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Morte di un Maestro del Tè

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Il libro, una delle opere più importanti della letteratura del Sol Levante, ci trasporta in un mondo, quello giapponese del XVI° secolo, con una concezione dell’esistenza e, in particolare, della libertà individuale, distanti dai canoni della nostra “civiltà occidentale” e per questo motivo per noi tanto affascinante quanto difficile ad essere interamente penetrato. Al centro della narrazione, infatti, è un monaco buddista, maestro della cerimonia del Té – “la cui essenza è condensata nei principi di armonia, rispetto, purezza” – un’”arte” importante nella cultura popolare e tradizionale nipponica. E’ un libro, quindi, che si impone non solo per l’intrinseco valore letterario ma, soprattutto, per i suoi contenuti di profonda spiritualità.

L’Autore narra di essere venuto in possesso di un diario scritto dal monaco Honkakubo, vissuto tra il XVI° ed il XVII° secolo, in cui vengono rievocati gli ultimi giorni di vita del suo Grande Maestro, cultore della Via del Tè, Sen no Rikyu,“sistematizzatore”della cerimonia del Tè, che ebbe un grande seguito nel XVI° secolo (morì nel 1591 all’età di 69 anni. L’allievo prediletto ha dedicato tutta la sua vita per comprendere i motivi dell’oscura morte del suo maestro, e di altri maestri del Tè dell’epoca, che, senza alcuna apparente colpa, accettarono di eseguire, senza discutere, gli ordini del potente leader militare Thietomi Hideyoshui: togliersi la vita facendo “seppuku” (il suicido rituale buddista). Eppure Sen no Rikyu si era sempre dimostrato osservante delle leggi e delle regole che legano il subordinato al suo Signore ed, anzi, si era conquistato un grande seguito e altrettanti meriti nella vita (1522/1591) riformando incisivamente la cerimonia del Tè e fondando una scuola nella quale praticare la Via del Tè secondo l’indirizzo Ura Skuke.

Come deve essere interpretata, quindi, la condotta del Maestro: un’estrema protesta contro il potere dominante ovvero la solenne rivendicazione della libertà individuale? Intorno a questo tema si dipanano i ricordi e le profonde riflessioni sul destino umano dell’Autore del Diario, che dovrà trovare da sé le risposte che si aspettava dal Maestro.


"Io sono Anarca non perché disprezzi l'autorità ma perché ne ho bisogno. Così, non sono nemmeno un miscredente, bensì uno che esige cose degne di fede".

 

Ernst Jünger

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Se il libro sulla maestria ha suscitato alcuni spunti di riflessione, questo ne sottopone al lettore almeno altrettanti.

Certamente da leggere, anche per la collocazione storica in cui si situa ed a cui fa riferimento.


"Io sono Anarca non perché disprezzi l'autorità ma perché ne ho bisogno. Così, non sono nemmeno un miscredente, bensì uno che esige cose degne di fede".

 

Ernst Jünger

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Mi par di capire dallo spunto concesso dalla prefazione che il concetto di essere a "servizio" sia analogo nella cultura giapponese dell'epoca, in un maestro del the che nel bushido, il monaco tradisce il concetto di "servire" ritenendo che la spiritualità del gesto sia talmente superiore all'obbedienza dovuta al signore che per coerenza (ed ecco tornare Mishima) non vè altra via che il seppuku.

Lo leggerò sicuramente in vacanza per approfondire tutto ciò. Grazie Mauri buonanotte.


Antonio Vincenzo

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Sciogliere gli enigmi del pensiero nipponico e' sempre arduo.

Una parte della mia famiglia e' orientale, indonesiana per la precisione.

La mentalità giapponese l'abbiamo quindi conosciuta da invasori violenti e inumani.

Se vi siete accorti, questa cosa spunta qua e là .

 

Do quindi un piccolo contributo, che mi giunge in parte dal passato della mia famiglia.

Il concetto di libertà individuale è piuttosto lontano dalla mentalità giapponese di sempre.

Il giapponese non agisce individualmente, agisce per il clan, per il paese, per la natura e le sue leggi.

Mai individualmente.

