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paolo placidi

Problema di "lana caprina" oppure ...... no ?

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Come noto ai più, ho realizzato - e continuo costantemente ad implementarlo - un ponderoso e probabilmente unico (nel suo genere) archivio che ha come oggetto il mondo della Nihontō e......... dintorni.

 

I caratteri utilizzati per descrivere i singoli elementi presenti nell'archivio (termini tecnici, date, lame, Tsuba, ecc....) sono sostanzialmente di tre tipi:

- caratteri della lingua italiana (con qualche "traduzione" in inglese ed in francese), utilizzati nella descrizione dei singoli oggetti (es: cosa si intende per Mokume, come è fatta una Tsuba, ....)

- traslitterazione Rōmanji del termine giapponese corrispondente, utilizzata per i singoli oggetti (es: Hada, Hamon, Nakago, Ashi, .....)

- Kanji, laddove a fronte del termine Rōmaji sono riuscito a reperire il / i corrispondenti Kanji.

 

Fino a qui tutto semplice.

Le cose cominciano a complicarsi quando si incontrano termini complessi quali: Ko Ashi, Ko Gunome, Chū Suguba, Ō Kissaki, ecc...... per non parlare di: Shinogi Zukuri, Torii Zori, Gunome Midare, ecc ..........

 

Come scrivere questi termini ?

Come li ho scritti sopra, ossia con uno spazio intermedio (Ko Ashi) oppure come li scriverebbe un anglofono, ossia con una lineetta di congiunzione (Ko-ashi) oppure come li pronuncia un giapponese (Koashi) il quale no fa una pausa tra "Ko" ed "Ashi" ?

 

A questo proposito ho interpellato l'ottimo Sandro e la sua risposta inizia con:

"La domanda che poni oggi è molto insidiosa, anche considerando che le risposte ad essa possono essere più di una............................ "

 

Voi cosa ne pensate ?

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problematica interessante, secondo me vanno scritti (per semplicità) nella lingua dell'utilizzatore, nel senso che credo che sia opportuno rendere il più facile possibile la lettura.

da italiano che mastica pochissimo il giapponese dico che con lo spazio si ha una più chiara interpretazione delle singole parole e quindi forse una migliore comprensione del testo con magari la fortuna in futuro di poter riconoscere parole simile in altri tesi, ad esempio Ko lo posso individuare sempre se lo trovo da solo, se trovassi koashi o kogunome avrei più difficoltà a capire che si tratta dello stesso prefisso.

Sorge però con l'uso degli spazi il problema di non sbagliare terminologia ( parlando con uno straniero) inserendo pause dove non ci sono creando delle storpiature.

 

propongo una cosa, se le parole fossero scritte così: KoAshi.... ŌKissaki....ToriiZori secondo voi sarebbero comprensibili?

Si distinguerebbero le maiuscole quindi le parole e si avrebbe comunque una continuità del suono, il problema è che non è un metodo universalmente riconosciuto non vorrei che sembrasse poco serio.


Shikishima no Yamatogokoro wo Hito towaba Asahi ni niou Yama-zakura bana. [Motoori Norinaga]

Se mi chiedete cos'è l'anima della razza giapponese della bella isola, rispondo che è come fiore di ciliegio selvatico ai primi raggi del sol levante, puro, chiaro e deliziosamente profumato.

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Io prediligo la versione anglofona, un pò per piacere di forma personale un pò perchè nello scrivere (su tastiera) mi viene più fluido rispetto all'uso alterno della maiuscola, il tipo di scrittura suggerito da Tenma.san penso che sia già utilizzato e comunque comprensibile!!!!

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Trattandosi di termini Giapponesi legati sostanzialmente al loro mondo e che per questo non sono usati che da loro, perchè non adoperarli così come loro li usano?

Una traduzione in Italiano o in Inglese migliora la loro comprensione?

Penso di no, anche nei kantei alcuni termini rimangono tali anche con le più svariate traduzioni un pò come se si usasse l'esperanto.


"accorciati la firma". Ernst Jünger

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Mauri, non mi è chiaro il tuo pensiero.

Se dovessi scrivere i diversi termini tecnici come li scrivono i giapponesi, dovrei scriverli solo sotto forma di ideogrammi quindi 肌 per Hada, 重ね per Kasane, 反り per Sori, 茎 per Nakago, 長さ per Nagasa, eccetera, eccetera.

Il testo diventerebbe quindi comprensibile solo per chi conosce il giapponese.

