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mauri

L'Arte del tiro con l'arco

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kyudo 001.JPG

 

Un libro di Jackson S. Morisawa, artista e disegnatore, ha applicato la disciplina del kyudo quale mezzo per cercare un approccio allo Zen.

Assieme al Maestro Suhara Osho di Engahu-ji, ha fondato la scuola Kyudo Chozen-ji.

Il libro è corredato da oltre 300 illustrazioni.

 

Guardare: www.edizionimediterranee.it


"accorciati la firma". Ernst Jünger

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kyudo e zen?.........ochio che non vanno molto d'accordo

E dopo 20 anni di pratica, ne so qualche cosa................ :rolleyes:

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kyudo e zen?.........ochio che non vanno molto d'accordo

E dopo 20 anni di pratica, ne so qualche cosa................ :rolleyes:

Ciao, mi scuso per l'intromissione, non intervengo praticamente mai però mi ha incuriosito la tua risposta, potresti spiegarmi /ci meglio ? Ci tengo a precisare che la mia è solo pura curiosità, non ho mai praticato Kyudo e nemmeno zen. Grazie. Ciao


“Et neuna cosa, quanto sia minima, può avere cominciamento o fine senza queste tre cose, cioè: senza potere, et senza sapere et senza con amore volere”

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é un fraintendimento nato parecchi anni fa dopo la pubblicazione del libro di Herigel "Lo Zen e il tiro con l'arco"

Herigel era un professore di filosofia che era andato in Giappone prima della guerra ad insegnare all'università di Sendai. Li ha cercato di entrare in contatto con lo Zen e dei professori suoi colleghi gli hanno indicato l'allora maestro di kyudo dell'università Hawa Kenzo. Così Herrigel ha praticato per 5 anni con Kenzo pensando di incontrare lo zen, ma è stato tutto una serrie di incomprensioni ed errori perché Herrigel non parlava il giapponese, Kenzo non parlava il tedesco e l'interprete che hanno usato non sapeva niente di Kyudo e per la maggior parte degli incontri non era presente. In più, Herrigel non sapeva che Hawa Kenzo era stato allontanato dal kyudo ufficiale giapponese perché si stava inventando una religione tutta sua basata sul tiro con l'arco.

Quindi figuratevi che minestrone di incomprensioni deve essere venuto fuori.

Un episodio su tutti. Nel libro c'è un passaggio in cui Herrigel descrive un incontro serale con Kenzo dove questo scocca due frecce nella toitale oscurità del dojo non illuminato o appena rischiarato dalla luce di una candela. In questi tiri, la seconda freccia colpisce la cocca della prima frecia scoccata, la scheggia e si pianta appena a fianco. Herrigel descrive questo episodio come una grande prova di controllo e capacità dovuta alla pratica dello zen, mentre Kenzo, non essendo in grado di spiegargli com'era la realtà, in quel monento ha soprasseduto all'accaduto. Ha però detto più tardi a un suo amico che que tiro era stato una coincidenza fortunata che non gli era mai capitata in tutta la vita e non gli sarebbe mai più capitata. Queste cose le sappiamo perché un'altro professore universitario, ha realizzato la sua tesi di laurea proprio sul libro di Herrigel, e dei due protagonisti, riportando tutto alla relatà delle cose e non a quello che loro si erano immaginati.

 

Lo Zen (in cinese Chan) viene introdotto in Giappone sin dal VII secolo, ma è con il periodo Kamakura che diventa un movimento autonomo che ha dato vita a delle sette.

Lo zen unisce caratteri propri del buddismo, del taoismo e dello yoga indiano e in pratica basa gli insegnamenti sul raggiungere l'illuminazione (cosa sia qualcuno me lo deve spiegare) basando tutto sulla meditazione perché, secondo la dottrina Zen, ognuno di noi possiede l'essenza del budda sepolta da qualche parte in noi e quindi per onuno di noi è possibile raggiungere il satori ripercorrendo l'esperienza che aveva fatto Budda, calandosi cioè in una profonda e genuina meditazione.

Per fare ciò i mestri Zen insegnano che si deve svuotare completamente il nostro spirito liberandolo da ogni cognizione di tempo, materia, pensiero ecc. Insomma fare il VUOTO della mente.

