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ARTICOLO - Il paese anormale

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Ho deciso di postarlo direttamente spero possa essere gradito. A me piace molto per la chiarezza e la conformità al mio pensiero personale. :cool:

 

Il paese anormale

di Massimiliano Crippa

 

L'Europa diventerà quello che in realtà è, cioè un piccolo promontorio del continente asiatico? Paul Valéry (1871-1945)

 

Copertina della prima versione del sito 17 settembre 2000. Può essere solo un caso che in questo sito si parli di Giappone. L'obiettivo, invece, è educare alla conoscenza di un'altra cultura. E chissà che la conseguenza dei nostri sforzi non sia anche una migliore comprensione dell'Italia. Forse scopriremo di avere molto in comune. Sicuramente scopriremo, di entrambi i paesi, molte cose che potranno non piacerci, ma renderci conto del problema sarà già un primo passo verso la soluzione. Dovremo cercare il bello e il brutto. Conosceremo quanto c'è di peggio, per apprezzare poi quanto c'è di meglio. Senza nasconderci niente. Gli spunti di riflessione, le strade da seguire e quelle da evitare, emergeranno a poco a poco dal contesto e potranno essere utili per ognuno di noi.

Credetemi, troveremo molto da imparare dal Giappone, perché soltanto una grande cultura millenaria profondamente radicata e condivisa ha potuto, negli ultimi decenni, elevare questo paese ai primi posti nel mondo.

La cosa non deve apparire scontata soprattutto a noi italiani poiché il nostro paese, partito nel dopoguerra dalla stessa condizione iniziale, ha raggiunto obiettivi ben più limitati con molta fatica.

E' vero che, mentre l'Europa conosceva la Rivoluzione Francese col suo motto "Libertà, fratellanza ed uguaglianza", il Giappone era uno stato fortemente feudale, sotto il regime militare dei samurai, che applicavano il "kirisute gomen", il diritto di poter uccidere chiunque con la propria spada, su un popolo che, abituato all'obbedienza e senza diritti civili, non poteva che subire.

Forse, a noi occidentali, i giapponesi appaiono ancora oggi come schiavi in una nazione libera, ma dobbiamo tenere conto della condizione dei cittadini degli altri paesi orientali, di quello che è riuscito a fare il Giappone, da quando è uscito dal suo medioevo, del fatto che le nazioni ed i loro popoli non partono tutte dalle stesse condizioni.

Inoltre il Giappone, fino all'inzio di questo secolo, non ha mai avuto una politica espansionista e imperialista come l'Europa; anzi ha sempre mostrato rispetto verso chi era più avanti culturalmente: i giapponesi si recavano a Parigi e nelle altre capitali per studiare e conoscere con spirito sereno.

Sono riusciti ad evitare di diventare una colonia dell'Occidente, come è successo invece alla maggior parte dei paesi orientali. Quando hanno capito che non avrebbero potuto resistere se non utilizzando le stesse armi dell'Occidente, sono riusciti in brevissimo tempo ad arrivare a sedersi al tavolo di Parigi per la stesura del Trattato di Versailles (1919) dalla parte dei vincitori, anzi, nel ristretto gruppo dei cinque grandi.

In questa circostanza il Giappone è stato l'unico ad insistere per l'inclusione di una clausola per l'equità razziale tra asiatici ed occidentali, respinta principalmente dall'intervento degli Stati Uniti. Forse la causa dei mali seguenti, fino alla tragedia della Seconda Guerra Mondiale, è stata proprio l'incontro con l'Occcidente, l'accelerazione del progresso, il cambiamento dei valori, tutte cose imposte con modi e tempi sbagliati.

C'era a quel tempo, e c'è ancora oggi, chi pensava di essere il portatore di una verità che il popolo giapponese avrebbe dovuto accettare come superiore.

Questa posizione era per lo più di persone appartenenti alla cultura anglosassone, non ancora capace di eliminare gli effetti del colonialismo. La cultura occidentale ha prodotto una civiltà più forte, cioè maggiormente capace di imporsi di fatto sulle altre, ma non per questo migliore. Gli americani, ad esempio, hanno una cultura che impone loro di avere uno o più nemici a cui opporsi.

La risposta dei giapponesi agli stranieri che mostrano questo atteggiamento, è un rapporto personale improntato a grande educazione, ma ad un livello tale che il risultato è l'emarginazione. Questa modo di respingere è bellissimo ed efficace.

Ma l'amore respinto spesso genera odio.

