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Simone Di Franco

Uchiko: sashikomi, kessho e politure vecchie

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Sono convinto che sovente le indicazioni 'fuorvianti' derivino da problemi di traduzione.

Lavorando sui bollettini NBTHK mi sono accorto che, pur nella limitatezza degli argomenti, vi sono errori, talvolta marchiani, di traduzione dal giapponese all'inglese. In alcuni casi è proprio il 'senso' delle frasi che viene riportato in modo diverso. Ne sto discutendo con Leon Kapp, a proposito di certe definizioni (come l'utsuri) che per anni sono state tradotte in una maniera e, ultimamente, in un'altra.

Quali sono, secondo voi, le indicazioni 'errate' nel testo di Nakahara ?

Magari sono stato io a tradurre male. :arigatou:

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GianLuca, figurati, l'errore non è tuo, tu hai tradotto benissimo. ci sono effettivamente, in più occasioni problemi dovuti a incomprensioni, ma non è questo il caso. anche perchè se ricordo bene il libro fu scritto a 4 mani, e Nakahara parla inglese, quindi escluderei questo problema.

Non voglio entrare in merito alla politura, è un discorso che, data la delicatezza del "dettaglio incriminato" lascio volentieri ad Andrea(:-P). per me posso dirti che certe idee di Nakahara, per esempio che le lame fossero in origine tutte firmate(non sto a specificare, anche perchè lui fa un discorso lungo, meglio per gli interessati leggerlo direttamente sul libro) per me sono un'inesattezza per vari motivi. un'inesattezza che si propaga in tutto quel capitolo e che secondo me andrebbe presa con le pinze. questa è, per il mio punto di vista, la più "grossa" che scrive. ricordo di essermi sentito fortemente dubbioso anche verso altre affermazioni ma è un discorso molto ampio.

anche la scelta delle lame "rappresentative" dei vari periodi è - pur mostrando lame di altissima qualità - un po' fuorviante: le scuole effettivamente rappresentate sono pochissime e forse non sono rappresentati tutti i vari stili che "coabitavano" contemporaneamente...

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Infatti spero che Andrea voglia intervenire per dare il suo parere 'tecnico'.

 

Il discorso delle lame mumei è in effetti emblematico. A suo tempo avevo tradotto anche quello ma, ora come ora, non mi ricordo se l'avevo pubblicato anche qui sul forum o solo sul Bollettino.

Io l'ho inteso come una sorta di 'provocazione', una polemica fondamentalmente riferita a coloro che hanno da guadagnare nella certificazione delle lame, facendo attribuzioni mirabolanti (una pratica di secolare memoria).

Anche il mercato delle spade può, a questo proposito, essere interpretato 'tra le righe' come calzante: ad esempio non sono molte le lame classificate Juyo Token che si trovino disponibili per l'acquisto (non mi riferisco al prezzo..). Quasi tutte sono mumei. Quindi viene da supporre, se il mercato fornisce un indizio statistico, che la percentuale di mumei, per una certa tipologia di lame particolarmente antiche, sia alta. Però quando la NBTHK apre il 'magazzino' per la sua mostra (ogni 5 anni circa, se non sbaglio), vi sono decine di lame di tutti gli autori più importanti, anche del Kamakura, debitamente firmate, mentre le mumei sono un'esigua minoranza. Viene da pensare che le mumei le 'rifilino' più volentieri a noi....chissà perchè ! :arigatou:

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Gianluca, mi sta benissimo la "provocazione", ma siccome tale provocazione la capisce solo chi ha una cultura piuttosto alta in materia, mentre il libro di per sè è adatto al principiante che si avvicina al mondo della spada giapponese mi permetto di trovarla fuori luogo. ben vengano le provocazioni, ma ritengo che la provocazione vada fatta in certe sedi, mentre in altre si debba fare INFORMAZIONE. questo è un po' il mio pensiero.