Raccomandano di meditare seduti (zazan) perché questo facilita la concentrazione e per eliminare il più possibile l'interferenza dell'intelletto, che ci fa ragionare, consigliano di concentrarsi sui Koan, i problemi razionalmente insolubili.

 

Questa cosa, come è facilmente intuibile, non funziona se viene applicata a un'attività che richiede uno studio e un'apprendimento particolarmente impegnativo come le arti marziali, proprio perché va in direzione opposta.

Questo i Samurai del passato lo sapevano bene, infatti erano soliti, per chi ci arrivava, che a una certa età i più altolocati e colti bushi diventasero monaci e si dedicasero alla meditazione. Ma solo dopo una vita passata ad apprendere come spaccar teste, passavano gli ultimi anni a cercare l'illuminazione come Budda, non prima, durante l'addestramento militare.

E' vero che comunque lo Zen ha poi, nei secoli, sempre più influito sulle attività artistiche del Giappone. La pittura, la cerimonua del tè, l'arte di disporre i fiori, ecc.

Ma non con l'addestramento bellico. Con la caduta della casta guerriera, quelle che una volta erano jutsu, cioè tecniche (spada, lancia, arco e via dicendo) sono diventati DO, cioè vie (altrimenti sarenìbbero sparite perché non più necesarie). Allora con un concetto così ampio, è stato facile, con gli anni, farci entrare anche lo Zen. Ma in realtà non è così che funzionano le arti marziali.

 

Il Kuydo della scuola Heki ha avuto la fortuna di non aver mai perduto il proprio maestro titolare e quindi di non aver mai interroto l'insegnamento originario che era prettamente di origine militare. Mentre il Kyudo della federazione, essendo stato creato alla fine degli anni 40, primi anni 50 dello scorso secolo, ha accolto dentro di se tutto quello che era di moda all'epoca, compreso il fatto che, dopo la guerra, non si poteva più parlare troppo apertamente di arti marziali (nazionaleismo, ecc.) e quindi una via al miglioramento di se legata alla meditazione era molto più accettabile che una via che riproponeva i vecchi valori dei samurai.

Ed ecco il fiorire di arti una volta marziali che improvvisamente diventano VIE per lo Zen......ma che con lo zen non nulla a che spartire. Con gli anni poi sono diventate sempre più di moda e quindi ecco il fiorire di un sacco di testi che però sono basati su un fraintendimento, voluto o meno ormai non è più così chiaro, ma sicuramente è chiaro che è un fraintendimento.

 

Il Kuydo, non avendo avuto una trasformazione/diffusione sportiva come il kendo, il Karate o il Judo, ma essendo rimasto una VIA "un po antica" e avendo avuto un testo di presentazione come lo Zen e il tiro con l'arco, che è uno dei testi più stampati e letti al mondo, ha subito molto questo "sbaglio di pensiero "

 

Io vivo, mangio, dormo e respiro kyudo da oltre 20 anni e ormai ci ho fatto il callo quando mi dicono che pratico l'arco Zen, ma tutte le volte che lo sento mi viene da ridere.

 

Spero di non essere stato troppo pedante. Scusate :arigatou:

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:arigatou: grazie, ho letto tutto con molto interesse. per niente pedante

Shikishima no Yamatogokoro wo Hito towaba Asahi ni niou Yama-zakura bana. [Motoori Norinaga]

Se mi chiedete cos'è l'anima della razza giapponese della bella isola, rispondo che è come fiore di ciliegio selvatico ai primi raggi del sol levante, puro, chiaro e deliziosamente profumato.

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Non concordo con Attila , non entro in merito al Kyudo che conosco molto superficialmente . Ma affermare che: lo Zen non ha influenzato le arti marziali è errato . Non sono comprensibili le arti marziali se esaminate solo ed esclusivamente da un punto di vista tecnico. Lo sapevano e lo sanno da sempre , coloro che dovendo addestrare dei combattenti agiscono più sulle motivazioni , vero motore delle azioni. Che dire allora di "Takuan SoHo " maestro Zen che tratta l'argomento nel suo testo "LA SAGGEZZA IMMUTABILE"? Non si dica che è una deriva recente, giustificabile con la necessita di far sopravvivere alcune arti. Non si confonda il Buddismo con le arti marziali ma non si ignorino gli aspetti "filosofico-religiosi" che le hanno profondamente influenzate tanto da rendere indistinguibile talune pratiche dei due aspetti , ( hara-kiri ne è un esempio ). La mia esperienza mi ha insegnato che : l'analisi di taluni aspetti di una civiltà , non può essere compresa se non alla luce di tutti i fattori che la distinguono.