C'è chi, quasi in contrapposizione ai primi, cerca risposte ed una delle risposte più a buon mercato e più alla moda è l'Oriente. Per alcuni, la cultura orientale è legata alla spiritualità, ma questa visione onirica dell'Oriente è una distorsione della realtà.

L'Oriente è visto come una scappatoia, un rifugio dalle dinamiche sociali, dalle nostre paure. Stiamo attenti a non dare dell'Oriente una lettura che sia il risultato della visione propria dell'Occidente.

State in guardia anche da chi vi dice che la salvezza viene dall'Oriente: il concetto di verità che salva è ancora una volta totalmente occidentale. Nella cultura orientale, spiegazioni totali e totalizzanti, secondo una logica ad un solo livello, non esistono.

Un errore che molti appassionati di discipline orientali commettono è considerare il mezzo come un fine. Usare un modo orientale di fare le cose serve soltanto a farci conoscere meglio noi stessi: l'esperienza che può farti avvicinare all'obiettivo non è importante. Cercare di immedesimarsi nell'altro non significa rinnegare sé stessi.

L'obiettivo è invece quello di porsi sullo stesso piano, anche se spesso è tipico proprio dei giapponesi ragionare in termini di superiore e inferiore. L'atteggiamento più comune di noi italiani verso la cultura giapponese apparentemente non è di disprezzo o di derisione, ma piuttosto di incomprensione. Ma l'incomprensione non può essere una scusa.

Perché l'incomprensione per il "diverso" ha suscitato, suscita e susciterà sempre paura. Paura di confrontarsi, di essere meno capace, di perdere il proprio status, di temere l' avvento del nuovo. Siamo schiavi dell'ignoranza e alla fine ciò porta a pensare di essere superiori, non diversi.

L'ignoranza, l'indifferenza e la presunzione culturale dell'Occidente, di fronte a tutto quello che non sia bianco e giudaico-cristiano, devono cessare. La cortina di pregiudizi razziali e di luoghi comuni che, da generazioni, ci abbagliano quando si tratta di Asia, dovrà cadere prima o poi. L'Asia sarà, nel bene e nel male, la realtà dominante del prossimo secolo.

Il Giappone sembra invaso dalla voglia di "american way of life". A molti giovani vanno strette le convenzioni sociali e guardano all'Occidente come alla terra della libertà.

Ma le cose non sono mai come sembrano a prima vista.

Del Giappone che scrittori come Tanizaki e Kawabata ci hanno fatto sognare e amare non esiste quasi più traccia?

Forse ci ostiniamo a pensare a questo ermetico paese solamente come ad un luogo colmo di saggia spiritualità che, a contatto con l'Occidente tecnologico, ha cominciato a guastarsi, ad ammalarsi.

Ma non è vero che in Giappone di antico sia rimasto solo il folklore. Il Giappone è come un iceberg, dove la punta è costituita dalle appariscenti e moderne strutture, mentre la parte restante, costituita dalla tradizione, è più nascosta, poco appariscente agli occhi di uno straniero.

In Italia ci si lancia in disquisizioni di carattere morale ed intellettuale: il livello dello scontro è astratto e nello stesso tempo profondo.

Una cultura si giudica per quello che pensa, non per quello che realizza.

Principio giustissimo. Si parla ormai da tempo di risveglio dell'Asia. I nomi che vengono alla mente per quanto riguarda il Giappone sono quelli di scrittori come Yoshimoto Banana o Murakami Haruki, registi come Itami Juzo e Kitano Takeshi, vincitore della Mostra del Cinema di Venezia edizione 1997.

Forse si dovrebbe parlare più giustamente di risveglio da parte nostra, magari anche di rimorso nei confronti di una parte del mondo di cui ci eravamo dimenticati.

Il Giappone non ha mai conosciuto la miseria e la dominazione straniera, ha mantenuto sempre la sua sovranità e la sua dignità. Il Giappone e tutta l'Asia nel suo complesso sono forse l'unica zona del mondo che non ha mai avuto bisogno dell'Occidente.

Furono costretti ad aprirsi e a commerciare con la forza delle armi, che non abbiamo mai avuto paura di usare contro qualsiasi civiltà.

Certamente non si risveglia ora, visto il ricco bagaglio di storia che traspare da ogni gesto e parola. Non ha bisogno di essere riscoperta, non ha nulla da dimostrare al mondo.

Forse non ce ne accorgiamo per il diverso modo di affrontare lo scorrere del tempo, ma questi popoli conducono giorno dopo giorno una lotta per un futuro migliore, non solo per sé stessi, ma per tutta la comunità.

Questo significa guardare lontano.