Un modo di pensare che affonda le sue radici nello scintoismo e forse, prima ancora, nei retaggi tribali di una terra in cui la natura e' violenta ed il modo di rapportarsi con lei e' quello di aderire, invece di contrastare, facendo gruppo.

Il suicidio rituale è solo parzialmente un atto di protesta.

Esso è anche il riconoscimento di uno status di inutilità verso il proprio gruppo.

Il fallimento nell'adempimento dei propri obblighi verso il gruppo.

Un fallimento che porta ad uno stato di mancanza di rispetto verso se stessi e agli occhi degli altri elementi del gruppo.

Un sentimento che assimiliamo, un po' impropriamente, al termine Onore, che però manca di questa marcata sfumatura collettiva.

Anche il gesto più violento e fanatico è quindi sempre semplicemente il compimento del proprio dovere verso il gruppo, la Patria, la Natura, Dio (se così possiamo chiamarlo). Concetti non distinti completamente.

La vita del singolo individuo non conta.

Nella nostra cultura individualista è difficile comprendere, ma se andiamo indietro nel tempo troviamo tracce di questo modo di pensare collettivo anche nella nostra cultura. Si pensi ad esempio alla morte di Socrate.

 

Per quanto riguarda Sen No Rikyu, c'è qualcosa di più .

Se vogliamo usare termini a noi cari, sta finendo l'era Koto ed un nuovo mondo con nuove regole, quello Shinto, sta nascendo.

Oggi saremmo tentati di liquidare semplicemente con la chiusura di un epoca di guerra e l'apertura alla pace.

In realtà fu un vero e proprio sovvertimento di valori sociali.

Ora banalizzo tremendamente per rendere l'idea, ma uomini del calibro di Sen No Rikyu non avrebbero mai accettato di diventare "cortigiani vil razza dannata", non per orgoglio individuale, ma semplicemente perché sarebbe venuto meno il loro compito sociale.

E quale era il compito sociale di un maestro del tè in un epoca di guerra?

Quale il suo importante servizio sociale?

 

Quello di far capire il prezioso sapore di un sorso di tè.

Fuor di metafora , la bellezza è l'intensità di ogni istante di vita.

Un'intensità che può essere tale solo per chi rischia di perderla in ogni istante e in quel sorso di tè amaro coglie un attimo di bellezza e serenità .

Un epoca che sarebbe tramontata di lì a poco.

Sen No Rikyu se na va sereno e sorridente.

Egli va a ricongiungersi coi tanti compagni guerrieri che ha servito prima che sopraggiungesse il loro ultimo respiro.

Con lo stesso spirito sorridente, spavaldo e coraggioso, senza esitazione, con la coscienza pulita di chi segue sempre il suo dovere, fino alla fine.

Perché si può essere un guerriero anche a settant'anni suonati e, accorgendosi che il proprio tempo è finito, salutare garbatamente e far scivolare l'uscio di casa in silenzio e senza rimpianti.

 

...Mishima fece del suo seppuku un gesto mediatico e di protesta vibrante.

Mishima lancia un grido di disperazione, Rikyu è in pace con se stesso e col mondo che lo circonda.


 

月の道

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...e va bene, un po' di propaganda dell'establishment non la possiamo completamente escludere.

Hideyoshi fa una figura da pirla probabilmente non proprio in linea col personaggi storico.😏


 

月の道

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Mirabile divulgazione, ogni periodo che esprimi potrebbe creare un topic di discussione a sé, ti ringrazio Getsu, Mauri aveva intuito che questo argomento poteva rivelarsi estremamente interessante anche perché credo che questa cultura che tu descrivi è strettamente attinente alla materia che qui si studia, sarebbe interessante creare una nuova discussione su questo scibile (se tu fossi disponibile Getsu) vista la conoscenza che ti appartiene. La cultura come la definisci te tarda koto fino a tutto il periodo Tokugawa non può non essere anche attraverso le letture di testi come questo oggetto di studio correlato alle nihonto e al bushido.


Antonio Vincenzo

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Grazie Getsu per questo tuo intervento.


"Io sono Anarca non perché disprezzi l'autorità ma perché ne ho bisogno. Così, non sono nemmeno un miscredente, bensì uno che esige cose degne di fede".

 

Ernst Jünger

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Grazie per le belle parole di apprezzamento.

