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Parole.. (di Y.M.)

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Non volendo ulteriormente contaminare la discussione di Paolari sull'harakiri e il bell'intervento di G., riprendo qua.. postando un estratto dell'incontro all'Università di Tokio del 1969, .. semplicemnte per condividere e agitare un pò la mia "sporca" coscenza (come detto da Altura - smile pease) in questi attuali contesti low-tone.

 

 

Riparto da qua

...
Beh, se ne stiamo ancora parlando, direi che ci è riuscito.
Ma è riuscito a fare l'artista e il creativo pubblicitario che conosce i media.
Nessuno lo ricorda per l'uomo che incarnava i valori del Bushido.
Lo si ricorda perché è stato un grande scrittore che ha fatto una fine tragica.

aggiungerei, comodamente, alla maniera dei vecchi samurai.

 

 

Ricordiamoci che nel 68, viste le vicine vicissitudini nel sud-est asiativo (leggasi Vietnam) gli americani sono stabilemente in Giappone.

 

Mishima contro gli studenti – Il dibattito
scritto da Redazione Giappone in Italia

Yukio Mishima (1925-1970) è senza dubbio uno dei più famosi e apprezzati autori giapponesi contemporanei. Oltre che ai suoi romanzi, tuttavia, la sua fama è anche tristemente legata al suo suicidio – eseguito tramite seppuku dopo aver occupato con una squadriglia paramilitare il ministero della difesa.

 

Pur rimanendo sempre distante dalla vita politica del suo Paese, Mishima aveva delle idee chiare e forti – talvolta persino scomode – che si rifanno al nazionalismo giapponese. L’esaltazione dell’Imperatore, ritenuto l’emblema dello spirito giapponese, la condanna della Costituzione redatta dopo la seconda guerra mondiale e della subordinazione – a suo parere ingiusta – agli Stati Uniti sono elementi chiave della sua visione storico-politica. Mishima dedicò la sua intera vita alla ricerca del connubio perfetto tra arte, bellezza e azione nel segno di quello che per lui era diventato il valore supremo, ossia il Giappone stesso.

Quelli che riportiamo nella traduzione di Stefano Bresciani sono alcuni frammenti tradotti in italiano del dibattito tenuto da Mishima all’Università di Tokyo, nel maggio del 1969. Durante tutto il 1968 e parte del 1969, associazioni studentesche come lo Zenkyōtō (全共闘, letteralmente “comitato di tutte le università unite nella lotta”) e sindacati studenteschi come lo Zengakuren (全学連, nato nel 1948), sull’onda dei movimenti europei ed americani, protestarono contro la presenza massiccia di militari americani sul suolo giapponese, dovuta alla guerra in Vietnam. Si trattava principalmente di gruppi che lottavano anche in nome di istanze care all’estrema sinistra, la matrice opposta a quella in cui oggi lo scrittore viene collocato, spesso a sproposito.

Il dibattito fu acceso (è riportato come molti studenti urlassero e controbattessero ferocemente alle affermazioni dello scrittore) e documentato, anche da alcune fotografie. Dell’intero dibattito – di cui riportiamo solo alcuni brevi passaggi – esiste un’edizione cartacea in giapponese curata dagli stessi studenti che vi parteciparono all’epoca (oggi molti di loro sono affermati accademici). In quest’articolo iniziamo a riportare due punti del lungo dibattito.

 

Il parere di Mishima sui suoi uditori, i membri dello Zenkyōtō

In ogni caso, in quel periodo (Mishima sta parlando di quanto successo attorno al 1952, N.d.r.), c’era qualcosa che ho pensato guardando le facce delle autorità governative. Il 28 aprile (il giorno di quell’anno in cui il Giappone riacquistò la piena sovranità dall’occupazione degli Usa, N.d.r.), al mattino, nei loro occhi non c’era nulla che desse l’apparenza di ansia o disagio. Questo mi portò ad ammirarli straordinariamente, ma se fossi stato un membro dello Zengakuren, come mi sarei sentito?
Questo mi fece pensare al romanzo di Mauriac, Therese Desqueyroux. In quest’opera, una donna di nome Teresa mette del veleno nella bevanda del marito. Perché sta avvelenando suo marito? Forse lei non lo amava? Non possiamo saperlo con chiarezza. Forse lo odiava? Nemmeno questo si può dire con certezza. Sebbene non siamo capaci di definire chiaramente il movente, il fatto è che lei l’ha avvelenato. Anche se Mauriac stava cercando di affermare delle verità psicologiche, alla fine, Teresa uccise il coniuge perché “aveva visto ansia, paura, disagio negli occhi del marito”. Questa è certamente la mia interpretazione, ma al di là di ciò voi, che mi state ascoltando, volete vedere la paura negli occhi delle autorità e del potere, e di questo non c’è dubbio. Ad essere onesti, è qualcosa che anche io vorrei vedere. Vogliamo vedere le stesse cose da una prospettiva diversa. Perché non sopporto gli esseri umani che si sentono sicuri, e a questo punto non mi piace proprio come si sono messe le cose. [ride]

