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A proposito di tradizione

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forgiatori.jpg

 

 

 

 

 

 

Un interpretazione in chiave tradizionale nella realizzazione di una lama:

 

La Tradizione è ciò che si ritiene la sublimazione in un percorso che per anni o secoli viene portato avanti senza cambiarne l’utilizzo nei materiali e dei mezzi per realizzarlo, oppure è tradizione ciò che ci sembra tale e che è di nostro gradimento?

 

Può un percorso tradizionale venir modificato a seconda delle esigenze del momento, può essere cambiato solo perché alcune sue parti ci risultano anacronistiche e sono tali perché non hanno senso o solo perché non riusciamo a darglielo.

 

Sappiamo cosa si intende per tradizionale o pensiamo di saperlo?

 

Se ragionare su questi aspetti ci porterà ad una visone delle cose meno superficiale , allora anche la parola tradizione avrà assunto per noi un percorso meno vacuo.

 

La Tradizione ha all’interno dei suoi aspetti forti legami con il mito, ed almeno per quanto riguarda le lame giapponesi questi aspetti in questo ambito non possono essere considerati di secondaria importanza.

 

La lavorazione dei metalli in tutte le culture tradizionali sembra quasi avere una matrice comune che la associa al divino, il processo che porta alla realizzazione di una lama assume addirittura in questo senso una forma di purificazione che è dovuta anche al fatto di essere realizzata passando attraverso processi che potremmo definire alchemici, questi stessi processi che nelle arti marziali portano l’adepto ad una forma mentale su se stesso che con il tempo e la costanza porta ad acquisire uno stato di purificazione soprattutto interiore che avvicinano sempre di più all’essenza della disciplina intrapresa.

 

Volendo possiamo leggere tutti i vari passaggi che compongono la realizzazione di una lama giapponese in modo tradizionale.

 

Partiamo pure dai suoi componenti:

 

La sabbia ferrosa:

 

E’ un componente della terra ma la sua estrazione non avviene scavandola con mezzi che in qualche maniera la violano, la sabbia ferrosa viene presa da fiumi e per questo motivo possiamo pensare che la terra che la lasci di sua volontà, l’elemento acqua con il suo fluire prende dallo stato solido quello che la terra rilascia.

 

Già in questo passaggio due importanti elementi; la Terra e l’Acqua sono parte di questo percorso tradizionale.

 

La materia prima il Tamahagane:

 

La formazione del Tamahagane è un parto vero e proprio.

 

Tramite una fornace Tatara che è al centro di una costruzione che serve a questo scopo e viene costruita tutta con elementi naturali a base di terra , all’interno della fornace un fuoco alimentato con carbone di legna, che ha la funzione di modificare tramite il suo calore la sabbia ferrosa, questa mescolata ad altro carbone fonde per diventare dopo un processo lungo e complesso il blocco di Kera che serve poi quale materia prima per la realizzazione delle lame, in questo processo oltre al fuoco un'altra componente importante è l’aria che serve alla fornace tatara per raggiungere la temperatura che porterà a fusione la sabbia ferrosa mutandola in tamahagane. Se vogliamo anche in questo si può afferrare un passaggio di purificazione, smontata la fornace e recuperato il blocco di Kera (tamahagane) lo si spezza, piccoli pezzi vengono poi messi nella forgia e poi battuti una prima volta per compattarli ulteriormente e togliere parte delle impurità che si trovano all’interno, fatto questo si procede a formare il pacchetto che poi andrà a formare il materiale (tsukurikomi) primario che dopo le vere battiture e piegature andrà a costituire la forma della lama.

 

La Forgia:

 

la forgia tradizionale anche in questo caso è formata da elementi che possiamo considerare naturali, i materiali sono tradizionali, in questi tutto ciò che è macchina viene bandito La forgia è di mattoni, l’aria viene portata con un mantice che è del tutto uguale a quelli che venivano usati agli albori della lavorazione della spada, il carbone è sempre lavorato ed usato alla stessa maniera e gli stessi componenti che azionano la forgia lavorano forse con le stesse movenze e lo stesso respiro di altri tempi.

 

Colui che aziona il mantice è poi la persona più importante della lavorazione di una lama è lo stesso che decide su tutta la lavorazione e su i suoi tempi.