Ognuno di noi troverà una diversità da condividere e non da respingere. La cultura orientale non separa così nettamente materia e spirito, riuscendo in tal modo a rimanere molto più vicina all'uomo ed ai suoi bisogni. Molte discipline aiutano concretamente l'uomo a realizzare, nell'azione della vita quotidiana, la propria unità interiore e l'armonica interazione fra materia e spirito, fra corpo e mente, fra uomo e ambiente.

In un certo senso, quindi, è giusto che ci si senta un po' in difetto, se non in colpa, nei confronti del raggiungimento della propria realizzazione dal punto di vista esistenziale, così come da molti decenni in Oriente si sentono in difetto rispetto ai risultati materiali che la nostra cultura ha prodotto, proprio per effetto della scissione fra mente e corpo, fra la razionalità e la natura fisica del corpo.

Ad Oriente, però, si stanno avvantaggiando già da tempo della nostra cultura, che hanno assorbito in modo straordinariamente veloce, ed il Giappone in questo ha dimostrato di saper fare meglio di tutti.

Forse il fatto che l'Oriente non tenga separati gli opposti e non sia dominato dal concetto di assoluto e trascendente, ha facilitato il processo di assimilazione, adattamento e fusione.

Invece il prezzo da noi pagato per aver reso definitiva questa scissione ed averla sfruttata a fini pratici, si fa sentire. La consapevolezza del grande vuoto esistenziale sembra sempre più scomoda. La cultura orientale è sempre più a portata di mano e dimostra di essere in grado di colmare quel vuoto.

L'armonia, secondo il nostro modo di pensare, dovrebbe essere una conquista individuale, progressiva e non assoluta, del soggetto il quale, attraverso l'accrescimento della propria consapevolezza, ottiene un ampliamento della propria visione della realtà, comprendendola in sé stesso in modo sempre più armonioso.

L'armonia non è quindi, nel nostro caso, una caratteristica assoluta della realtà, ma un atteggiamento della relazione dell'individuo con la realtà stessa. In questo senso l'armonia dell'uomo con la realtà è utile all'uomo stesso, poiché serve a procedere con efficienza nella pratica della propria disciplina, qualunque essa sia; la disarmonia, invece, gli è di impedimento e quindi non è adatta all'uomo al fine del conseguimento della propria realizzazione.

Ma sia l'armonia che la disarmonia, esistono comunque entrambe e sono unicamente degli aspetti differenti del manifestarsi della realtà. La colpa di questa nostra visione va fatta risalire all'idea evoluzionistica e progressiva della cultura che ci viene insegnata fin da piccoli: il sapere progredisce in maniera lineare e irreversibile, perciò tutto ciò che è più antico, deve essere per forza inferiore, da abbandonare.

Una visione del cosmo che veda l'uomo separato dal resto della realtà e in lotta con essa per accumulare quanta più ricchezza possibile, anche a scapito dei suoi simili, è una visione così egocentrica e antropocentrica che mai l'Asia l'ha abbracciata, almeno fino all'arrivo degli occidentali.

Certo, chi ci dice che loro siano felici?

I giapponesi pagano a caro prezzo alcune scelte fatte nel dopoguerra, con problemi sociali che forse solo ora stanno venendo alla luce. Ma cerchiamo, anche in questo caso, di mantenere una certa lucidità.

E' giusto pagare un prezzo così alto in nome di valori materiali? Stiamo pur sempre parlando del popolo con la più alta speranza di vita. E' giusto rinunciare ad una democrazia più ampia? L'Asia non avrà mai il modello europeo di democrazia per il diverso rapporto tra pubblico e privato, tra individuo e società, ma non è giusto dire che non abbia una buona democrazia. Può darsi anche che il benessere finisca col generare una democrazia migliore della nostra.

Qual è la vera libertà in Italia? Quella di scrivere sui muri? E' giusto che un giapponese dedichi anima e corpo alla sua ditta? Vi sembra giusto che un italiano dedichi anima e corpo a fottere il suo paese (e il suo futuro)?

Il Giappone è incompatibile con il nostro modo di vivere, perché noi siamo contenti del fatto che "se passo un semaforo rosso non mi fanno la multa"? Alla notizia che in Giappone non ci sono sistemi di sorveglianza contro i furti di merce nei negozi, l'italiano medio risponde: "Quanto sono ingenui!". Quella è onestà, cari italiani! Se si insegna ai bambini che non ripettare le regole va bene, che non succede nulla, sarà difficile tornare sulla retta via.