Yukio Mishima - Discorso agli studenti

Mishima parla della centralità del tempo nella creazione artistica

Studente (S): Oserei dire che le persone che si sono opposte alla Destra hanno costituito uno spazio specifico di lotta per tale obiettivo. Si avvicinano timidamente alla Destra e ne arrivano a contatto. Si misurano a partire da loro stessi, e come nelle Metamorfosi di Kafka, avanzano come un bruco. Trasformano il dibattito in una danza. Tuttavia la tua (di Mishima, N.d.r.) danza non pare simile alla loro. Anche se in questo dibattito si fanno collegamenti dall’inizio alla fine, non tocchiamo mai totalmente le cose di cui discutiamo.

Mishima (M): Questo tuttavia è dovuto alla natura delle parole, non trovate? La caratteristica speciale di ciò che chiamiamo “parole” è che non vengono mai a contatto con le cose che descrivono; ci provano con tutta la loro forza, ma non toccano, né diventano mai tali cose.

S: Ma, se posso permettermi, quando un lavoro creativo viene scritto, non ha bisogno di riconoscersi nella volontà del suo creatore, sbaglio? Si potrebbe dire che il lavoro creativo si crea, autonomamente, il proprio spazio.

M: Io stesso continuo a ripetere che, tuttavia, quello spazio autonomo, da solo, non è soddisfacente. Se lo conquisti senza aggiungere il tempo all’insieme, non vale nulla.

S: Beh, le cose si stanno facendo serie.

M: Per niente! [ride. Applauso generale]

 

Mishima critica l’idea di una teleologia della storia, riflettendo sulle parole, sul loro significato, sul subconscio collettivo e sul tempo in generale

… A partire da quello che hai detto, tu sostieni che una comprensione accettabile del presente potrebbe essere contenuta in una spiegazione teleologica? Sì, ciò sembra pertinente con il tuo argomento. Avrei qualcosa da ridere su di essa, ma proviamo a pensare alla sua continuazione logica nel futuro. E’ una possibile via di comprensione. Per me, è assolutamente impossibile approcciare la comprensione del presente mediante un approccio teleologico. Di conseguenza, il presente e il passato, o anche il futuro, hanno la loro dimensione completamente diversa e separata dalle altre, e tali devono essere considerati.


Io non sono né un pittore né un musicista; sono solo uno scrittore. Queste sono solo parole, giusto? In una comunità, l’arte del linguaggio, della poesia e affini, esiste solo grazie alle corrispondenze create dalle parole, e perciò se io, che sono qui davanti a voi, signore e signori, cominciassi a parlare in russo, ebbene quanti di voi potrebbero capirmi? L’unicità del giapponese come mezzo di comunicazione dipende da un accordo volontario sul suo significato, anche se, forse, non potremmo mai raggiungere tale accordo. Nonostante le parole siano insufficienti per descrivere qualcosa, tentiamo di usarle continuamente. Perciò, se le mie parole non hanno un significato consistente e persistente, esse non hanno il potere di essere trasmesse a voi, signore e signori. Tuttavia, se le mie prime parole verso di voi fossero state qualcosa come, per dire, la pubblicità di una penna stilografica, il significato inscritto in esse sarebbe stato totalmente diverso. Quello che genera il significato nelle parole è la loro fissità, non solo nello spazio che descrivono ma anche nella loro consistenza e ordine nel tempo, e la nostra comune comprensione; se dobbiamo usare le parole, esse devono avere questa fissità nel corso del tempo per essere comprensibili e significanti. Possiamo seguire questo ragionamento per determinare che le parole appartengono al passato. Questo tuttavia non è il caso per la generazione iniziale di un linguaggio; in ogni generazione avviene un raffinarsi del linguaggio e della letteratura e il significato delle parole viene all’essere mediante questo raffinarsi. Le parole che uso come mio materiale da scrittore, devono avere il loro precedente nel passato. Quello che riconosco come il presente, invece, lo posso solo descrivere attingendo dalla mia coscienza di cose e idee intorno a me; devo scegliere dal mio armamentario un’idea che serva allo scopo del mio Io attuale, e portarla fuori, nel mondo. Questa selezione ha sempre luogo, poiché una frase è costituita parola per parola, e anche le decisioni più piccole devono essere ponderate: dovrei dire “La donna sta sorridendo” o “La donna sorride”? Dovrei dire “Come un fiore, sorrise”, nello stile riconoscibile di Kawabata Yasunari (premio Nobel per la letteratura, amico e mentore di Mishima, morì anch’egli suicida nel 1972, N.d.R.), qualcosa che tutti si aspetterebbero da me? [Mishima ride] Dovrei dire che “Come una triste luna, ella portava un contegno ameno”, come potremmo aspettarci da qualcun altro? Inoltre, non è solo la scelta delle parole che deve essere presa in esame nella costruzione del linguaggio, ma anche la disposizione di tali parole. Così è come faccio io, così è come avviene il processo di selezione.