 

quanto al discorso delle juyo token mumei / firmate lo trovo tanto interessante quanto spinoso: molte lame presenti nei musei giapponesi sono magari le uniche(o una di due/tre) del tale spadaio (magari di epoca molto distante da noi, poniamo Heian / Kamakura per capirci) firmate. bene, chi ci dice che quelle siano sho-shin? due / tre lame firmate (quando magari le lame attribuite al tale spadaio con ragionevole dubbio sono una ventina) che valore statistico hanno? erano firmate perchè lo spadaio intendeva conservarle per se(avete mai visto la formula "da tramandare ai suoi discendenti" sotto il nome dello spadaio?)? erano firmate perchè lo richiedeva il committente? quelle firme sono la prima forma di "attribuzione" prima della nascita dei kinzogan ecc? ma poi perchè si trovano lame di livello qualitativo(non mi riferisco al certificato a cui attribuisco un valore molto relativo, senza offesa per nessuno ma proprio alla qualità della lama) altissimo / eccelso che non sono firmate seppure siano ubu? io credo che gli interrogativi siano moltissimi, a riguardo.

chiaramente per molti la lama firmata ritenuta originale con certificato NBTHK è più desiderabile(onestamente non mi sono mai accorto che ci sia una preponderanza di juyo token mumei, anzi ne ricordo moltissime firmate, anche se non mi riferisco alle 2/3 juyo che ci sono in vendita nei canali europei) e quindi probabilmente le firmate "spariscono" più velocemente, ma io guardo la qualità e non la firma/certificato(anche se ammetto di possedere anche lame certificate) quindi non vedo il problema. e sono sicuro che tanti, tantissimi, fanno come me.

G.

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Concordo: la qualità è più importante della firma (in effetti lo dice anche Nakahara, tanto per restare in tema..).

Purtroppo le quotazioni del mercato non mi pare seguano questo criterio. :arigatou:

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beh, a parità di qualità che la lama firmata valga di più è comprensibile, in effetti "ha qualcosa in più". quello su cui non concordo è che la presenza della firma sia sinonimo di maggiore qualità o che abbia altre valenze particolari. ci sono anche molte lame "storiche"(nel senso che hanno contribuito a scrivere la storia giapponese) che sono mumei... come la mettiamo?

quanto al resto cosa il mercato dice mi interessa in maniera molto relativa.

G.

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Avere uno scritto che conforta quanto da noi acquistato ci tranquillizza, ci da l'idea di non essere i soli ad aver fatto questa scelta, ma se nel mercato ha una sua giustificazione, nel personale è certamente una forma di insicurezza.


"Io sono Anarca non perché disprezzi l'autorità ma perché ne ho bisogno. Così, non sono nemmeno un miscredente, bensì uno che esige cose degne di fede".

 

Ernst Jünger

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certo Mauri, questo è vero, avere un pezzo di carta da sicurezza. ma credo si possa (ed in certi casi si debba) arrivare a giudicare da soli il proprio acquisto. sennò si sarà sempre dipendenti dalla conoscenza(o dall'ignoranza, visto che non sempre quanto detto corrisponde al vero, NBTHK compresa) altrui. e si comprerà quello che per un motivo o per l'altro piace agli altri, non a noi.

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Più che altro il pezzo di carta (e non ogni pezzo di carta...) da la sicurezza di poter vendere una lama, paradossalmente, anche per telefono. Soprattutto se si parla di pezzi (e di prezzi) importanti. I certificati muovono il mercato (che è composto anche da persone che non sono molto competenti) e, probabilmente, a volte sono 'tendenziosi'. Da cui la polemica di Nakahara. Concordo col fatto che si tratti di una polemica da 'addetti ai lavori' ma, se può aiutare ad aprire gli occhi o a farsi delle domande, tanto meglio. Corretta o meno che sia. Come dice Mauri, anche Nakahara è un pò 'toscanaccio' :arigatou:

 

Resta il fatto che nell'attribuzione di una lama mumei rimanga sempre una 'piccola e perpetua incognita', per quanto la si studi a fondo, per quanto si sia competenti ed illuminati, etc., proprio perchè come si è giustamente detto i forgiatori non facevano lame tutte uguali, soprattutto nel koto.