Se Enzo Biagi ha detto che "l'Italia ha un grande difetto: gli italiani", per il Giappone vale sicuramente il contrario: il suo popolo è la più grande ricchezza. I giapponesi, presi singolarmente, fanno sempre del loro meglio, anche se sanno che non servirà: nel bene e nel male non mollano, nemmeno quando la battaglia è già persa.

Tutti s'influenzano a vicenda. Mai il vecchio confine tra Oriente e Occidente tracciato da Kipling è sembrato più inadatto.

L'Asia moderna che ha adottato l'economia di mercato, dottrina occidentale per eccellenza, non perde occasione per mettere in luce le diffidenze che ancora esistono. Persino in Giappone, dove la cultura americana è da tempo di casa, le caratteristiche nazionali conservano la propria importanza.

Malgrado i McDonalds, in fondo ai loro cuori i giapponesi continueranno ad essere molto diversi dagli americani, a cercare una propria identità. Per Samuel Huntington, dell'Università di Harvard, ciò che conta non è tanto trasmettere beni e denaro quanto idee. L'essenza della civiltà occidentale è la Magna Charta, non l'hamburger. E il fatto che quest'ultimo possa essere addentato anche da chi occidentale non è non autorizza a dare per scontata l'accettazione della prima.

In un mondo in cui l'informazione circola liberamente, non vi è alcuna garanzia che insieme al buono non arrivi anche il cattivo, che dall'Oriente arrivino in Occidente le cose giuste e viceversa.

I ragazzi con i capelli tinti di verde o vestiti in uno stile alternativo che si incontrano per le vie e nei locali di Roppongi non sono la spia del cambiamento.

I segnali sono sempre contraddittori.

Uno striscione pubblicitario che dice "Import now" può sembrare una rivoluzione, ma nel paese delle rivoluzioni silenzione tutto finisce per essere ordinario. Questo paese è sembrato sempre chiuso, iperconservatore, protezionista, geloso e fiero del suo essere isola, sempre diffidente verso gli stranieri, ma se adesso invita ad "aquistare i prodotti d'importazione per agevolare l'internazionalizzazione del Giappone" lo fa tenendo sempre il coltello dalla parte del manico.

Il cambiamento è voluto e non subito o dovuto. Il Giappone si agita in mille direzioni e raccoglie quando i frutti sono maturi.

Il mondo non sta andando verso l'omologazione culturale.

I consumi si standardizzano, ma ciò rende solo più facile incontrarsi e scambiarsi idee, senza che queste debbano necessariamente uniformarsi.

Fino a che punto è possibile l'integrazione? Alcuni fanno della diversità culturale una discriminante di superiorità o di inferiorità.

In realtà, sebbene ognuno sia figlio della propria cultura, che non si può estirpare o dimenticare, l'Occidente e l'Oriente hanno in sé armonie che devono sommarsi e disarmonie che devono eliminarsi.

Questa è la crescita che ci aspetta, un processo di "innesto" del tutto simile a quello che avviene per le colture. Il Giappone può essere considerato senz'altro campione nella sintesi fra razionalità e intuitività, fra Oriente e Occidente, fra antichità e modernità.

Non vogliamo che voi amiate il Giappone. Quello che vogliamo insegnarvi è il rispetto, tutto il resto seguirà.

Pensiamo soprattutto a tante persone di cultura che, con poca voglia o capacità di comprendere, senza contare una certa dose di presunzione, fanno sembrare stupido un intero popolo.

In prima fila tra gli accusati, senz'altro i giornalisti, ma anche persone di maggior cultura cascano nella trappola. Ecco alcuni esempi.

C'è chi si permette di definire l'inventrice del Tamagotchi una madre degenere per la sua scelta di lavorare invece di avere dei figli, dimenticandosi che l'Italia fa a gara col Giappone per la palma di paese col più basso tasso di natalità.

Prendono in giro il loro modo di stare in fila, ordinato e silenzioso, o la loro voglia di lavorare fino all'abnegazione come se fossimo noi quelli normali. Disordinati, irrispettosi delle regole, rumorosi, assenteisti e scansafatiche, siamo proprio un bell'esempio da seguire.

Affermano che il Giappone oggi tenta di aprirsi e di somigliare all'Occidente. Ma solo da oggi i giapponesi vogliono somigliare all'Occidente? E poi siamo sicuri che vogliono veramente somigliare a noi, copiare, diventare occidentali? Non sarà solo un problema di comprensione?

Donne che camminano tre passi indietro all'uomo per sentirsi protette e non per un sentimento di inferiorità o sottomissione, come ci verrebbe da dire secondo il nostro metro di misura.