Per me, al contrario di chi presenta il passato e il presente come cose appartenenti alla stessa dimensione, riferirsi al passato è riferirsi al lungo effetto cumulativo del passato, e alla conseguente accumulazione di cultura; questa stessa accumulazione dovrebbe essere tenuta in grande considerazione. Il mio sentimento, il mio avere a cuore le eredità culturali del passato, oggi è disprezzato. E questo perché si è arrivato a considerare tali sentimenti inutili e morti. Anche se non vorrei fare nomi, Nakamura Shinichiro (scrittore giapponese, N.d.R.) e le persone a lui affini, la loro idea sul culturalismo, (bunkashugi, lett. “dominio della cultura”) è qualcosa che ho odiato per molto tempo. E questo perché ritengono la cultura solo una serie di relitti venuti dal passato. Essi stessi non riescono a evitare il fatto che il loro lavoro e la loro persona imitano questi relitti; sono intrappolati nella stessa cultura che essi criticano. Per me, la cultura è sia l’accumulazione di idee nel tempo, sia la continuità con l’Io, che si forma nel presente. Nel momento in cui esteriorizziamo la cultura, la interiorizziamo simultaneamente, nel corso del processo di selezione delle idee; esso è ciò che guida la nostra condotta ogni momento. Questi comportamenti e l’accumulazione di scelte su altre scelte modellano la forma delle opere d’arte, delle opere scientifiche, e via dicendo, ma se sorpassiamo, se tentiamo di andare oltre le opere del passato, finiamo per creare qualcosa che verrà immediatamente respinto in un passato. In questo modo, viviamo la stessa vita degli scrittori.
Adesso sarebbe un buon momento per chiedere: cos’è il futuro? Il futuro è un verso libero; è ciò che non è codificato. Il futuro, nel suo stato fluido, è qualcosa che pressiamo mediante i nostri atti di selezione istantanei. Continuando a pressare, il futuro prende forma, ma non appena si solidifica diventa insulso e noioso. E continuiamo a pressarlo questo fluido che diventa solido, e quindi diventa di nuovo noioso, e così avanti a pressare e a vivere la nostra vita, giusto? Ad ogni modo, io trovo questa idea dello stato fluido del futuro un qualcosa su cui non valga la pena scommettere: io vivo nel momento presente, nel momento che sto vivendo ora. Per me, il futuro, il presente e il passato non hanno alcuna relazione significativa; non credo in una teleologia che può intervenire per mediare la loro esistenza. Questo è quello che vorrei dirvi, questa è la mia posizione sulla questione.

 

 

.. Per certi aspetti mi ricorda un po Pasolini. .. (Petrolio, dixit)

così è, se vi pare..


Sii immobile come una montagna ...
ma non trattare le cose importanti troppo seriamente.

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Ottimo OT.

Belle divagazioni sulla filosofia della parola espresse da un personaggio non proprio comune.

Giusta la similitudine con Pasolini, molto più simili di quanto il tuo istinto Beta abbia intuito, sicuramente opposti nelle idee sul nazionalismo che Mishima anelava fondandolo sull'idea di un grande Giappone, mentre Pasolini…..

Mi chiedo, se Mishima fosse stato oltre che scrittore, poeta (comanco Pasolini) fosse, dicevo, stato anche regista (come solo Pasolini), come sarebbe stato organizzato lo "show" di quella mattina di un giorno da cani in cui mise in scena il suo suicidio?

E siccome erano contemporanei come lo avrebbe messo in scena Pasolini? Se chiamato a farlo?


Antonio Vincenzo

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La similitudine, sottolineata anche da Getsu, (è sua la frase riportata) è abbastanza rilevata, per me) sta nell'animo tormentato, più che nel gesto.. quello o quei modi di analizzare e scannerrizare le situazioni e talvolta annullarne le sfumature, ne sono solo la conseguenza...

sarà forse la sensibilità che taluni soggetti acquisiscono "aprendosi" a più fronti... non so.

Animo tormentato al pari di Bennosuke, anche detto MM.. e non pensate a Marilyn.

 

Regista lo è stato.. "una vita in quattro capitoli" e "il giorno dell'autodeterminazione" e sicuramente nel prepare e compiere quel gesto "per ricevere l'immortalità" (forse meglio dire per mantenere vivo "un frammento di vita").

 

Quello che mi piace sottolineare di questo scritto è un pensiero molto legato ai mutamenti che avvengono anche a nostra (sprovveduta) insaputa.

«La caratteristica speciale di ciò che chiamiamo “parole” è che non vengono mai a contatto con le cose che descrivono; ci provano con tutta la loro forza, ma non toccano, né diventano mai tali cose.»