 

I battitori cioè coloro che con i martelli amalgamano il metallo sono tre ognuno con un suo compito ed una sua importanza, una battitura a tre da la possibilità a chi la pratica, pur faticando, di non entrare in affanno, oltre al fatto che il tre in quasi tutte le grandi religioni è associato alla perfezione.

 

Tutto questo processo prevede l’utilizzo di più persone ma, dopo che sono state fatte le ripiegature e la lama comincia a prendere forma la lavorazione viene completamente presa in mano da colui che aziona il mantice è lui che deciderà da solo come sarà il carattere e la forma di questo manufatto, o forse sarebbe il caso di dire che è il manufatto che prende il carattere di chi lo costruisce, ed è proprio per questo motivo che si dice che queste lame hanno un anima.

 

Anche se l’anima di una lama è certamente la “tempra”, che poi andrà a definire lo hamon, guarda caso questo termine è usato appunto per sottolineare anche il carattere e la forza delle persone, sicuramente non è un caso.

 

La prima parte del lavoro di forgia termina quando il fabbro dopo aver dato una sbozzatura di massima alla lama con vari martelli passa alla definizione dei piani con quelle che potremmo definire vere e proprie pialle da ferro, pietre a grana grossa e lime, in questa fase le piccole aggiustature con martello, se ci sono, possono essere fatte anche a freddo sull’incudine su uno spesso legno ed in alcuni casi su un panetto di “rame” arroventato.

 

Arrivati alla forma voluta si passa alla tempra.

 

La Tempra:

 

In questo passaggio viene data la massima importanza alla realizzazione delle terre che andranno a ricoprire la lama (mi limito alla definizione di terre non sottovalutando gli altri ingredienti utilizzati in questo passaggio)

 

Generalmente queste sono almeno di due colori differenti, la cosa aiuta molto anche per la suddivisione visiva degli strati che sono poi quelli che daranno forma ai caratteri, in questo caso intesi quasi come kanji che il maestro scrive a suo modo quasi come in un racconto, che si potrà poi leggere alla fine di tutto il processo ma che lui avrà già in mente sin dall’inizio, questo tipo di scrittura che è propria di un maestro e che nei kantei molte volte è sinonimo anche di una scuola.

 

Nelle foto e nei disegni anche antichi possiamo notare che la lama in questo passaggio viene posizionata in modo tale che tutto il suo tagliente non poggi su niente, questa è tenuta da un sistema a zeppe sul nakago,

 

questo sistema comporta una certa flessibilità della stessa e l’applicazione dell’impasto con i coltellini o spatoline da parte dell’autore del procedimento ha bisogno di conseguenza di acquisizione di una maestria per certi versi simile a quella che avevano i nostri amanuensi quando riproducevano copie di codici miniati.

 

Quanto meno potremmo dire che in questo processo lo spirito ed il tempo scorrono allo stesso modo.

 

Terminato il processo la lama è di nuovo ricoperta tutta da uno strato di terra, quasi fosse tornata alla sua natura primordiale, fosse stata inglobata nuovamente dalla sua madre naturale, questo appunto intendevo quando ho parlato di parto.

 

È a questo punto che la forgia viene riaccesa, nella tradizione questo procedimento avviene di notte, si dice perché è più facile controllare il colore del metallo quando è in temperatura, ma è anche vero che la notte, la luna sono a tutti gli effetti elementi femminili, il fuoco e il sole maschili, l’unione di questi darà vita a questa lama, quando avrà raggiunto il giusto colore (rosso ciliegia), che in questo caso assimiliamo al colore solare, verrà immersa nell’acqua, è proprio in questo momento che la lama nascerà prendendo il suo carattere (tempra).

 

In questo momento la lama è nata, viene pulita dalle incrostazioni lasciate dalla terra e si inizia dopo un passaggio sul fuoco per togliere le tensioni residue la politura vera e propria.

 

La Politura:

 

Si può pensare che la politura di una lama possa essere fatta dallo stesso maestro che l’ha realizzata e questo in passato sicuramente avveniva molto più spesso di quanto non succeda oggi, la politura nei secoli ha cambiato metodi e significati, molte volte anche in funzione delle mode del momento, specie nei lunghi periodi di pace che ci sono stati in Giappone, lo stesso hamon, facendo un parallelo con la scrittura, potremmo dire che è come fosse passato da una forma arcaica, al computer. Con la politura si fa uscire il carattere della lama se ne accentuano i pregi cercando di smussarne gli eventuali difetti, in questo nostro mondo di specializzazione ormai i politori (togishi) di lame sono una vera e propria casta a se e gli stessi forgiatori quando raggiungono una certa notorietà cercano di utilizzare i migliori che ci sono sulla piazza, i livelli di specializzazione di questi ultimi ormai si può affermare che abbiano creato delle vere e proprie scuole.