Li accusiamo di essere capaci soltanto di copiare, noi che poi importiamo ogni moda dal resto del mondo senza esportarne nessuna.

L'entusiasmo che essi provano per la terra, l'arte, la cucina, la lingua italiana non hanno pari. Noi ci riempiamo la bocca della nostra gloriosa storia ma, ogni giorno, calpestiamo sotto i piedi il vivere civile. Che diritto abbiamo di criticare, con tutti i nostri problemi? Loro amano l'Italia. Possiamo dire lo stesso di noi?

I giapponesi amano la comodità e la funzionalità, dentro e fuori la casa, e spesso sono disposti a rinunciare all'estetica per averla. Gli italiani danno molta importanza all'apparenza più che all'estetica. In Giappone l'ideale estetico, fatto di equilibrio e di serena bellezza, si trova forse solo nelle scuole tradizionali, nei parchi e nei templi, numerosissimi, ma questo perché l'esperienza è molto più interiore, fatta di piccole cose, senza il bisogno di marmi e stucchi, di antichità spesso decadenti, di bellezza presuntuosa e fredda, da mostrare come simbolo del potere borghese e aristocratico. Nel palazzo, nel castello, nel tempio, non c'è niente che sia lì per impressionare. Cosa c'è di equilibrato, invece, nelle monumentali opere architettoniche italiane? Forse ispira maggiore serenità una bella composizione di ikebana, un bonsai un po' rinsecchito in una casa polverosa, così come osservare una distesa di campi di riso o un viale alberato di ciliegi in fiore.

Le città, è vero, sono ammassi di fili elettrici, legno, cemento, plastica, lampadine e neon, in una confusione estetica che mischia antico e moderno, accoppiata alla cronica mancanza di spazio. Ma confusione significa appunto spontaneità e libertà: il lavoro di un assessore all'urbanistica sarebbe sicuramente più stressante in Italia, dove bisogna far convivere città medioevali e moderna tecnologia.

Non mi sembra che, nella vita quotidiana, le nostre scelte vadano decise verso il bello. Ascoltiamo, in proposito, quanto scritto da Francesco Alberoni in un articolo del Corriere della Sera:

 

Come sembrano brutte le nostre città tornando dall'estero. Venendo dal Giappone mi sono accorto che Milano e l'Italia sono scandalosamente sporche. Confrontate con le strade di Tokyo, in cui non si incontra nemmeno un pezzetto di carta o un fiammifero, le nostre sembrano quelle di una città africana.

Poi mi sono reso conto che siamo riusciti a degradare in modo incredibile il centro delle nostre città. Siamo l'unico paese d'Europa che ha rinunciato ad ogni programmazione dignitosa, che si è lasciato travolgere dal disordine, dalla prepotenza del brutto e del facile.

Lo si vede quando si arriva in una stazione ferroviaria, sommersa da un labirinto di bancarelle, frammezzate a bidoni e cumuli di immondizia, mentre i gabinetti sono di una sporcizia ributtante. E, dappertutto, mendicanti, miserabili, prostitute.

Io sto benissimo al Cairo, sento la suggestione di Benares, adoro i vicoli di Fez, mi piacciono gli odori del suk arabo, come quelli della Vucciria di Palermo, mi diverte Disneyworld, mi attrae la Chinatown di San Francisco.

Ciascuna di queste cose è coerente in sé stessa, ha uno stile, incarna propri significati e valori.

Mentre invece noi stiamo perdendo ogni forma e ogni stile, ci muoviamo verso il caotico, lo slum.

Un paese come il nostro, disordinato, burocratico, senza orgoglio nazionale, senza grandi ideali, ideologicamente diviso, se perde la sua tradizione artistica, il senso della bellezza, il gusto, lo stile, perde la sua identità.

Perde addirittura la sua moralità, perché l'unica moralità del nostro patrimonio storico è l'armonia estetica e spirituale.

 

Ho sentito più volte dire che la cortesia dei giapponesi è solo formale, non interiorizzata, né tantomeno spontanea, ma costituita da un insieme di norme sociali apprese come imposizione e non come educazione, che contribuiscono a fare del Giappone una invisibile prigione di non-rapporti umani.

Questo insistere sulla mancanza di spontaneità è una cosa strana detta da noi occidentali, che crediamo più nella razionalità.

Inoltre mi risulta poco credibile che in Occidente l'educazione non sia imposizione. E non sarà che la spontaneità tanto osannata degli italiani finisca per farci infrangere le leggi, perché considerate imposizione?