 

Ho sempre ritenuto le parole delle scatole vuote che uno riempie più o meno alla beneemeglio... anche in base alle proprie latitudini di appartenenza o frequentazione.

bye-bye, baby

 

 

 

ps1 @@Altura: fosse stato anche regista (come solo Pasolini) Non l'ho capita.. Pasolini solo regista..?? poeta traduttore sceneggiatore saggista e romanziere..

 

ps2 Scusa GianLuca . . . sto integrando e postando mentre tu, forse, provi a leggere. Lypámai


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Scusa devo essermi espresso male io, intendevo dire come solo Pasolini era anche regista nei confronti di Mishima, cioè rapportato a lui (fra i due Pasolini era il solo regista), sbagliando non sapevo che anche Mishima si era cimentato con la regia. Posseggo scritti di Pasolini specialmente un vecchio libro di poesie scritto nel 1942 "poesie a Casarsa" da dove ciò estraggo:

essi che si costruirono leggi fuori dalla legge.

essi che si adattarono ad un mondo sotto il mondo

essi che credevano ad un Dio servo di Dio

essi che cantavano ai massacri del re

essi che ballavano alle guerre borghesi

essi che pregavano alle lotte operaie

….deponendo l'onestà delle religioni contadine.

dimenticando l'onore della malavita tradendo il candore dei popoli barbari

dietro ai loro Alì.

Sto osservando la luna che lentamente si sta si sta riilluminando dopo l'eclisse…..è bellissima ! Una resurrezione!


Antonio Vincenzo

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...

essi che si costruirono leggi fuori dalla legge.

essi che si adattarono ad un mondo sotto il mondo

essi che credevano ad un Dio servo di Dio

essi che cantavano ai massacri del re

essi che ballavano alle guerre borghesi

essi che pregavano alle lotte operaie

….deponendo l'onestà delle religioni contadine.

dimenticando l'onore della malavita tradendo il candore dei popoli barbari

dietro ai loro Alì.

…..è bellissima ! Una resurrezione!

 

Bene ... al lavoro!!

abbiamo tempo fino ai primi dell'agosto del 2027.

 

 

.. e perdona se ho estrapolato solo una parte della tua risposta.


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ho avuto modo di capire meglio l'animo di Mishima, Anche se quella mattina lui parlò in una caserma e quindi ai militari, lo spirito che perseguiva che predicava non era spinto dalla una ricerca strettamente imperialistica ma il suo intento era di scuotere le masse, la base.

Con la sua morte volle dimostrare all'ultimo dei Giapponesi che lo aveva fatto per lui.

Da Pasolini: "una società designata a perdersi è fatale che si perda: una persona mai".


Antonio Vincenzo

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Proviamo a ribaltare il punto di vista … “completamente”!! da YM a MY

 

 

ovvero, Marguerite Yourcenar

Appassionata da grandi uomini, da Adriano alla personoficazione di un individio in un popolo o meglio in un'era2: il Giappone, che lei amò frequentò e studiò (anche nella lingua).

 

Accomunati da analoghe “passioni” e nel pensiero verso qualcosa di più nobile ed elevato, verso l’universale, con la consapevolezza di un’esperienza, quella umana, condivisa e totalizzante, quasi a ribadire, una volta per tutte, che “nulla di ciò che è umano è estraneo.”

 

- Dagli abissi del vuoto ciò che non è stato è sogno -

“ In ‹Cavalli in libertà›, Isao, durante il processo, si richiama al filosofo Wang Yang-ming, la cui massima «Ogni pensiero è valido solo se si traduce in azione» .. Mishima l’aveva fatta propria. E, infatti, quella ricerca quasi tantrica celata dietro certe immagini allarmanti o fastidiose quando, a torso nudo, la fronte cinta dalla benda tradizionale, agita un’asta di ‹kendo› o punta contro il ventre la daga che un giorno gli squarcerà i visceri, si conclude inevitabilmente e irrevocabilmente in un atto, e questo tradursi in azione è al tempo stesso la sua prova di validità e il suo pericolo.

Ma quale atto? Il più puro, quello del saggio che si abbandona alla contemplazione del Vuoto, quel vuoto che è anche il Pieno non manifestato.

 

Lui stesso scrisse nel 69, «Se rivivo col pensiero gli ultimi venticinque anni, il loro vuoto mi riempie di orrore. Posso appena dire di aver vissuto.»
(quindi una certa vergogna la provava anch’esso)
Anche nel corso della vita più eccezionale e gratificante, ciò che si vuole di rado viene compiuto, e, dagli abissi o dalle sommità del vuoto, ciò che è non stato, sembra ugualmente sogno o miraggio”. da “Mishima o la visione del vuoto” (1980)

 

Questa retorica diviene, di fatto, la forma dell’antitesi.
Forse la ignorava lui stesso.
Solo che per uno scrittore una figura retorica non è mai un semplice ornamento, è qualcosa che lo penetra e ne informa ogni nervatura, artistica e esistenziale, e Mishima sapeva che l’antitesi , che comporta contraddizione e conflitto, era l’oscillazione che scandiva di sussulti e di fratture la sua vita.