Più che aprire nuovi topic di dubbio interesse, potrebbe invece valere la pena di sottolineare una grande lezione che ci arriva dal prezioso lavoro di Sen No Rikyu, che ha un'importante attinenza con il mondo delle Nihonto.

Il Maestro viene infatti considerato, a torto o a ragione, il codificatore di quella sobria, semplice ed elegante estetica francescana che migra dal buddismo zen nel raffinato mondo di corte.

Una vera e propria rivoluzione estetica allora non immediatamente compresa.

Anzi, contrastata con forza.

Rikyu bandisce una sorta di interpretazione barocca dell'arte cinese, allora ancora in voga, per passare a definire criteri artistici più propriamente nipponici. Mi scuso ancora per la banalizzazione che il mezzo è lo spazio impongono.

Sto ovviamente parlando dei concetti di wabi sabi e yugen.

Non sto a discuterne, anche perché tra i lettori c'è gente più titolata di me a parlarne. Amo talvolta riassumere questi concetti con una semplice frase della nostra splendida Anna Magnani: "Volete togliermi queste rughe?!? Ma se ci ho messo una vita a farmele venire!".

 

C'è invece un importante fraintendimento che talvolta mi capita di leggere.

Si parla talvolta di elogio dell'imperfezione.

Non è completamente corretto.

Si dovrebbe invece parlare di perfezione del tutto.

Soprattutto quando questo tutto ci arriva come prodotto di elementi naturali che generazioni precedenti hanno elaborato, utilizzato e hanno poi inteso preservare e tramandare ai posteri.

Sono oggetti che hanno una sorta di preziosità collettiva.

 

Se oggi chiamassero a Sen No Rikyu, maestro di estetica, ad arredare uno dei nostri salotti bene, sceglierebbe una delle meravigliose produzioni del maestro Yoshihara o prenderebbe invece una lama del suo periodo, prodotta per essere usata, magari con qualche kizu evidente, posta in un semplice buke zukuri magari rabberciato?

Insomma, uno di quegli oggetti che qui, di tanto in tanto, schifiamo?!?


 

月の道

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grazie Getsunomichi (o Getsunomei no michi) per le tue parole e per la tua visione.


Sii immobile come una montagna ...
ma non trattare le cose importanti troppo seriamente.

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"Magari con qualche kizu evidente" ....quei kizu quella lama cia ha messo una vita per farseli venire!!!......meraviglioso!


Antonio Vincenzo

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Vi posto un brano del libro preso da: http://www.skira.net/books/morte-di-un-maestro-del-te

 

sono già passati oltre sei anni dal giorno in cui il maestro Rikyu fu costretto a togliersi la vita facendo seppuku.

Prima ho detto di essermi allontanato dalla Via del Tè perché era troppo segnata dal mio maestro, ma questo non significa che mi sia allontanato da lui. Anzi, ho addirittura la sensazione di essere in grado di servirlo molto meglio da quando vivo in completo isolamento, qui a Shugakuin: sento la sua voce più volte al giorno e riesco anche a parlargli; rivedo il modo in cui preparava il tè, sempre libero e indulgente, lasciandosi guidare dall’ispirazione del momento; a volte mi ripete una delle sue frasi preferite: ‘Dopotutto il Tè è la giusta combinazione di fuoco e acqua’; gli pongo numerose domande alle quali risponde puntuale e volentieri.

C’è tuttavia una domanda di fronte alla quale resta sempre in silenzio… Accade quando gli chiedo cosa poteva essere e rappresentare quel sentiero
che percorrevamo insieme nel mio sogno.
Ricordo che a volte, quando era in vita, rifiutava di rispondere ai miei quesiti gridando: ‘Questa non è una cosa da chiedere agli altri! Devi riflettere da solo!’. Faceva orecchio da mercante e non diceva nemmeno una parola. Vuoi vedere che anche a proposito di quel lungo sentiero di ghiaia che mi è apparso in sogno devo trovare una risposta da solo?”


"Io sono Anarca non perché disprezzi l'autorità ma perché ne ho bisogno. Così, non sono nemmeno un miscredente, bensì uno che esige cose degne di fede".

 

Ernst Jünger

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