Nel novembre 1999, un jet dell'aeronautica militare precipita a pochi chilometri da Sayama, nella prefettura di Saitama, tranciando alcuni cavi dell'alta tensione. L'incidente ha letteralmente paralizzato la gran parte dei distretti settentrionali di Tokyo. I due piloti rimangono uccisi nello schianto del loro aereo. Sono riusciti ad evitare una strage spingendo il velivolo in panne in una zona disabitata. Il pilota e il suo addestratore si sono accorti di un guasto a bordo, hanno subito iniziato ardite manovre per evitare prima un liceo dov'erano in corso le lezioni, poi un campo da golf affollato di giocatori e infine un gruppo di case. Quindi, mentre si preparavano ad azionare i seggiolini eiettabili, l'aereo ha perso quota, ha tranciato alcuni cavi dell'alta tensione e si è schiantato. Il loro eroismo ha evitato un massacro.

Non posso evitare di ricordare quale fu il comportamento dei piloti italiani che, a Casalecchio di Reno, per salvarsi la vita lasciarono schiantare il proprio aereo contro una scuola, provocando decine di morti. Questi due fatti di cronaca mi sembrano una dimostrazione lampante del concetto di generosità, di scelta volontaria, che si attribuisce agli italiani, criticando invece l'impostazione condizionata dal sociale dei giapponesi.

Se il pilota italiano ha il suo momento di generosità, deciderà di morire al posto dei civili, se non ce l'ha come nel caso di Casalecchio, i civili muoiono al posto suo. Insomma della generosità non ci si può fidare.

Proprio per il fatto che è una scelta volontaria, può anche diventare una scelta di non essere generosi. Se c'è meglio, ma quando non c'è cosa ci rimane?

Se non si può far conto su un po' di sano condizionamento sociale, sono guai grossi. Vi inviteremmo a preferire l'educazione alla generosità.

A chi accusa i giapponesi che viaggiano o si stabiliscono all'estero di perdere le proprie caratteristiche di cortesia e puntualità come pretesto per affermare che, in verità, quelle caratteristiche non sono intrinseche, ma solo una maschera esteriore, noi rispondiamo che, molto più probabilmente, i giapponesi si integrano, fin troppo bene, con popoli che non hanno quelle caratteristiche. Ci chiediamo infatti come facciano gli italiani anche solo a parlare, ad esempio, di puntualità.

La scrittura ideografica costringe a studi faticosissimi che durano anni, è vero, e ciò permetterebbe alla società un controllo molto sottile sulla cultura dei suoi cittadini?

Anche se la scuola dell'obbligo non insegna a leggere testi scientifici di una certa rilevanza, per nessuno è facile leggere un libro che parli di argomenti che non conosce. Un giapponese di circa 15 anni, con i suoi 2.000 kanji, può leggere quello che legge un suo coetaneo italiano, ammesso che quest'ultimo legga. Ad aiutarlo ad allargare la sua sfera culturale ci pensa il dizionario.

Il fatto certo è uno solo: i giapponesi leggono molto più di noi.

Durezza, aridità, conformismo, arroganza, razzismo. In poche parole, mancanza assoluta di rapporti umani. Questi sono i giapponesi? Se dovessimo scegliere il popolo più pacifico di questa terra, sceglieremmo i giapponesi.

I giapponesi crescono privi di quella morale giudaico-cristiana che tanta influenza ha su noi europei, ma ciò non significa che non abbiano coscienza morale. Il buddhismo, tanto per citare una delle dottrine più seguite, non ha coscienza morale? E la morale poi non è imposizione e non educazione?

Non sarà che a livello di libertà di pensiero e di religione (e dalla religione) si sta meglio in Giappone?

Il Giappone è un po' la Svizzera dell'Asia: gente ordinata ed efficiente ma un po' inquadrata, che lavora ma non si scanna. I giapponesi sono buoni ed onesti, ma un po' ingenui.

Meglio un paese di furbi come l'Italia? Gli italiani sono molto egoisti, se vediamo la cosa dal punto di vista giapponese. La loro grande cultura non potrà mai prendere la strada, giusta o errata che sia, tracciata idealmente dalla cultura occidentale.

Il Giappone è fondamentalmente una società tribale, proiettata nel ventesimo secolo. I giapponesi non hanno bisogno della psicoanalisi, perché vivono le loro nevrosi a livello di gruppo. Questo fa di loro degli incivili? I giapponesi non sono dei selvaggi, che poi non si capisce cosa significhi.