 

Ma tornando al nostro percorso tradizionale ecco ricomparire elementi naturali quali pietre ed acqua, anche in questo, volendo fare un parallelo è come se la lama intraprendesse una sua ulteriore purificazione che ha il compito di portarla a dare il meglio di se per quello che è stata costruita, tagliare.

 

Le pietre dalla più grossa alla più fine con i loro passaggi portano il metallo ad una trasformazione che è simile a quella che esiste tra un allievo ed un maestro di arti marziali. Il togishi passa la lama e la sgrezza di tutto il superfluo accentuando i piani le forme ed il tagliente, evidenziandoli e migliorandone il carattere per quanto sono le sue possibilità, ogni pietra è un traguardo raggiunto ed una pulizia che è anche interiore, sempre di più la lama prende un suo carattere personale.

 

Si può certamente affermare che un buon Togishi come un buon maestro di arti marziali sa da quando ha usato la prima pietra cosa può pretendere da questo suo sforzo.

 

È un processo che avrà fine solo quando passate tutte le pietre si arriverà alla massima definizione della struttura della lama e del metallo, il boshi (la punta) intesa come culmine lasciato per ultimo sancirà la fine di questo processo ed anche la bravura interiore del politore.

 

Naturalmente in questo non ho preso volutamente in considerazione la parte del brunitoio o l’utilizzo dell’ossido di ferro, in quanto di per se stessi non influiscono ne sulle linnee di piano ne sul tagliente vero e proprio se non per una bellezza esteriore che potremmo assimilare al trucco nelle donne.

 

E nel lavoro di politura intendo essenzialmente quello svolto su lame contemporanee perché quello su lame vecchie o antiche è quasi sempre un compromesso di ciò che era una politura ed una lama nella sua forma originale.

 

Infatti si dice ridare nuova vita alla lama.

 

 

 

 

 

Queste considerazioni sono solo una delle chiavi di lettura, arrivano fin dove sono riuscito a capire, ma in ambito tradizionale queste chiavi sono molteplici ed in molti casi talmente profonde che almeno per quanto mi riguarda raggiungono spazi che non sono riuscito ad aprire e comprendere.

 

Spero comunque possa risultare una traccia su cui poter lavorare.


"accorciati la firma". Ernst Jünger

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Grazie per il bellissimo articolo mauri! :arigatou:

Credo che sia importante non perdere mai di vista l'aspetto spirituale della Nihonto:

la Spada Giapponese è un'opera d'arte, ma è anche un'arma e un simbolo.

Noi vediamo solo il risultato finale, ma comprendere il significato dei procedimenti che lo hanno prodotto e indagarne le ragioni pratiche e spirituali, ormai radicate nella tradizione, penso sia il modo migliore per mettersi nella migliore ottica per ammirare una spada.


"Hana wa sakuragi, hito wa bushi" (花は桜木人は武士) - "tra i fiori il ciliegio, tra gli uomini il guerriero"

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Sono considerazioni ed interpretazioni di notevole forza e conoscenza, che mi hanno dato da riflettere su alcuni punti a cui non avevo dato la giusta importanza.

Credo che nella volontà di perseverare in una tradizione ci sia anche il voler rispettare e condividere quanto più possibile gli sforzi e le gioie di chi, prima di noi, ha sudato, pregato, creduto, studiato sul campo e perseverato nel realizzare ciò che poi è stato tramandato.

Questo vale per ogni tipo di tradizione, non solo nel mondo delle lame giapponesi, ma anche nel mondo comune di tutti i giorni, ad esempio utilizzando uno strumento del padre o dei nonni (a noi "tramandato"), piuttosto che comprarne uno nuovo, quasi da tornare a stringerne la mano.

 

Sicuramente la tradizione si fonda su un "credo" forte e "carnale" di tutti coloro che ne fanno da via.

 

Bravo Maurizio, ancora una volta ci aiuti a riflettere con spunti chiari e interessanti.