Gli sembrava quasi di essere una pellicola sottile in cui coabitavano, o forse il limite su cui venivano a scontrarsi, separati da una profonda scissione ma pronti a scambiarsi l’uno le caratteristiche e le qualità dell’altro, i due poli di una contraddizione che si metamorfosava in una fitta serie di coppie antagoniste: la carne e la mente, la bellezza e la laidezza, l’esistere e il vedere, la forza e la forma, l’omosessualità e l’eterosessualità, l’Oriente e l’Occidente.

Mishima si illuse, e rabbia sicuramente provò.
Ciò che Mishima ignorava però, o che forse troppo bene conosceva (come si evince dalle sue opere che difatti ne sono il chiaro e tragico dispiegamento), ma senza potervisi rassegnare, era l’impossibilità di una sintesi per e soprattutto in lui: uno dei due poli finiva sempre per prendere il sopravvento sull’altro.
Era ben conscio, riporta la sua omologa MY, fino quasi a convincersene.. riconosceva che il lato dominante era quello a suo parere negativo e lo denegava perché vi si riconosceva.

“La vita umana è breve, ma io vorrei vivere per sempre”

Anche l’ultima frase è un’antitesi ... Marguerite Yourcenar però, nel suo "Mishima o La visione del vuoto, che è qualcosa di più di una affascinante riflessione sulla vita e l’opera dello scrittore giapponese, non vede in queste parole nessuna contraddizione con il fatto che l’uomo che le ha scritte sarà morto prima che la mattina finisca, perché le interpreta solo come caratteristiche di tutti gli esseri tanto ardenti da essere insaziabili”.
Così insaziabili, anche per lei, che “si mette in pari” consegnando all’editore l’ultimo volume della quadrilogia "Il mare della fertilità".. un vasto affresco del Giappone del ventesimo secolo da molti reputato il suo capolavoro.

 

Il suo protagonista, infatti, più che i quattro giovani la cui storia viene seguita di volta in volta fino alla morte che per essi corona un’esistenza gloriosa sebbene (o proprio perché) fondata su una colpa, è colui che vede la serie di queste vite e di queste morti, le collega e vi trova una continuità nel senso di una teoria della reincarnazione che molto probabilmente è solo la proiezione dei suoi fantasmi e desideri, e crede di non vivere se non nella loro contemplazione, quando invece è forse l’amore sotteso a questa contemplazione a costituire la più alta energia vitale e a rendere memorabili le vite contemplate, l’energia che lo sorregge nella sua lunga esistenza, salvo indurlo a porvi termine nell’istante in cui viene riconosciuta.
E’ Honda cioè, che in "Neve di primavera", il primo e finora unico volume tradotto della quadrilogia, ci viene presentato come un giovane studente destinato, nel Giappone di inizio secolo, a seguire la carriera paterna nelle più alte cariche della magistratura.
Honda è di aspetto ordinario, studioso, incapace di fantasia e come precluso alle passioni, di spirito pratico e razionale anche quando le sue letture sul diritto e la sua storia lo portano ad occuparsi di filosofia e religione. Solo l’esclusiva amicizia con Kiyoaki, la cui tragica storia costituisce l’argomento principale del romanzo, risveglia in lui un sentimento di delicatezza e generosità non disgiunto da ammirazione.
Kiyoaki è infatti l’incarnazione di tutto ciò che manca a Honda: nobile e bellissimo, vive in un mondo separato di immaginazione e di sogni, ed è preda di una forte e lacerata sensibilità che lo porta a creare ostacoli laddove non ce ne sono, ma gli dà anche l’impulso a superarli quando realmente appaiono insormontabili.
Anzi, è proprio ciò che per il senso comune è impossibile che lo induce a riconoscere la propria passione e a rinfuocarla nel compimento reale, anche se questo lo condurrà, quando l’oggetto della sua passione si sarà definitivamente sottratto al suo cerchio rinunziando con una decisone irrevocabile (la monacazione) a lui e al mondo, a una morte prematura, che del resto è l’unica bella per Mishima.
E’ la storia, centrale nel romanzo, dell’amore per Satoko, la stupenda ragazza (e figura narrativa) nella cui famiglia, ora in decadenza ma di antichissima nobiltà. Kiyoaki era stato fatto allevare dal padre, marchese di seconda generazione tutto impregnato di spirito occidentale sebbene formalmente ancora ossequente a quelle tradizioni la cui scomparsa Mishima ha deplorato fine nella sua stessa morte.
L’insorgere di questa lacerazione nel tessuto culturale e sociale del Giappone fa da basso continuo alla narrazione e le impedisce, unitamente alla grande abilità di Mishima nel descrivere i rapporti umani e alle sue doti introspettive e liriche, di assumere in nessun caso quelle cadenze di melodramma alla quali la nuda trama e molti dei personaggi nella loro ordinarietà potrebbero far pensare.
D’altronde Mishima sapeva benissimo che alla tragedia non sono indispensabili esseri o eventi straordinari.. “il pathos, l’ebbrezza e la lucidità, elementi costitutivi della tragedia, nascono dall’incontro di una sensibilità normale, dotata di una sua intima forza, con quel momento privilegiato, che sembra specificamente destinato a lei.
Alla tragedia necessitano una vitalità e un’ignoranza antitragiche e, soprattutto, una certa ‘inadeguatezza”.

