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Skysword

Arti Marziali, Termine Corretto?

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In questi giorni (probabilmente a causa del caldo :laugh: ) mi sono trovato a riflettere sul termine Arte Marziale.

Come suggerisce anche il nome Marziale ( Marte -> Guerra) e' una denominazione di origine occidentale e proprio questo forse non porta ad una visione un po "distorta" ritenendo le arti marziali solo cose che possono essere usate per combattere in modo stretto?

Questa definizione potrebbe forse essere adatta per i -Jutsu (Arti es Jujutstu o Kenjustu) ma anche -Do (Via es Judo, Aikido Kendo o Karatedo) sono arti marziali anche se il loro scopo principale non e' piu' solamente quello dell'efficacia ma anche quello di crescita interiore e miglioramento della persona ( e hanno anche l'obiettivo di essere l'evoluzione delle Arti in un mondo in cui non sono piu' essenziali per la guerra).

Poi nell'antico Giappone venivano considerate arti marziali anche lo studio della costruzione di castelli o il nuoto in armatura.

Quindi, dopo questa pappardella di introduzione :nausea: , qual'e' la visione corretta delle arti marziali nella cultura giapponese? :arigatou:

 

Vi ringrazio per aver sopportato il mio delirio ^^

Ps. o semplicemente il problema non sussiste ed e' il caldo a crearmi troppi problemi? :hehe:

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ciao skysword, il tuo non è delirio per il caldo ma una domanda più che legittima.

Qui sotto un passo del libro "I segreti dei Samurai" di Oscar Ratti e Adele Westbrook, che ti consiglio vivamente di acquistare (vedi qui la recensione http://www.intk-token.it/forum/index.php?showtopic=1172 ), che forse potrà farti intuire la risposta al tuo quesito...

 

"• La qualificazione «marziale» (bu) e l’arte della guerra

Come è stato precisato nei precedenti paragrafi, l’aggettivo «marziale» è semanticamente legato alle imprese militari e perciò, alla funzione primaria dei militari come classe: la guerra. In questo senso, possiamo dire che tutte le specializzazioni dell’arte del combattimento fossero qualificabili come arti della guerra? Anche da un esame superficiale delle varie specializzazioni e sottospecializzazioni elencate nella nostra tavola introduttiva, appare evidente che non tutti questi metodi potevano venire usati efficacemente sul campo di battaglia; di conseguenza, la qualificazione onnicomprensiva «marziale» è inesatta, oppure si basa su qualificazioni non direttamente relate alla sola efficienza pratica nell’ampio ambito della guerra in generale. Gli antichi cronisti del bujutsu, dopotutto, avevano creato una distinzione quando avevano elencato le seguenti specializzazioni dell’arte del combattimento quali arti esclusive del guerriero, e quindi quali arti della guerra: arco, lancia, spada, equitazione, fortificazioni, uso delle armi da fuoco e marina da guerra (incluso il nuoto). Tra i metodi del combattimento senz’armi, usati dal guerriero in modo sussidiario, gli stessi cronisti nominano l’arte della flessibilità, o jujutsu.

Numerose specializzazioni sono omesse da tali cronache militari: un fatto che non ci deve sorprendere, perché dal punto di vista del guerriero, l’arte del ventaglio da guerra difficilmente poteva venire paragonata a quella dell’arco, e quella del bastone di legno alla scienza delle armi da fuoco. Perché, dunque, la tendenza così evidente nella dottrina del bujutsu, e cosí frequente tra i maestri delle arti e delle discipline del combattimento, ad usare l’aggettivo «marziale» (bu) per qualificare tutti questi metodi?

Una risposta parziale, secondo noi, si può trovare esaminando l’importanza attribuita dai giapponesi alla tradizione militare nella storia del loro paese. Prima di passare a discutere tale tradizione nei prossimi paragrafi, tuttavia, dobbiamo ripetere ancora una volta che l’arte della guerra, quale strategia che coinvolge un grande numero di uomini in confronti di massa sul campo di battaglia, non rientra nei fini del presente studio. Il nostro interesse principale, qui, è per il combattimento individuale: l’arte del confronto diretto e personale tra due (o pochi) uomini, e le armi, le tecniche e le mentalità in esso adottate. Non ci addentreremo nei dibattiti dottrinari sulla raffinatezza dell’arte giapponese della guerra che, secondo certi autori, era piuttosto rudimentale. Brinkley, per esempio, mentre afferma che i guerrieri nipponici, presi singolarmente, erano «la migliore unità combattente dell’Oriente, probabilmente una delle migliori unità combattenti che il mondo abbia mai prodotto», aggiunge nello stesso paragrafo che «forse a causa di tale eccellenza i suoi comandanti rimasero tattici mediocri» (Brinkley I, 172). Negli antichi trattati sulla guerra si possono trovare ripetuti riferimenti all’alto grado di sviluppo raggiunto dall’arte bellica in Cina ed ai suoi maggiori teorici, come il generale Sun-tzu, il quale più volte sottolinea il carattere sociale, collettivo del combattimento in guerra e l’assoluta importanza delle masse e della logistica per il conseguimento della vittoria. Ma nei secoli precedenti il periodo Momoyama (1568-1600), gli eserciti nipponici erano ancora «formati da piccole bande indipendenti di soldati che combattevano più come individui che come unità di una formazione tattica» (Wittfogel, 199). Era questo il modo in cui il guerriero giapponese di un clan combatteva contro i guerrieri di un altro clan; il modo in cui

combatté contro i coreani durante la prima, leggendaria invasione del continente asiatico; e il modo in cui affrontò le orde dei mongoli invasori nel 1274 e nel 1281. Il carattere individuale dell’arte della guerra era ancora evidente nei colossali scontri di Sekigahara, cui assistette William Adams (1564-1620), e del castello di Osaka nel 1615. *Il Giappone feudale,» conclude Wittfogel, forse un po’ precipitosamente, *come l’Europa feudale, non riuscì a creare l’arte della guerra» (Wittfogel, 199).

Il carattere individuale dell’arte della guerra nel Giappone feudale, tanto romanticamente esaltato nelle saghe nazionali e dai cronisti coevi, facilita in pratica il nostro studio delle particolari specializzazioni del bujutsu, perché ci consente di adottare, come termine di riferimento primario, l’individualità dello scontro diretto, personale. Perciò la matrice del nostro studio di tutte le possibili applicazioni del bujutsu sarà lo scontro uomo-contro-uomo, sul campo di battaglia o per le

strade di una città affollata, su una strada solitaria di montagna o in un tempio, o addirittura entro i confini di un’abitazione. Questo faciliterà inoltre l’inclusione di tutte le armi, le tecniche e le mentalità ideate per risolvere i problemi del confronto individuale."

Modificato: da musashi

<!-- isHtml:1 --><!-- isHtml:1 --><em class='bbc'>Insisti, Resisti e Persisti...Raggiungi e Conquisti!<br /><img src='http://www.intk-token.it/forum/uploads/monthly_11_2008/post-34-1227469491.jpg' alt='Immagine inserita' class='bbc_img' /><br /></em>

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Musashi ti ringrazio per la tua risposta ^^

Il brano che hai riportato ha dipanato molti dubbi ^^ e mi ha anche invogliato a recuperare quel libro da qualche parte :P

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