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Discussione interessante.

 

Concordo con quanto esposto da Te-do a proposito dello Zen e delle arti marziali,

o meglio della filosofia o spiritualità e le arti marziali in generale.

Ma credo che Attila non intedesse che non vi è filosofia o spiritualità nelle arti marziali

e nello specifico nel kyudo.

Attila ha semplicemente reso giustizia alla grande ingiustizia che ha fatto si che in occidente,

dopo il libro di Herrigel, il kyudo giapponese fosse ingiustamente conosciuto come "l'arco Zen".

Anzi Attila è stato pure clemente nei confronti di questo grande fraintendimento storico-culturale.

 

Awa Kenzô(Il maestro di chiudo che Herrigel frequento) non era un praticante Zen o Buddista, anzi

semmai era un filosofo(a modo suo) Confuciano e Shintoista, legato se non al nuovo regime di stampo

nazionalista che stava crescendo nel Giappone degli anni 20 del novecento, comunque alla falsariga

della sua ideologia, del suo pensiero, e comunque, in parte, ad esso asservito.

A titolo di esempio riporto alcuni pensieri di Awa:

 

«Se si tira considerando il corpo esercitato come l’arco, il pensiero rettificato come la freccia,

il rispetto della lealtà come il bersaglio, lo scopo sarà necessariamente raggiunto»

 

«Il tiro con l’arco forma dei saggi, dei santi, degli eroi, dei servitori fedeli»

 

Una delle caratteristiche più salienti dello Zen è quella di essere amorale e senza scopo di servire

interessi personali o di chichessiano.

Credo dunque che vi sia ben poco di Zen in quanto da lui espresso o propugnato.

 

Con questo non voglio togliere nulla a il maestro Awa Kenzô, ma è giusto riportare la verità delle

cose alla luce.

 

Herrigel era un professore di filosofia, con studi di teologia alla spalle, Awa era un Maestro di

Kyudo e in generale di bushido, avente il grado di Hanshi conferitogli dalla Butokukai(associazione

nazionalista giapponese per le arti guerriere) che aveva una sua particolare filosofia di vita

particolarmente incentrata sul confucianesimo(dunque diametralmente opposta allo Zen) che non parlava

tedesco ma che usava spesso "termini Zen" per esprimersi(questo almeno stando a quanto dichiarato

dall'interprete di Herrigel). Se a questo aggiungiamo che Herrigel era alla ricerca dello Zen,

che i professori dell'università di Tôhôku indicarono Awa, erroneamente, come un cultore dello "Zen

attivo", e che lo stesso Awa si esprimeva in modo sibillino utilizzando spesso sistemi simil-zen

(mi si passi il termine), il fraintendimento era quasi inevitabile.

Sostanzialmente credo che Herrigel trovo quello che voleva trovare e Awa, forse, era convinto di

aver insegnato a Herrigel il contrario di quello che quest'ultimo pensava di aver appreso.

Insomma un vero e propio "misunderstand" su tutti i fronti.

 

Con questo non voglio dire che non si possa trovare lo Zen, o almeno tentare di praticarlo, nel

Kyudo. Ma concordo appieno con Attila, e con la logica, l'analisi marziale e storica, oltre che

con il buonsenso, dicendo che il Kyudo non è "Arco Zen" ma bensì una delle più antiche e valenti

arti guerriere giapponesi.

Per ultimo posso dire che lo Zen attivo può essere praticato in qualsiasi arte marziale in cui

la ricerca del “mu-ga mu-shin”(il non io e il senza mente) è il mezzo attraverso il quale la

stessa arte si manifesta al suo livello più alto, dove la vittoria e la sconfitta non sono più

separate tra loro(concetto Taoista o Zen), e dove la vittoria, ma forse sarebbe meglio dire la

non-sconfitta, si ottiene lasciando la katana nella saya e la freccia ben riposta nell'ebira(faretra).