Quanto a sé invece, Mishima non accettava questa incompletezza e ordinarietà, sebbene sostenesse che “chi commercia con le parole può creare una tragedia, ma non parteciparvi”.
Per questo la cercò in una decisione e in un gesto, rinunciando alle parole.

 

Mare, foreste, montagna, altre isole in lontananza, piccoli laghi, questo lo spettacolo di tutti i giorni e sentieri su cui passeggiare sentendosi completamente in armonia con la natura e con gli animali che la abitano. Animali e natura che vanno difesi e protetti: grande è il suo totale impegno ecologico che la vede impegnata per il resto della sua vita.
Azalee fiorite, poco più in là, la sedia di vimini su cui ama sedersi, l’angolo dove ama passare momenti tranquilli. Un piccolo giardino zen con una lanterna di pietra tradizionale ed un laghetto,muschi profumati tra rami contorti come ha visto nei giardini giapponesi.
Il giappone!!!
E’ l’ultimo amore di Marguerite. Ella fu molto attratta dalle filosofie orientali e dalla cultura giapponese.

Il Giappone è stato l’ultima meta di suoi viaggi, lì ha vissuto per mesi imparando la lingua e traducendo l’opera di Yukio Mishima e scrivendo il saggio “Mishima o la visione del vuoto” e tanto altro ancora..
Nell’apertura di quel testo, (di cui sopra abbiamo visto alcuni stralci stralciati a modo mio) l’ormai anziana Marguerite Yourcenar analizza la difficoltà a giudicare un grande scrittore contemporaneo. Di fronte alla tendenza attuale a considerare non solo lo scrittore, ma anche l’individuo con le sue contraddizioni e il personaggio e mette in guardia dai diversi errori di interpretazione.
“L’uomo reale ha vissuto ed è morto nel segreto impenetrabile di quello che é ogni vita”, dichiara e aggiunge: «.. la realtà centrale è da ricercarsi nell’opera: è quello che l’autore ha scelto di scrivere, o è stato costretto a scrivere, che in definitiva importa».

Marguerite Yourcenar ne ricorda, quasi ammirata, il durissimo “allenamento fisico, analogo all’acquisizione della conoscenza erotica e diventato strumento di conoscenza spirituale. Mishima si rende conto che il corpo, durante l’allenamento atletico, potrebbe essere intellettualizzato a un livello più alto e raggiungere un’intimità con le idee più stretta di quella dello spirito”.
All’atto supremo del suicidio si riferisce Marguerite Yourcenar per rivelare il senso dell’avventura umana di Mishima e, come la sua creazione letteraria le appare tutta votata alla morte, così quella morte volontaria le appare l’ultima delle sue opere: l’atto che soddisfaceva la sua ansia crudele di assomigliare ad esse annullandovisi, l’estremo e paradossale tentativo di unire arte e vita. In queste pagine, una grande scrittrice d’Occidente smonta i meccanismi della psicologia di un grande scrittore d’Oriente, illuminandone le ambizioni, i trionfi, le debolezze, i disastri interiori e infine il disperato coraggio.

 

Come ebbe a scrivere la Yourcenar: " l’uomo reale ha vissuto ed è morto nel segreto impenetrabile che è quello di ogni vita".

 

 

nota 2:

“Quando mi vien chiesto quale sia la scrittrice che io ammiri di più, è il nome di Murasaki Shikibu che mi viene subito alla mente, con un rispetto e una reverenza straordinari. È veramente la grande scrittrice, il grandissimo romanziere giapponese dell’XI secolo, vale a dire di un’epoca in cui la civiltà era al culmine in Giappone. Insomma è il Marcel Proust del medioevo nipponico: una donna che ha il genio, il senso dei cambiamenti sociali, dell’amore, del dramma umano, del modo con cui gli esseri sbattono contro l’impossibile. Non si è più fatto di meglio in letteratura.”

Marguerite Yourcenar, lettera a Kondo Nobuyuki, redattore capo della rivista Umi, del 26 gennaio 1969, fondo Harvard. Citata in Josyane Savigneau, L’invenzione di una vita: Marguerite Yourcenar. Torino, Einaudi, 1991,

 

La nota 1 la lascio a voi.