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Grazie a voi che l'avete letto e commentato. :arigatou:


"accorciati la firma". Ernst Jünger

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Bellissime riflessioni Mauri, volendo aggiungere qualcosa possiamo vedere la politura come una sorta di educazione.

Prima il politore insegna le basi del carattere sgrossando il superfluo, poi, come un genitore che si confronta con un figlio che cresce, dovrà concentrarsi soltanto sui particolari più fini.



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Era appunto questo che intendevo quando ho paragonato i passaggi delle pietre dalla più grossa alla più fine, far venir fuori il meglio di ciò che è già all interno ma ancora da valorizzare, da far uscire, proprio come il percorso che compie il maestro con il suo allievo.

Parlo di maestro allievo perchè per me il padre della lama è colui che riesce a darle le sue caratteristiche e sopratutto la tempra.

Come nella nostra antichità è al fabbro che la terra si concede donandogli ciò di cui ha bisogno per la realizazione della sua opera, da questo connubio esce la lama, ma il fabbro deve saper cooridinare anche gli altri elementi semidivini come fuoco e acqua, deve saperli interpretare e adattarli al suo scopo.

 

Il Giappone che nasce come comunità contadina, ha questo rapporto che è anche assimilabile al lavoro che compie quest'ultimo quando inseminando la terra ne riceve i suoi frutti.

Modificato: da mauri

"accorciati la firma". Ernst Jünger

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A me pare una bellissima interpretazione ricca di sentimento e di poesia, ma forse si scivola quasi verso una forma quasi "religiosa" che, come mi ha confermato il maestro Yoshindo in alcune chiacchierate avute, è assolutamente assente nel lavoro del Kaji che è piuttosto dedizione apprendimento e tanto tanto tanto esercizio. Nello studio della spada, poi, dobbiamo distinguere tra scuola tradizione e stile; la scuola è quella dovi si apprende direttamente dal maestro l'arte della forgiature , es.: la scuola Tadayoshi; la tradizione sono tutte quelle informazioni trasmesse sempre in linea diretta ma che appartengono a più scuole che si rifanno, appunto, ad una unica "tradizione", es.: la tradizione Hizen ( di cui Tadayoshi fu appunto l'iniziatore); lo stile invece sono tutte quelle caratteristiche a cui ci si rifà per ricreare a posteriori un qualcosa che non ha più una linea diretta di discendenza, Es.: Naotane e GiroTaro Naokatsu, suo pupillo, hanno prodotto bellissime cose in stile Bizen anche perchè con la alluvione del XVI secolo del fiume Yoshi la tradizione Bizen è, purtroppo, venuta a mancare si può dire completamente. Grazie comunque per lo spunto molto, molto interessante. :arigatou:

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A questo punto bisognerebbe chiedersi cosa si intende per forma religiosa, la tradizione, almeno quella a cui mi riferisco non sottostà ad una religione ma semmai è quest’ultima che si sovrappone ad essa, la religione arriva dopo e nei casi migliori ci si adatta, non so cosa pensa il maestro Yoshindo e posso pensare che abbia una visione del suo lavoro totalmente dedicata ad un risultato che molte volte non è nemmeno percettibile da noi nella sua completezza.

Per me resta il fatto che nella tradizione Giapponese la spada è uno dei tre doni divini e non entro nel merito se questa è di una scuola o di un'altra perché nell’immaginario collettivo è da lì che le queste si formano, questo è tradizione come lo sono i riti di incoronazione del Tennò che rimangono tali anche in uno stato laico come è il Giappone moderno.

La mia è solo una delle possibili interpretazioni di un percorso tradizionale che in quanto tale si può e si dovrebbe adattare a tutte quelle branche del sapere in cui l’uomo a deciso di rimanere se stesso, lo stesso percorso lo posso realizzare nella cerimonia del te nel curare un bonsai nella ceramica ed in tanti altri ambiti compreso come ho accennato sopra nella lavorazione dei campi, certamente ne posso fare anche a meno, questo non aggiunge niente e niente leva alla bravura di un artigiano.

Anche perché quello che è il pensiero moderno sotto molti aspetti e antitetico da quello che è un pensiero tradizionale, ma almeno per quanto mi riguarda certe parole come appunto tradizione, penso, non debbano essere tirate da una parte all’altra seconda di…

Semmai siamo noi che ci dobbiamo adattare a queste senza volerle modificare perché questo modo di fare non è proprio tradizionale.