Giuro sul mio Onore di Cintura Nera; di Preservare anziché Distruggere; di Evitare lo scontro anziché Confrontarmi; di Confrontarmi anziché ricevere del Male; di fare del Male anziché Storpiare; di Storpiare anziché Uccidere; di Uccidere anziché di Morire; di Morire anziché disonorare la mia Cintura.

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Ho trovato strano che si dicesse: Kyudo e Zen...ochio che non vanno molto d'accordo .

Chi pratica sa che la forma e la sostanza sono la stessa cosa , non possiamo praticare per la mente e non possiamo praticare senza la mente . Nella nostra cultura è "logico" distinguere le intenzioni dalle azioni , lo stato dalla religione, il rito dall'esperienza ( forse l'illuminismo aiuta ) Capisco che questo possa aver spinto ad una interpretazione del kyudo di parte ed incompleta (arco zen) come la distinzione tra jutsu e do . Per il Giappone delle koryu non è così , questo rende incomprensibile la traduzione di parole come Rei-shiki ecc. Si tenga presente che in Giappone solo recentemente si è coniata una parola per definire la Filosofia , quindi un sapere figlio del pensiero "puro". Se non teniamo in considerazione questi elementi rischiamo di passare dall'"arco zen" all'idea dell'"arte invincibile" cosa alla quale purtroppo siamo molto vicini .

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Io credo che Attila ci tenesse a scindere il Kyudo dallo Zen, semplicemente perchè il Kyudo ha origine a prescindere dello Zen, che poi si possano unire le cose o che il binomio possa alzare il livello all'espressione massima non lo posso escludere semplicemente perchè non pratico Kyudo!

Nella Koryu che pratico il termine Kokoro (che usa lo stesso ideogramma di Shin) è il cuore, lo spirito, l'anima di una persona o di una cosa.

Secondo la teoria filosofica cinese e giapponese, la sede dello spirito non si trova nella testa (in cui è situata l'intelligenza) ma nel cuore.

Kokoro rappresenta quindi l'essenza dell'uomo (o di una cosa) e la sua realtà assoluta.

In un arte sia essa marziale o di altro tipo, un discepolo non potrà riuscire se egli non sarà permeato da Kokoro, che è quindi l'interesse spassionato, gratuito , fine a se stesso. Un budoka che dopo aver disputato un bel combattimento, non ha riportato la vittoria, non deve rattristarsi per la sconfitta che, se compresa, gli sarà di insegnamento, se ha combattuto non per vincere ad ogni costo, ma per vincere se stesso allora si dice che quel budoka ha il Kokoro.

Non credo quindi che le arti marziali e lo Zen sia inscindibili, al contrario come Attila credo che siano da anlizzare separatamente perche non nascono legate, i bushi in periodo di guerra si allenavano al combattimento prima di tutto poi la corrente religiosa o filosofica che seguivano o in cui credevano poteva dargli le motivazioni giuste per portare a termine il loro compito. La "vittoria senza combattere" fu messa nero su bianco circa 2300 anni fa da un gruppo di militari cinesi il cui patriarca si chiamava Sun Tzu, credo che Taquan SoHo l'abbia letto mooolto tempo dopo e che gli sia servito ad ispirarsi!!! Per quanto si possa oggi definire un testo filosofico Sun Tzu ( a mio avviso) altro non è che strategia militare sopraffina se vogliamo ma strategia!!!!

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Questo genere di discussione fu sollevata anni fa anche all'interno del Kyudo della Heki to-ryu italiana, e il capo scuola di allora ci fece un esempio molto semplice.

Prese dei sottobicchieri da birra e li gettò uno per volta sul tavolo facendoli toccare l'un l'altro leggermente e indicanone uno come se fosse la disciplina della spada, un'atro come se fosse il tiro con l'arco, un'altro ancora come se fosse il judo, poi un'altro ancora il karate , la pittura e via cosi. Uno infine lo indicò come lo zen e poi ci disse:

"Vedete, ognuno di queste attività, ha sviluppato una tecnica ed essendo tutte espressioni dell'animo umano (o del pensiero se preferite) hanno sicuramente delle emozioni in comune. Ma non si può apprenderne una come via d'ingesso a un'altra. Penso che nessuno di voi praticherebbe la via della spada e poi direbbe di essere altrettanto capace di usare il pennello per dipingere"...