 

ps. A questo punto mi pare doveroso ribadire un concetto: il post si chiama Parole .. (in libertà aggiungerei) e nasce come riflessione ad unaltro (senza apostrofo.. giusto?) post che tratta dell'harakiri. Sebbene trovo il personaggio affascinante, a prescindere dalle posizioni - affascinante perchè prese delle posizioni e tentò comunque di smuovere qualcosa, non sto qui ne a glorificarlo ne a pontificare in cerca di proseliti, se non per animare (una sorta di piccola scossa) le nostre, forse, assopite anime in questa calda estate di questa calda epoca o quantomeno invitare ad una nichiliana riflessione.

Tutto qua

 

 

Bene.. speriamo nel tempo che ci divide dalla prossima grande eclissi del 2027.

Vado a far da kaishakunin alla mia birra che ha deciso di far seppuku. :tioffrounabirra:


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Ciò che MY non può capire, perché giapponese non è, è che se YM avesse davvero dedicato tutto sè stesso all'arte dei suoi padri, una profonda verità gli si sarebbe palesata.

Una verità che da sempre si staglia cristallina nell'Inconscio Collettivo giapponese.

Una verità evidente ad ogni frequentatore di questo forum.


 

月の道

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Cioè tu dici che una scrittirce appassionata di esistenza e di morte, appassionata di Giappone, amandone la lingua a tal punto di diventarne tradutrice, frequentatrice dell'India e dei suoi riti, che scrisse anche un testo d'arte ispirato agli haiku giapponesi, non sia riuscita a cogliere alcune caratterische di questo popolo che ammirava solo perchè donna, omosessuale e ripudiante la guerra (quindi per nulla appassionata di lame ??) :confused:

 

Concordo con la tua tesi sulla "superficialità" di Mishima (che in fondo voleva stupire .. o meglio apparire.. approffondiremo casomai in seguito, anche no..) ma il pensiero della Marguerite, non pare così distonico sull'opera e sul tormento del suo amico scrittore.


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.. quello che ho colto da suoi scritti, non mi pare ne una esaltazione del personaggio ne un'ode in suo onore, anzi, nell'analisi, ne rileva le contraddizioni.

 

Contraddizioni che esalta nella quadrilogia de "Il mare della fertilità"..

 

ne riporto un piccolo stralcio
Honda è di aspetto ordinario, studioso, incapace di fantasia e come precluso alle passioni, di spirito pratico e razionale anche quando le sue letture sul diritto e la sua storia lo portano ad occuparsi di filosofia e religione. Solo l’esclusiva amicizia con Kiyoaki, la cui tragica storia costituisce l’argomento principale del romanzo, risveglia in lui un sentimento di delicatezza e generosità non disgiunto da ammirazione.
Kiyoaki è infatti l’incarnazione di tutto ciò che manca a Honda: nobile e bellissimo, vive in un mondo separato di immaginazione e di sogni, ed è preda di una forte e lacerata sensibilità che lo porta a creare ostacoli laddove non ce ne sono, ma gli dà anche l’impulso a superarli quando realmente appaiono insormontabili.
Anzi, è proprio ciò che per il senso comune è impossibile che lo induce a riconoscere la propria passione e a rinfuocarla nel compimento reale, anche se questo lo condurrà, quando l’oggetto della sua passione si sarà definitivamente sottratto al suo cerchio, rinunziando con una decisone irrevocabile (la monacazione) a lui e al mondo, a una morte prematura, ad un ritararsi dalla vita.

Honda è l'amico mancato o meglio è la parte duale di un Mishima senza pace dove prevale l'altra parte, scura e tormentata per dare un senso alla sua vita con la sua fine..(lei non ne da neache contezza, lasciandola nel lato oscuro della vita)

 

 

Doveva analizzare meglio ?? ..forse come dici tu non aveva le chiavi o forse non era nel suo stile, scavare così in profondo.

Oppure lasciava ad ognuno di noi una hada e un hamon e la libera l'interpretazione di quanto si manifestava innanzi.

almeno questa è la mia visione sugli scritti della Yourcenar.

 

Del resto, come abbiamo già detto, gli scritti o i romanzi di Mishima possono piacere o meno, ma di lui resta, principalmente, solo una morte plateale.

Quando parli di Mishima, pensi subito al suo gesto, mai o molto pochi pensano alla geranchia nella nazione o al ruolo nella nuova società.

.. e probabilmente era proprio quel gesto che voleva cristallizzare, spogliandosi, alla fine, anche della sua di maschera.. (chenonsopportavapiù)


Sii immobile come una montagna ...
ma non trattare le cose importanti troppo seriamente.

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Portare alla coscienza questa verità in Giappone, da sempre, viene fatto in un modo.

Svegliando la bestia che dorme nel profondo del cuore di ogni uomo.

È lei che non conosce la differenza tra la vita e la morte.

Questa sveglia lì ha un nome.

Nihonto.