Sembra che il progresso non si addica al Giappone, che il paese sia alle prese con un progresso che non sa gestire. La crisi ciclica del Giappone si risolve innestando nel ceppo della tradizione il nuovo, ma la radice da cui il paese prende forza rimane sempre la stessa. Ciò assicura una stabilità di fondo.

Se è vero che il progresso tecnologico non ha fatto avanzare la civiltà giapponese, non vedo perché questo non valga anche per noi.

Dominati, controllati, allevati nel conformismo più assoluto, usati per interessi più grandi di loro. Il singolo in Giappone non è niente e non conta niente. Voi, nella società italiana, quanto contate?

In Giappone la diffidenza verso l'immigrato sembra inquietante. E' vero però che una politica d'immigrazione sensata deve tenere conto della necessità di aprirsi al mondo, ma anche delle necessità del paese ospitante, e tra queste l'evitare conflitti.

Un immigrato è un ospite, non deve diventare un invasore o un rivale. La multiculturalità è stata ed è tuttora una conquista lenta negli Stati Uniti, che pure sono nati grazie all'immigrazione; figuriamoci in un paese etnicamente omogeneo come il Giappone.

E come l'Italia.

I giapponesi ci fanno comodo per i loro soldi, niente di più.

Noi rappresentiamo per loro la creatività.

Questo aspetto è stato ampiamente trascurato nella loro cultura che predilige l' espressione di gruppo più che individuale. Siamo come un negozio pieno di vestiti colorati di tutti i tipi, fogge e misure, basta scegliere ciò che serve e prenderselo.

Ma non ci trattano certo come uno straccio, proprio in virtù della loro cultura.

Se è vero che siamo così creativi, dovremmo cominciare a vivere di conseguenza. Il popolo giapponese, negli ultimi secoli, ha viaggiato e, viaggiando, ha scoperto che c'è dell'altro, oltre il mare, da cui non bisogna necessariamente fuggire.

Che ne è della proverbiale voglia di navigare e scoprire degli italiani?

Affidiamoci alle osservazioni di Giuseppe Turani, estrapolate dal suo libro "Il miracolo economico mondiale", per avere un'idea di quanto ci stiamo perdendo:

 

I giovani hanno la sensazione di vivere in una società noiosa, povera, quasi senza orizzonti, in cui non succede niente di veramente entusiasmante. C'è la sensazione diffusa di essere finiti su un binario morto. Più che una società, questa sembra uno stagno, piccolo e con l'acqua molto inquinata. La miseria della realtà italiana si misura quando si fanno dei confronti. Veramente, per certi aspetti, siamo ancora una sorta di paese a socialismo reale, burocratico, privo di slanci, privo di inventiva, sempre spaventato di fronte al nuovo.

Ha ragione l'ex ministro delle Finanze di Silvio Berlusconi, Giulio Tremonti: che senso ha, alle soglie del 2000, detassare l'acquisto di motorini? Non sarebbe più serio detassare i computer, i corsi di inglese, l'iscrizione a facoltà scientifiche, la ricerca avanzata? Come aveva ragione, su questo almeno, l'ex ministro degli Esteri Gianni De Michelis quando proponeva, negli anni '80, di organizzare corsi di massa per insegnare ai giovani ad usare i computer. "Non so a che cosa potrà servire tutto questo, ma so che servirà". Non si sbagliava.

Ma sembra quasi impossibile per la società italiana fare qualche passo in avanti, spingersi un pò più in là della pura quotidianità. Non si vedono in giro progetti di un certo respiro, di una certa modernità. Avremmo, da vendere, qualcosa di meglio di qualche maglietta o di qualche paio di scarpe. L'Italia ufficiale è sempre pronta a dividersi sulle sciocchezze, ma mai a confrontarsi seriamente su qualcosa che è avanti a noi. Si ha la sensazione di un paese che ha rinunciato a capire che nel resto del mondo sta accadendo di tutto.

E' un po' come se l'Italia si fosse chiusa dentro il guscio delle sue piccole miserie e poi trascorresse le giornate guardando e riguardando queste miserie, del tutto inconsapevole che fuori tutto sta cambiando. E che noi, forse, in questo fuori, in questo nuovo, abbiamo qualche buona carta da giocare. Viviamo, in un certo senso, come se il mondo fosse finito, come se tutto il meglio possibile fosse alle nostre spalle e come se davanti a noi ci fosse solo una versione ridotta, più modesta, di anni che sono stati migliori, ma che, purtroppo, sono già passati e che non torneranno mai più. Se c'è un paradiso su questa Terra, ci siamo stati e ci hanno mandati via.