Penso che il pensiero del Maestro sia chiaro.

Siccome ogni arte, ogni tecnica, sono tutte espressioni della capacità creativa dell'uomo, provocano sicuramente tutte emozioni comuni. Quindi è logico che portano allo stesso stato d'animo. Ma non si può sicuramente dire che praticandone una si può arrivare a praticarne anche un'altra.

Estremizzando, il ginnasta che vince la gara degli anelli, prova la stessa emozione dell'atleta che vince una gara di corsa. Sono esseri umani e le emozioni sono uguali. Ma nessuno si sognerebbe mai di dire che una è la via per apprendere l'altra.

 

Sbaglio?

 

Poi, certo che io parlo in particolare del Kyudo perché è quello che ha avuto la maggior evidenza nel mondo moderno di questo misunderstanding.

:arigatou:

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L'immagine dei sottobicchieri è suggestiva ma presenta una lacuna. Posso capite il fine prossimo della spada : tagliare diritto, o dell'arco , centrare il bersaglio , del pennello , comunicare ecc. Se solo questo fosse allora, quale è il fine dello zen? Nessuno credo possa affermare che praticando (zen o con altre modalità di carattere spirituale) si diventa "tuttologi" delle arti da combattimento , qui si tratta di stabilire quale sia lo scopo ultimo delle arti marziali. Anche perchè dal punto di vista dell'efficacia credo che spada , arco , naginata ecc. si possano considerare superate.

:arigatou:

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Voler negare l’influenza del fattore religioso nelle arti marziali giapponesi è come negare l’aspetto religioso dei Cavalieri Templari nella cultura Occidentale.

 

Alcuni di noi, forse la maggioranza riescono ad avvicinarsi alle arti marziali scindendole totalmente da questo aspetto, ma è pur vero che anche se pensiamo che queste fanno parte del nostro stile di vita, non per questo possiamo dire di esserne permeati nella totalità del nostro agire.

 

Lo Shinto e lo Zen sono forme di un pensare di un essere, rappresentano un modo dii concepire il proprio vivere e muoversi assieme agli altri, è su queste basi che si muove il Giappone e pur rivendicando una laicità dello Stato ancora oggi i sovrani si sottopongono durante la loro incoronazione a cerimonie e riti che sono propri di queste “Religioni”.

 

E’ possibile che per noi Occidentali nella pratica delle arti marziali queste non influiscano in maniera rilevante sul percorso che ci proponiamo di seguire, alla stessa maniera del fatto che su queste non influisce il nostro essere Cristiani, (ed in questo inserisco anche chi si professa Ateo perché si rapporta per definirsi tale a quelli che sono i fondamenti della nostra religione).


"accorciati la firma". Ernst Jünger

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Dalle informazioni che ho avuro io da un maestro zen, lo scopo di questa peatica....come ho scritto sopra.....è:

 

"in pratica basa gli insegnamenti sul raggiungere l'illuminazione basando tutto sulla meditazione perché, secondo la dottrina Zen, ognuno di noi possiede l'essenza del budda sepolta da qualche parte in noi e quindi per onuno di noi è possibile raggiungere il satori ripercorrendo l'esperienza che aveva fatto Budda, calandosi cioè in una profonda e genuina meditazione".

 

Poi sono almeno 200 anni he queste arti di combattimento sono superata, ma non i valori che comunque trasmetono........che anche in questo caso, sono comuni a molte altre attività.

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Permettetemi di ridurre il termine "illuminazione" a mettere in luce . Presuntuosamente riduco il tutto a : vedere la verità oggettiva , priva di ogni limite soggettivo. Sicuramente aspetti come il controllo delle emozioni , sono stati gli aspetti più perseguiti dai Samurai , di conseguenza anche quelli più strettamente religiosi. (lo zen non è solo una pratica religiosa )

Chi pratica una koryu , si vanta spesso di esercitare delle tecniche "storiche" concrete , quanto è aderente una pratica che tiene in conto solo la tecnica e non il contesto filosofico-religioso nel contesto delle arti marziali?

Tutto è lecito in democrazia , ma non nel "Budo" che richiede almeno uno stile di vita coerente tra pensiero ed azione. :arigatou:

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