Probabilmente fa parte del suo 'fascino', forse si tratta di una variante del concetto nipponico del 'non rivelato' di cui si parlava qualche giorno fa. Mi sta bene. Mi suscita perplessità quando su un pezzo di carta si indica nome e magari decennio di produzione di una lama mumei forgiata 500 anni fa e su questi parametri (non sulla qualità in sè della lama) si stabiliscano i valori di mercato. In questo ci vedo un altro spirito, anch'esso tipico nipponico: quello del mercante.

 

Ma stiamo andando paurosamente OT.

Modificato: da G.Luca Venier

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Premesso che ho apprezzato il libro di Nakahara, se non altro per il fatto che pone dubbi e magari cerca di far riflettere e tralasciando il discorso dei certificati, già discusso ampiamente (quasi indispensabili quando girano soldi e c'è poca conoscenza, ovviamente accendendo un cero sull'onestà del certificatore), ritornando sulle politure dovremmo cominciare forse a ragionare in termini di restauro occidentale: ovviamente noi prendiam per sacrosanta la consuetudine nipponica di piallare allegramente lame antiche (per la carità, con metodo assolutamente tradizionale) sia per assecondare il gusto collezionistico che quello curatoriale da museo. Non so se i giapponesi, assai ligi alla tradizione, si son posti il problema che, passato il tempo delle guerre e dei samurai, forse ci vorrebbe un approccio più conservativo, a costo di avere una lama non così affilata o che spara hataraki tutto intorno. In occidente qualsiasi oggetto antico di valore in teoria viene preservato, con meno integrazioni moderne possibili, ovviamente a costo di vedere i segni del tempo; semplici operazioni di pulitura di dipinti antichi a volte scatenano furiose polemiche, se il risultato sembra troppo "un nuovo dipinto" senza segni del tempo. Magari una sashikomi senza ripartire ogni volta dall'ara-to, lasciando qualche riga, qualche dente o occhietto di ruggine per i futuri secoli di vita della lama sarebbe preferibile, ma è un mio parere personale...

:ichiban:

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Renato concordo. il materiale di cui la lama è composta è "finito", se si polisce a casaccio e a tutto spiano per eliminare ogni dettaglio negativo si accorcia notevolmente la vita della lama. ma da quello che vedo alcuni politori giapponesi cominciano ad avere un apporto più conservativo alla politura. e questo mi piace. anche in molti musei la tradizione sta cedendo il passo a metodi di conservazione migliori rispetto all'uso dell'uchiko.

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In generale , fatti salvi i casi particolari, la cultura artistica giapponese si è sempre orientata verso forme di restauro e conservazione abbastanza integrali. Lo si può vedere ovunque, nella manutezione di templi secolari, nella nihonto, nei giardini... si tratta di un vero e proprio sustrato culturale in cui il concetto di conservazione viene spesso intepretato con ciò che noi definiremmo "rinnovo". Questo approccio è nel cuore delle opere nipponiche e - a mio modo di vedere - avvicinarsi alla cultura artistica giapponese con questa occidentale inclinazione alla "suggestione della patina" non è corretto. Ne stravolge in qualche modo la natura. E' propro la misura di questo "bisogno di patina" che è diversa tra noi e loro al punto che in taluni casi in Giappone -laddove la patina costituisca elemento importante- anch'essa viene "rinnovata" portata ad una condizione di artificiosa naturalezza. E' un confine sottile, uno di quegli aspetti che rendono così particolare e spesso indescrivibile ciò che l'occhio vede ed il cuore sente.
Per quanto sia imperativo nel togi avere un atteggiamento conservativo , penso che ci si debba per contro liberare anche di un certo "terrore dell'arato" , in primis perchè l'uso di pietre invasive è spesso molto limitato, in secondo luogo perchè stiamo parlando di durissimo acciaio e spesso mi pare non si abbia la corretta percezione di quanto siano infinitesimali gli spessori che vengono asportati. Dunque la regola dovrebbe essere "mai erodere oltre il minimo necessario" ma al contempo "non trascurare l'obiettivo della bellezza pura ed assuluta".
Ricorderei inoltre che l'azione naturale dell'ossidazione trascurata su una lama è assai più invasiva di un togi, quindi ragionando in termini di preservazione è sicuramente maggior garanzia di lunga vita un togi ben eseguito piuttosto che una patina instabile.