Se invece scrivo, Hada, Kasane, Sori, Nakago, Nagasa, ........ sia un italiano, che un francese, che un inglese, che un tedesco, ............. che un giapponese riescono a capire di che cosa sto parlando.

 

 

 

Tenma.san fa una proposta che potrebbe essere presa in considerazione e comunque in linea con il mio primo suggerimento: Ko Ashi, Ko Gunome, Ō Kissaki, .........

Modificato: da Paolo

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il giapponese è una lingua agglutinante, quindi credo che comunque abbia senso traslitterare unito tipo konie, kogunome okissaki. Certo è veramente la cosa più brutta e meno pratica da usare.

La maiuscola mi sembra una cosa solo grafica che non ha molto senso.



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io concorderei con Simone sull'attaccare i termini, tu ti incasini di meno e chi ha un minimo di base (e se la deve necessariamente fare) deve sapere cosa signifca ko e gunome, per esempio, per cui il significato e' chiaro. Ovviamente le parole combinate le si lascia separate (kogunome okissaki).

Non e' (sono all'estero e sulla tastiera del pc non trovo la e accentata) un grande sforzo imparare un po' di termini dai tanti glossari, ed anzi questo e' il "sacrificio" primario ed indispensabile per entrare un po' seriamente nel nostro mondo

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Il suggerimento di Tenma.san mi pare interessante ma forse, data la mole e la levatura enciclopedica del lavoro (non circoscrivibile, a mio parere, ai soli appassionati italiani) , impiegherei lo standard più internazionale possibile: quindi l'uso della lineetta.

 

Rinnovo i complimenti e l'interesse per il tuo 'motore' !

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Il suggerimento di Tenma.san mi pare interessante ma forse, data la mole e la levatura enciclopedica del lavoro (non circoscrivibile, a mio parere, ai soli appassionati italiani) , impiegherei lo standard più internazionale possibile: quindi l'uso della lineetta.

 

Rinnovo i complimenti e l'interesse per il tuo 'motore' !

Anch'io sono in linea (a proposito di lineette!) con quanto espresso da Jan. Per un normale testo preferirei la parola tutta attaccata, ma visto il tipo di lavoro che hai fatto la lineetta, che normalmente non amo, mi pare una buona via di mezzo per rendere le parole nella loro interezza offrendo al tempo stesso lo spunto per scomporle e riconoscerne " i pezzi" altrove.


http://beno.jimdo.com

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Vi ringrazio per i vostri interventi ed, avendone sopra accennato, inserisco la risposta che Sandro ha dato al mio quesito.

La sua è una risposta articolata ma che lascia in definitiva la decisione finale nelle mani dello scrivente.

 

 

"...............La domanda che poni oggi è molto insidiosa, anche considerando che le risposte ad essa possono essere più di una. Dal momento che non voglio tediarti più del dovuto con disquisizioni sui vari tipi di rōmaji, è sufficiente sapere che di questi ce ne sono tre e quello ormai più utilizzato di tutti è il metodo Hepburn. Anche in Giappone si possono notare diversi modi di scrittura, questo perché le regole che la romanizzazione dei caratteri giapponesi segue sono, a volte, ambigue e contraddittorie. Il trattino di divsione (-) andrebbe applicato ogniqualvolta ci si imbatta in una parola composta. Di conseguenza avremo: Ko-gunome, Ko-ashi, Chū-aoe, Gunome-midare. Perché allora non scriviamo rōma-ji, ma bensì rōmaji? Anche questo è un idioma formato da due parti, eppure la regola applicata è diversa. Ciò accade perché in occidente siamo abituati a trasformare le parole giapponesi tenendo presente la nostra fonetica: ma anche qui non c’é una regola standard dal momento che l’inglese, l’italiano, il tedesco e lo spagnolo sono lingue tra loro differenti. Come è opportuno operare? Dobbiamo decidere una linea da seguire per tutto il testo che ci accingiamo a scrivere, in modo che alla fine l’insieme risulti uniforme.

 

Per quel che mi riguarda, invece, cerco di essere il più possibile vicino alla lingua giapponese parlata. Un madrelingua difficilmente farà una pausa tra “ko” e “gunome”, pronunciando questo composto come un unico vocabolo: dunque, Kogunome, Koashi, Chūaoe e Gunomemidare. Personalmente ritengo che questo modo di romanizzare il giapponese sia abbastanza corretto, anche se so che il mio giudizio non potrà mai essere oggettivo dal momento che io studio la lingua giapponese. I miei docenti la pensavano allo stesso modo. Molti yamatologi anglofoni preferiscono, al contrario, mettere il trattino tra le parole composte."

Modificato: da Paolo

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