaggi”. Nei mesi successivi, durante le visite nell’entroterra, gli italiani poterono approfittare di prezzi molto più abbordabili di quelli che avevano trovato nei centri più frequentati dai traffici internazionali, talora resi ancora più convenienti dagli amministratori locali. Durante un’escursione in treno e in carovana di risciò tra Kyoto e Osaka, il principe Nabeshima Naohiro, l’ultimo discendente dei daimyo di Saga referente della spedizione italiana per conto dell’imperatore Meiji, dovette escogitare un programma alternativo alla visita di Nara, impedita da un violento nubifragio (26-28 febbraio 1880): egli improvvisò una “piccola esposizione di bibelots, lacche e porcellane”, a cui seguì una vendita, chiamando a raccolta i commercianti locali. «I negozianti non se lo fecero dire due volte, e corsero a portare il loro meglio. Come si faceva a non comperare? Trovarsi in mezzo a tanti oggetti antichi e curiosità d’ogni genere e non avere in prospettiva altra occupazione di questa! Non solamente il Principe fece molti acquisti, ma altresì i suoi ufficiali, e il giorno dopo vedemmo partire addirittura dei carri carichi di cassette. Da principio i prezzi erano abbastanza sostenuti, quantunque assai più bassi di quelli che si praticano a Yokohama, ma alla fine tutto era sceso a prezzi tanto vili che quanto v’era di buono prese la via della Pisani.» Verosimilmente durante questo episodio, Tomaso acquistò tre dei pezzi principali della collezione, registrati negli inventari del castello come “portati da S.A.R. il Principe Tomaso Duca di Genova dal suo viaggio nel Giappone dall’antica capitale di Nara. Anno 1880”, le tre “armature antiche del 1650 di soldati giapponesi” oggi esposte su manichini nella Sala Cinese. Due di esse, prive di spallacci (sode), mostrano le maniche in maglia di ferro (kusari kote) e la seconda possiede una corazza (do) le cui piastre metalliche sono rivestite di pelle; la terza consiste in un’imponente yoroi assemblata con fitti lacci di seta (odoshi) color sabbia e granata. Due dei manichini sono armati di un falcione (naginata) e da una lancia (yari), le cui lame sono coperte dal fodero ligneo. Da Kobe, città portuale in cui la Vettor Pisani rimase ormeggiata dal 18 gennaio al 4 marzo 1880, proviene il gong della Sala d’Angolo e dall’isola di Sado, conosciuta per i suoi giacimenti di cinabro e visitata tra il 27 agosto e il 2 settembre 1880, risulta provenire il bicchiere in terracotta conservato nella vetrina ovest della stessa stanza. Non sono invece dichiarate negli inventari le provenienze degli oggetti che condividono la vetrina col bicchiere di Sado: la “sciabola giapponese” (wakizashi) con impugnatura in pelle di razza e odoshi neri, il “modello di Ginriksha” (risciò) e l’“elmo antico laccato” (kabuto). Quest’ultimo, a forma di cappello eboshi, ornato dalle tre stelle (hashi) del Kamon del clan Mōri sulle alette laterali (fukigaeshi) e da racemi sulla visiera, presenta sulla base di un maedate visibilmente interrotto un’iscrizione, “Hachiman grande Bodhisattva” (Hachiman Daibosatsu), dedicata al Kami tutelare dei guerrieri invocato col titolo proprio di chi è sulla via del risveglio spirituale secondo la dottrina buddhista. Altri oggetti di origine nipponica sono le lanterne in ferro, i tre fermacarte in bambù intagliato, il “piatto grande” in tartaruga decorato da un paesaggio fluviale in lacca oro e la “carrozzella giapponese (girenkscia)” donata a Tomaso da Carlo Giussani nel 1896 conservati nella Sala Cinese, le sei “tazze bianche con fregi in oro senza piattino” nella Galleria Verde e un “mobile giapponese con tre tiretti di lacca” nel Gabinetto dell’Appartamento Reale, la piccola cassettiera di cui è attestato l’utilizzo come “porta-sigari”. Cospicuo è il nucleo dei vasi, dalle porcellane Imari, rappresentate dalla coppa in Sala del Biliardo e dai due vasi montati con lumi a petrolio dalla ditta “R. Ditmar” di Vienna, alle ceramiche invetriate bianche e blu a rilievo tipiche della produzione di Owari, che si distinguono nei piccoli yaki da bonsai, concentrati soprattutto tra la Galleria Verde e la Galleria alle Tribune, e negli alti hanaike cilindrici della Sala d’Angolo. Quest’ultima sezione è da identificare, anziché con un insieme di souvenir, come l’espressione di uno status symbol di lunga tradizione in Casa Savoia. La raccolta è attestata in Castello già dagli anni Ottanta del XIX secolo e venne incrementata in modo esponenziale in seguito alla morte della madre di Tomaso, Elisabetta di Sassonia (1912) ed al conseguente svuotamento della villa che ella possedeva a Stresa (oggi Centro Internazionale di Studi Rosminiani): parte degli arredi già contenuti in essa - tra cui si segnalano i due vasi cloisonné a zucca esposti accanto alle già citate tazze della Galleria Verde - andarono ad arricchire il patrimonio familiare di Agliè. Francesco Speranza
  2. Grazie mille SImone, mi attivo subito. Soltanto, dimmi in che forma lo vuoi: ti invio pdf/word etc... oppure direttamente un post apposito in forum...?
  3. Tsukumogami

    Meglio tardi che mai...

    Buona serata, mi chiamo Francesco, sono di Torino e negli ultimi anni i miei studi in Storia delle Arti e il mio lavoro di assistente museale mi hanno avvicinato ad una più approfondita conoscenza delle arti ed armi orientali. Una branca collezionistica poco frequentata nel consueto curriculum di studi degli storici dell'arte italiani, purtroppo. Ho già conosciuto alcuni esponenti di INTK il 12 giugno scorso durante "Un'ora di Storia", il ciclo di conferenze con visita organizzato presso il Castello Ducale di Agliè, nell'incontro dedicato alle collezioni orientali. Al termine dell'evento avevo promesso a Simone che mi sarei iscritto al Forum e che avrei speso due parole sugli oggetti di origine giapponese portati in Piemonte dal duca Tomaso. Ho promesso ed ora mantengo. Coi miei tempi, ma mantengo!

Chi è I.N.T.K.

La I.N.T.K. – Itaria Nihon Tōken Kyōkai (Associazione italiana per la Spada Giapponese) è stata fondata a Bologna nel 1990 con lo scopo di diffondere lo studio della Tōken e salvaguardarne il millenario patrimonio artistico-culturale, collaborando con i maggiori Musei d’Arte Orientale ed il collezionismo privato. La I.N.T.K. è accreditata presso l’Ambasciata Giapponese di Roma, il Consolato Generale del Giappone di Milano, la Japan Foundation in Roma, la N.B.T.H.K. di Tōkyō. Seminari, conferenze, visite guidate a musei e mostre, viaggi di studio in Europa e Giappone, consulenze, pubblicazioni, il bollettino trimestrale inviato gratuitamente ai Soci, sono le principali attività della I.N.T.K., apolitica e senza scopo di lucro.

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"Una singola freccia si rompe facilmente, ma non dieci frecce tenute assieme."

(proverbio popolare giapponese)

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