Modificato: da Kentozazen

Mani fredde, schiena curva, odore di pietre bagnate. Questo è il togi.

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Concordo pienamente con quanto espresso da Andrea, teniamo conto anche del fatto che solo in pochi casi si può parlare di arte, poi che a livello personale ci si debba accontentare di una lama artigianale pensandola come opera d'arte è solo un alimento per il mercato globale in crescita.

Siamo stati i massimi creatori di opere d'Arte nel nostro paese anche perché eravamo eccelsi anche nel nostro artigianato.

Abbiamo dei Musei meravigliosi nati per pochi meta di moltitudini, ma quanti di questi sono competenti nel comprendere ciò che vedono.

Quasi mai la quantità è sinonimo di qualità.

Le opere d'arte sono pezzi solitari, tutto il resto è artigianato ed a volte nemmeno quello.

 

Quante lame vorrebbero essere morte in battaglia anzi che deteriorarsi nelle mani di un cultore della materia?

Modificato: da mauri

"Io sono Anarca non perché disprezzi l'autorità ma perché ne ho bisogno. Così, non sono nemmeno un miscredente, bensì uno che esige cose degne di fede".

 

Ernst Jünger

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Sono in completa sintonia con le vostre considerazioni.

Chiacchierando con Kapp gli avevo giusto chiesto un suo parere a proposito di quelle forti riflessioni di Nakahara su certe politure forse 'non necessarie': anche lui mi confermava che in Giappone, per i concorsi di politura o per far 'fare carriera' ad una lama (più alto il grado di certificazione ambìto più alto il livello della politura richiesto per superare shinsa...) o anche solo per togliere una tacca, si siano eseguiti togi probabilmente un pò 'gratuiti'. Questo però nel passato, poichè adesso anche in Giappone l'approccio sembrerebbe assai più prudente.

 

Resta il fatto, incontestabile, che quando ammiriamo una lama (magari del Kamakura) in perfetta politura, splendente, apparentemente senza un difetto quasi che sia eternamente 'pronta all'uso', la sensazione che se ne trae è unica e fa sembrare qualsiasi altra lama storica, in patina, come una reliquia del passato, una cosa ormai 'morta', buona giusto per essere esposta in un museo. :arigatou:

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Ehhh concordo, mi piace la definizione "eternamente pronta all'uso", è per questo che la nihonto sopravvive anche alla modernità.


Mani fredde, schiena curva, odore di pietre bagnate. Questo è il togi.

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L'anno scorso in Giappone, nel togiba di Sensei Fujishiro Okisato ho visto lame di notevole importanza,in politura quasi perfette, nel senso che vi erano al massimo due micro graffietti insignificanti ( a mio modesto parere) per loro, probabilmente non sono così insignificanti. Immagino che l'intervento, non sarà stato invasivo,il fatto stà che queste "imperfezioni" da alcuni collezionisti non sono tollerate.Immagino che i proprietari di quelle lame (oltre che facoltosi per potersele permettere) devono essere esperti intenditori.Detto ciò si suppone che ancora oggi i giapponesi convivono con le sue contraddizioni e forse esigendo

" l'eternamete pronta all'uso "

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legalmente uno può fare quello che crede con i propri oggetti.

moralmente io ritengo che il discorso sia leggermente diverso, ma quì si apre un discorso molto complesso.

concordo con Simone, i samurai non penso che tenessero molto alle righette, inoltre bisogna considerare che le politure moderne non esistevano, ed il grado di finitura a cui si arriva oggi era impensabile anche solo 150 anni fa. quindi direi che non solo il graffio non era un problema, ma non era nemmeno "percepibile" come tale.

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