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Mauro Rossi

L'arte nella cultura giapponese

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Penso di far cosa gradita segnalando uno dei migliori articoli che mi sia mai capitato di leggere sul concetto di "arte" nella cultura giapponese.

Lo spunto di partenza è il bonsai, ma ben presto il discorso si allarga, e ci si rende subito conto che certi concetti, espressi in maniera chiara e profonda allo stesso tempo, appartengono a pieno titolo anche al mondo delle lame.

Ve ne consiglio caldamente la lettura.

http://www.sakkakyookai-e.com/?page_id=234

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Due righe di commento...
Tra le tante cose interessanti di questo articolo particolarmente meritevole di menzione è, ritengo, la distinzione fra i termini di "bijutso" e "geijutso",
che significano entrambi "arte", ma con accenti profondamente differenti.
Il primo termine ("bijutso") è stato coniato nel 19° secolo, per rendere il termine occidentale "belle arti", mentre il secondo termine ("geijutso") è presente
nella lingua giapponese fin dall'antichità. Esso significa letteralmente: "acquisizione di una raffinata capacità per mezzo di pratica ed esercizio
prolungati". Ancor più significativamente, esso originariamente stava ad indicare la manipolazione di elementi naturali per produrre una forma raffinata
e bella.
"Bijutso" è inteso come "il bello" in quanto tale, cioè il processo realizzato. Mentre "geijutso" è proprio "quel" processo; un processo che "conduce"
alla bellezza ("geijutso" è dunque il "fare" la bellezza). L'arte nella cultura giapponese più tradizionale è dunque intesa prima di tutto come una capacità
"artigianale"; una capacità, cioè, che porta l'oggetto (ricordiamo il concetto di manipolazione di elementi naturali; elementi che dunque "preeesistono"
al soggetto che li manipola - o che li crea, come nella cultura occidentale) al suo massimo grado di perfezione.
Ma vi è di più. Il termine giapponese "shinzembi" contempla il bello nel senso di "geijutso", e lo coniuga con i significati di "verità" e di "bene".
Ritroviamo questi concetti nell'occidente precristiano, nella cultura e nella filosofia greca e romana, nella quale vediamo che l'espressione del "bello"
è soprattutto, come in Platone, espressione del bene e della verità (faccio anche l'esempio della cura della bellezza del corpo, dell'attività sportiva,
che nella Grecia classica è essenzialmente attività morale (come del resto in Giovenale, che afferma: "mens sana in corpore sano").
Ecco dunque dove nasce quell'intima connessione dell'aspetto estetico con quello spirituale e morale che accomuna l'arte del bonsai e l'arte delle lame;
connessione che molti di noi, penetrati dai concetti occidentali sedimentati nei secoli, faticano non poco a comprendere.
E allora, dice l'autore dell'articolo Aldo Tollini, "geijutso" come un qualcosa che muove forze interiori, che porta alla comprensione, che eleva lo
spirito e lo pacifica. Nell'arte intesa come "geijutso" l'obiettivo non è solo la produzione di un'opera perfetta, o bella, ma anche il percorso di
un uomo che in tale produzione, all'interno di un processo di mutua crescita con l'opera che sta realizzando, scopre se stesso.
Se ci pensiamo, è questa "forma mentis" che fa dire a Saburo Kato (vedi il mio post: "il possesso e la coltivazione"): "il piacere del bonsai è nella
coltivazione (che è "geijutso"), non nel possesso" (che è "bijutso").

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