 

Ma nessuno di loro te ne parlerà mai.

Preferiscono raccontarti la storiella della spada che è l'Anima del Samurai.

Senza spiegarti che a lei è storicamente assegnato il compito di partorire quell'Anima, sepolta in ogni uomo dalla civiltà.

L'Anima di una belva senza pietà (altro che nobiltà e compassione).

Come è loro costume, non ti raccontano una storia, ti raccontano una verità che non puoi capire.

Se li metti alle strette, almassimo, un silenzioso ghigno sotto i baffi...

Un ghigno che non è mai comparso sulle labbra di Yukio Mishima.


 

月の道

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(perdona ho postato mentre tu postavi ... ed ora c'è un ingorgo di parole sconnesse nell'intervento precedente al tuo)


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ma non trattare le cose importanti troppo seriamente.

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Quindi non mi libererò mai dalla mia bestia ... resterò quello che hai intravisto con la sola differenza che "Non te lo racconterà più, solo un ghigno" ..fino al momento di agire... e solo uno dei due resterà sotto questo cielo.

 

io proverò comunque a lasciare la porta sempre aperta... e a tagliarmi i baffi.

(scusate per l'oT)

 

 

io penso che l'errore nel gesto di Mishima sta nel fatto che tuto ciò che ha fatto scritto detto, la sua passione per certi valori del passato, la ricerca estetica nel presente passano tutti in secondo piano, perchè quando si parla di Mishima ci si focalizza solo su quel gesto.

 

Un pò come per Giulio Cesare ... ah si quello ammazzato da Bruto.

Betadine . .. si si, quell'arrogante saccente scorretto e burlone..

Un pò come guardare il dito e non la Luna.

Modificato: da betadine

Sii immobile come una montagna ...
ma non trattare le cose importanti troppo seriamente.

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Mishima si è liberato della bestia.

Non era un guerriero.

Era un uomo sensibile che non ha risolto la dicotomia.

E ha scelto la via della non integrazione.

 

Nella giusta casta, all’età propizia, due secoli prima gli avrebbero messo in mano una spada.

Senza spiegazioni.

Qualcuno pensa per significare, guarda appartieni alla casta dominante, quella dei Bushi.

È una parte della verità.

Il messaggio non detto e più profondo era invece un altro.

È ora di svegliare la bestia.

 

Oggi si fa con la psicanalisi.

Meno traumi e meno morti.

Ma la bestia è lì, non puoi fare finta che non esista.

È parte di ogni uomo.

 

...Qualcuno sceglie ancora il vecchio sistema...

 


 

月の道

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Proviamo a lasciar da parte quell'ultima mattina..

 

Troviamo un giovane di ventanni ancora "malamente scottato" come il suo popolo, con una infanzia da brivido: cresciuto con una ossessiva nonna che lo sottrae alla madre, con la quale si ricongiungerà verso i 10anni e ora con tanta rabbia in corpo verso i nuovi inquilini e che vorrebbe fare qualcosa per il suo paese, non basti "come battesimo di fuoco". La nonna era morta, altrimenti avrebbe forse provveduto a liberare del tutto la bestia.

 

.. e, pur senza bestia, ma con un tarlo nello stomaco che gli torce le budella: l'Imperatore del Giappone, il tennō, ovvero sovrano celeste, verrà "ridotto" ad un semplice capo di uno stato.

Che colpa aveva di non esser nato duecentoanniprima.

Quantomeno prova ad impegnarsi politicamente per il suo Giappone (e non è questa la sede dove dovremmo discutere sul modo in cui lo fa).

Sa scrivere e scrive molto ..... come nel titolo riportato (altrimenti restavamo di là nel post dedicato a quella mattina)

 

So per certo che generalmente si cerca la fusione .. ma proviamo invece a scindere quelle tre o quattro ore da 45 anni di vita dove a già sedici anni aveva all'attivo diverse pubblicazioni.. e provate semplicemente a leggerlo per quello che scrive e non per quello che ha fatto.


Sii immobile come una montagna ...
ma non trattare le cose importanti troppo seriamente.

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Nessuno sta facendo un processo a Mishima.

Io ho letto molte cose e mi sono piaciute.

Non era samurai.

Non sarò io a fargliene una colpa.


 

月の道

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... alla fine arriviamo allo stesso punto, anche partendo da estremi opposti, come un sasso nello stagno che agita le acque, come parole scritte su carta.

 

Uno è acqua, apparente calma che pervade ogni spazio lasciato libero, pronta ad accogliere tutto, pronta a penetrare in ogni cavità e riempirla.

L'altro un sasso, che talvolta agita l'acqua, producendo cerchi concentrici, adagiandosi sereno sul fondo.

 

 

Del resto il post si intitola Parole... una semplice riflessione sulle parole di un tale che, a modo suo, amava la sua terra.


Sii immobile come una montagna ...
ma non trattare le cose importanti troppo seriamente.

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