Modificato: da mauri

"accorciati la firma". Ernst Jünger

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Quindi tradizione anche nel senso di "do" giapponese?

La tradizione solo riduttivamente si può associare al modo di fare di una scuola, che si mantiene tale ed inalterata nel tempo, questo è un aspetto di ciò che è tradizionale, o sarebbe meglio dire di quello che questa scuola ha preso della tradizione primordiale alla quale tutti si dovrebbero assoggettare acettandone le pratiche e l'essere.

Tradizione soprattuto nel senso di continuazione di una strada percorsa dai padri e portata avanti perchè ritenuta espressione di un sentire comune..

Un esempio:

In un giardino zen cosa è tradizionale?

Colui che in questo luogo riesce a meditare?

Secondo me anche chi lo cura manualmente per renderlo quello che è, anche questo è tradizione.

 

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"accorciati la firma". Ernst Jünger

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Io credo che in fondo stiamo tutti dicendo la stessa cosa di base con una interpretazione che si volge in modo diverso secondo il nostro diverso modo di sentire, nel momento in cui Mauri dice che i tre doni tradizionali vengono dalla divinità ( la dea Amaterasu) ha pienamente ragione, ma la deità altro non è che la base di ogni religione e quindi ecco che torna con quello che dicevo io .

Indipendentemente da ciò che ha detto Yoshindo sensei tradizionali o innovativi sono dei gran belli oggetti queste spade base della nostra personalissima "religione" di venerazione del bello!

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Ognuno di noi ha sicuramente delle priorità che lo legano allo studio ed alla conoscenza di questi manufatti, e penso che in questo gli stessi Giapponesi non siano molto diversi da noi, una forma di giapponesismo negli Occidentali poi non è una cosa cosi nuova, forse i motivi di questo possono essere cambiati e sotto questo aspetto la rete in poco tempo è riuscita dove altri mezzi potremmo dire hanno fallito o hanno portato risultati risibili.

 

In Oriente tutto ciò che è legato al mondo della classe Samurai riporta ad una tradizione che non è nemmeno troppo indietro nel tempo ma che è riuscita a creare un alone di mito che in Occidente a portato a pensare che questi fossero i soli a dover essere presi in considerazione per comprendere questo paese.

 

Se i Samurai sono serviti per mantenere un ordine e dare l’unita ad un paese che all’epoca della loro ascesa era frazionato e in cui, tutti erano in guerra con tutti, la grandezza del Giappone però secondo il mio parere è dovuta più ai suoi contadini ed ai suoi artigiani, è certamente da questi che anche i samurai e le classi più elevate hanno attinto per rifarsi alle tradizioni dei padri.

 

E’ sicuramente con questo spirito che continuano a lavorare gran parte degli artigiani Giapponesi e certamente tra questi, coloro che producono lame hanno uno spazio rilevante.

 

Dottorone, attraverso le conversazioni avute con il maestro Yoshindo ha recepito un modo di vedere la tradizione, questo modo di per se può portare a dei risultati se vogliamo superiori, ma cosa è che lo rende tradizionale?

 

Tradizionale in questo caso, parlo della realizzazione di una lama alla maniera di una scuola, che cosa è?

 

Carpire tutti i segreti della sua costruzione?

 

Seguire percorsi e metodi che restano inalterati da centinaia di anni?

 

O solo arrivare al massimo sviluppo di questa opera utilizzando anche quello che la tecnica odierna ci mette a disposizione?

 

Penso che anche solo rispondendoci a queste poche domande, potremmo avvicinarci a ciò che si può definire tradizionale.

 

In quanto poi a farle rientrare solo in quello che per noi è un opera d’ arte, se ne comprendo la necessità da parte di un Giappone, che, per ovvi motivi non vuole più avere rapporti con il suo recente passato, non le giustifico per noi e ritengo anzi che questa visione sia molto riduttiva e discriminante per tutta quella simbologia che anche se ammantata del mito le rende totalmente uniche anche solo annoverandole con tutte quelle Armi con cui l’uomo ha percorso e costruito la sua Storia.

 

La maggior parte di noi anche senza volerlo ammettere è attratta da quello che questi manufatti sono cioè armi, per il rispetto e l’attenzione che incutono anche solo quando vengono sguainate per essere ammirate e studiate, pensiamo davvero che sia la stessa cosa e la stessa sensazione studiare un pezzo di ceramica Raku, oppure quest’ultima ci esprime un senso di fragilità.