E' una cosa assolutamente incredibile. Mai il mondo è stato così in movimento e pieno di novità. Mai si è verificata un'occasione così grande, così ricca di promesse per tutti. E mai, qui in Italia, si è respirata un'aria rassegnata, stanca, sfiduciata, come adesso. Sembra quasi che noi si viva non su questo pianeta, ma in una sorta di universo parallelo. Un universo dove tutto è stato già consumato. Tutti quelli che tornano dalla Cina riferiscono dell'incredibile voglia di fare, di denaro, di novità che c'è in quel lontano Paese. L'Italia invece, sembra l'unico punto del pianeta in cui la vita si è fermata, in cui i sogni sono stati dimenticati, e in cui tutti tirano avanti, convinti che dietro l'angolo non ci sia proprio niente di interessante.

Siamo qui, in un certo senso, prigionieri del vecchio, prigionieri della nostra storia, incapaci di vedere le nuove frontiere, incapaci di capire che fuori dallo stagno c'è tutto un mondo nel quale c'è posto anche per noi. Ma sembra che la cosa difficile per noi italiani, sia proprio questa: capire che al di là dello stagno, fuori, le cose si stanno muovendo. Capire che il mondo è entrato in una fase positiva e interessante non sarebbe difficile. Basterebbe leggere i giornali e le riviste straniere, andare a qualche convegno, parlare ogni tanto con qualche scienzato o con qualche imprenditore, riflettere su quello che sta accadendo intorno a noi.

Solo che qui del futuro, del cambiamento, si parla pochissimo, quasi niente. Curiosamente, sono le minoranze i più attenti a queste cose, al nuovo che cresce nel mondo. Forse è perché le minoranze sanno di contare poco nel presente, e quindi guardano avanti. Ma forse è anche perché le minoranze sono più intelligenti delle maggioranze.

 

Senza essere così pessimisti come Turani, non è difficile capire che l'intelligenza nel nostro paese non è una merce apprezzata.

Noi italiani, in fondo, ci riteniamo i migliori e sfottiamo il mondo. Che però va avanti allegramente, senza di noi.

Vittorio Zucconi, nel suo libro "Il Giappone tra noi" afferma:

 

Il Giappone mi aveva dato la prima di una serie di lezioni: mio caro italiano un po' fesso che credi di sapere tutto, quello che sai non serve e quello che ti serve non lo sai.

 

Gli italiani sono i primi a fare le cose imputate ai giapponesi, ammesso che loro le facciano. Gli italiani conservano tanti pregiudizi e tanta mal riposta superbia, convinti come sono di saper vivere solo perché sanno preparare gli spaghetti, e di vivere nel bello solo perché hanno qualche palazzo antico più degli altri.

Alla fine succede che passano un quarto della loro vita in coda, lavorano e si stressano più di tutti e oltre tutto sono i meno pagati. L'Italia è il paese europeo in cui si consuma più eroina, così come l'ecstasy è in continua crescita. Siamo, in Europa, i più insoddisfatti verso il proprio paese. I nostri bambini sono i più obesi.

Non sarà che il bel vivere italiano è ormai un ricordo?

Qui tutto dorme, scriveva Madame de Stael sull'Italia. Non è mai troppo tardi per svegliarsi.

Il mondo è la patria del mondo, scriveva invece nel 1382 un notabile giapponese ad un imperatore cinese.

Il Giappone non è un paese incomprensibile, è semplicemente un paese sconosciuto.

A noi scoprire qual è il paese anormale.


Mani fredde, schiena curva, odore di pietre bagnate. Questo è il togi.

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Chi è I.N.T.K.

La I.N.T.K. – Itaria Nihon Tōken Kyōkai (Associazione italiana per la Spada Giapponese) è stata fondata a Bologna nel 1990 con lo scopo di diffondere lo studio della Tōken e salvaguardarne il millenario patrimonio artistico-culturale, collaborando con i maggiori Musei d’Arte Orientale ed il collezionismo privato. La I.N.T.K. è accreditata presso l’Ambasciata Giapponese di Roma, il Consolato Generale del Giappone di Milano, la Japan Foundation in Roma, la N.B.T.H.K. di Tōkyō. Seminari, conferenze, visite guidate a musei e mostre, viaggi di studio in Europa e Giappone, consulenze, pubblicazioni, il bollettino trimestrale inviato gratuitamente ai Soci, sono le principali attività della I.N.T.K., apolitica e senza scopo di lucro.

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"Una singola freccia si rompe facilmente, ma non dieci frecce tenute assieme."

(proverbio popolare giapponese)

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