 

Se qualcuno pensa che sia la stessa cosa vorrei fosse cosi gentile fa spiegarcene il perché.

 

Anche il Raku può essere realizzato in maniera tradizionale ed alla stessa maniera annovera tra i suoi artigiani dei Tesori Nazionali Viventi.

 

Ma almeno fuori dal Giappone non mi risulta abbia tanti estimatori o collezionisti quanto ne hanno le lame che sono prese in considerazione anche su questo nostro forum.


"accorciati la firma". Ernst Jünger

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Ancora degli altri interessanti punti di riflessione mauri, grazie.

 

sul punto della tradizione io penso che l'interrogativo tra il custodire una scuola piuttosto che di avvantaggiarsi di strumenti nuovi, sia un interrogativo tutt'altro che banale, al quale secondo me neanche gli artigiani stessi possono rispondere assolutamente.

Ci sono maestri che hanno idee molto più conservatrici e che non utilizzerebbero mai magli meccanici, acido nitrico etc, e altri che invece li sperimentano e li utilizzano. Alla fin dei conti io penso che sia più importante il risultato finale, e che se l'oggetto non viene snaturato da una pratica fuori dai canoni, è in un certo senso sia anche giusto che proprio gli artigiani che hanno già appreso e sanno usare la tecnica antica, a dover testare e confrontare i metodi nuovi con quelli tradizionali.

Il mio comunque è un pensiero all'occidentale, un pò scientifico che di nuovo non è molto "tradizionalista" nè tanto compatibile on l'etica e l'estetica giapponese.

 

Sul fascino di un oggetto, credo che non ci siano dubbi che una spada appaia per quello che è, la sottesa minaccia, la forza statica, il potenziale e la sensazione di potere che trasmette un arma sono elementi oggettivi che indubbiamente contribuiscono alla poesia di bellezza e simbologia che è la katana.



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Mauri, belle riflessioni.

mi permetto una precisazione ad Andrea Saratti, questa frase: "Es.: Naotane e GiroTaro Naokatsu, suo pupillo, hanno prodotto bellissime cose in stile Bizen anche perchè con la alluvione del XVI secolo del fiume Yoshi la tradizione Bizen è, purtroppo, venuta a mancare si può dire completamente" non è, a mio modo di vedere corretta. per prima cosa la minore importanza delle scuole di tradizione Bizen nel periodo Shinto è da ricercarsi in altri fattori(e va detto che nello Shinto tutti gli stili "puri" vennero soppiantati da stili misti, senza entrare troppo nel dettaglio.) e questi fattori furono comuni a tutte le gokaden, in un certo senso le gokaden avevano fatto il loro tempo, e per ritrovare oggetti effettivamente figli di una tradizione ben precisa dobbiamo arrivare allo shinshinto.

in secondo luogo l'alluvione(sulla cui data precisa esistono almeno tre versioni) non distrusse l'intera città di Osafune ma cambiò il corso del fiume Yoshii. effettivamente durante l'alluvione morirono molti fabbri appartenenti alle scuole Sukesada MA l'intera famiglia di Yokoyama Toshiro Sukesada sopravvisse(questo secondo le due fonti più catastrofiche: Biyo-kokushi e Tobi-Gunson-Shi), ma non furono i soli. sono conosciute lame di Jurozaemon Harumitsu, di Saemonshichiro Harumitsu, Toshiro e Yosabei Sukesada con date ben successive a quelle dell'alluvione. il Meikan cita anche altri fabbri minori sue-Bizen sopravvissuti. di Toshiro Sukesada si sa anche che venne assunto dal daimyo Kobayakawa Hideaki al cui servizio rimase fino alla sua morte. in quest'ottica i fabbri shinto e shinshinto di scuola Bizen Sukesada non sono meri "imitatori" ma veri e propri discendenti di questi fabbri. a loro vanno aggiunti i vari esponenti delle scuole Ishido che seppur copiassero uno stile più antico appartenevano comunque di nome e di fatto alla tradizione di Bizen essendo discendenti di fabbri trapiantatisi in altre località(Osaka, Edo, Fukuoka).

 

G.

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me lo sono letto tre volte.

bellissimo!

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