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L'Arte del tiro con l'arco

il segreto del bersaglio

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35 risposte a questa discussione

#19
ATTILA

ATTILA
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i maestri zen parlano di illuminazione e quindi io non mi azzardo a cambiare la definizione di questo termine. Se poi lo zen sia anche una pratica religiosa o atea, anche qui non ne ho idea. Ma non credo neanche che sia la cosa più importante.

Quello che io metto in evidenza è che accostare lo zen a un'arte marziale, in questo caso il kyudo della scuola Heki, che è definita, anche in maniera un po sprezzante a volte (non da noi, logicamente) l'utima delle scuole antiche, è totalmente inesatto.
Per logica poi vado a pioggia sulle altre arti di combattimento.

Questa diatriba comunque non è cosa recente. Sono un po di lustri......anche tanti.....per non dire secoli, visto che abbiamo scritti antichi della scuola che rimarcano la cosa.....che va avanti. Il mestro precedente all'attuale, ci teneva particolarmente a sottolineare la questione, proprio per sgombrare il campo da ogni possibile dubbio, e il suo nome era Genshiro inagaki....dove Gen era scritto con lo stesso kanji dei Genji (Minamoto per intenderci......guerra Gempai......ecc.) infatti, lui era uno dei discendenti della famiglia. E quando uno così, che per altro aveva fatto la guerra portando al fianco la spada......capisciamme..... :whistle: :whistle: ...cosa intendo.......ti dice certe cose, chini la testa è rispoini.......si. :rolleyes:

#20
te-do

te-do
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Lo zen si sviluppa soprattutto nel periodo Muromachi (1333-1603) . Molte arti marziali sono antecedenti a questo periodo , quindi originatesi in epoche in cui lo shinto o il buddismo o il confucianesimo erano dominanti. Sarebbe utopistico immaginare che le arti abbiano attraversato i diversi periodi storici senza esserne influenzate. :arigatou:

#21
Ivan Serpau

Ivan Serpau
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Lo scopo ultimo delle arti marziali;....beh credo che ognuno di noi possa dare una risposta diversa a questo quesito, e nessuno possa dire giusto o sbagliato, dipende da chi le pratica e perchè le pratica, se il discorso si basa sull'efficacia allora andiamo tutti al poligono di tiro e prendiamoci il porto d'armi giusto per essere sicuri!!!
Nessuno ti chiede di praticare una koryu, judo, kyudo o shodo, per quel che mi riguarda la pratica che sia tagliare con la spada, curare i fiori o scrivere, serve a migliorarsi sempre in una disciplina, per migliorare se stessi nella vita di tutti i giorni, (e questo non vuol dire necessariamente riuscirci).
La religione credo abbia influenzato le persone che praticano le arti marziali come influenzano le persone credenti e praticanti di oggi (Cristiani), che non mi sembrano senza andare tanto indietro gli stessi praticanti di inizio '900.
Credo poi che ogni praticante di a.m. inizi un percorso che con il crescere (di se stesso) lo porta ad andare più o meno a fondo in quello che fà. Ognuno di noi è libero di iniziare e smettere quando vuole, di imparare o fermarsi gonfio di se stesso quando ritiene di essere già arrivato.
Il mio pensiero è che non c'è un arrivo, mi è stato insegnato che l'apprendimento è come un cerchio che quando si chiude riinizia ad un livello più alto e con la consapevolezza di quel che si è fatto prima!!!
Definizione di Shintoismo:

Lo Shintoismo o Scintoismo è una religione nativa del Giappone. Prevede l'adorazione dei Kami, un termine che si può tradurre come divinità, spiriti naturali o semplicemente presenze spirituali.
Alcuni kami sono locali e possono essere considerati come gli spiriti guardiani di un luogo particolare, ma altri possono rappresentare uno specifico oggetto o un evento naturale, come per esempio Amaterasu, la dea del Sole.
Il Dio dei cristiani in giapponese viene tradotto come kami. Anche le persone illustri, gli eroi e gli antenati divengono oggetto di venerazione dopo la morte e vengono a loro volta annoverati tra i kami.
La parola Shinto nasce dall'unione dei due kanji: 神 shin che significa "divinità;, spirito(il carattere può essere anche letto come kami in giapponese ed è a sua volta formato dall'unione di altri due ideogrammi 示 ;altare e 申 parlare , riferire&
letteralmente ciò che parla, si manifesta dall'altare. 申 ne determina anche la lettura) e 道 tō in cinese Tao (;via, "sentiero e per estensione; in senso filosofico rende il significato di pratica o disciplina come in Judo o Karatedo o ancora Aikido).
Quindi, Shinto significa letteralmente pratica degli Dèi;,via degli Dèi
In alternativa a Shinto, l'espressione puramente giapponese — con il medesimo significato — per indicare lo Shintoismo è Kami no michi. Il termine shinto; viene adoperato anche per indicare il corpo del nume,
ovvero la reliquia presso cui il kami partecipa materialmente (per esempio una spada sacra).
Nella seconda metà del XIX secolo, nel contesto del Rinnovamento Meiji fu elaborato lo Shinto di Stato 国家神道 (Kokka Shintō?), che mirava a dare un supporto ideologico e uno strumento di controllo sociale alla classe dirigente giapponese,
e poneva al centro la figura dell'imperatore e della dea Amaterasu, progenitrice della stirpe imperiale. Lo Shinto di stato fu smantellato alla fine della seconda guerra mondiale, con l'Occupazione del Giappone.
Alcune pratiche ed insegnamenti shintoisti che durante la guerra erano considerati di grande preminenza ora non sono più insegnati o praticati mentre altri rimangono grandemente diffusi come pratiche quotidiane senza però assumere particolari connotazioni religiose,
come l'Omikuji (una forma di divinazione).
Come dicevo (secondo me, non vorrei offendere la religiosità di nessuno) le religioni spesso servono a motivare il popolo credente a procedere in una direzione, a giustificare comportamenti o a portare a termine compiti assegnati, a dare motivazione e sostegno. Dipende però sempre da noi quanto ci crediamo e quanto pratichiamo come nelle arti marziali.
Scusatemi se sono stato noioso!!!

#22
sandro

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Bellissima discussione, ho letto con estremo interesse gli interventi di tutti quanti. Comprendo molto bene la posizione di Te-do, in special modo quando cita esempi concreti come il Fudō Chishin Myōroku di Takuan. Tra gli altri, potermmo anche ricordare Yamaoka Tesshū, fondatore della Mutō Ryū kenjutsu, e del suo concetto di “Ken Zen Ichinyo” (traducibile come “la spada e lo zen sono la stessa cosa”), oppure di Kanemaki Jizai con i suoi “Kōjō Gokui Goten” (letteralmente “i cinque punti essenziali più importanti”) della Kanemaki Ryū, enormemente influenzati dallo zen e che sarebbero stati trasmessi in seguito al suo allievo Itō Ittōsai, il quale ne avrebbe fatto la base stessa della Ittō Ryū.

Per quel che mi riguarda, tuttavia, sento di condividere appieno il pensiero di Attila. Quello che dovremmo sempre tenere a mente è che tutte le scuole di arti marziali che sono esistite in passato e che sopravvivono tuttora sono state create da esseri umani, ognuno dei quali aveva il proprio pensiero e la propria visione del mondo. Se un determinato maestro di spada praticava lo zen, era normale che i principi della sua scuola, e gli allievi che ne facevano parte, risultassero influenzati da quest’ultimo. Ma ciò non significa assolutamente che tutte le tradizioni marziali abbiano seguito gli stessi dettami. Ad esempio, le più importanti scuole della seconda metà del periodo Edo, quelle che poi avrebbero fatto la storia dell’ultimo Giappone feudale, risentirono esclusivamente della morale neoconfuciana. Scorrendo i vari makimono e mokuroku dell’epoca si leggono spessissimo frasi come:”Se sarete sconfitti in combattimento addurrete vergogna non solo a voi, ma anche al vostro signore ed alla vostra famiglia, ed allora a quel punto preferirete la morte all’esilio. Dunque allenatevi senza tregua in modo da divenire più forti degli altri!”. Se verso il 1850 fossimo entrati nel Genbukan della Hokushin Ittō Ryū del maestro Chiba Shūsaku, il più grande dōjō della storia giapponese che poteva contare addirittura tremila allievi, asserendo di essere li per raggiungere l’illuminazione attraverso la pratica della spada saremmo stati guardati in maniera piuttosto incredula (perlomeno dai più). Probabilmente gli stessi maestri li presenti ci avrebbero indirizzato in un posto più consono alle nostre esigenze.

Per concludere, vorrei commentare una frase che il nostro Te-do ha inserito in un suo interevento precedente:”...Tutto è lecito in democrazia , ma non nel "Budō" che richiede almeno uno stile di vita coerente tra pensiero ed azione.”. Sono pienamente d’accordo, ma purtroppo non è sempre così. Tornando a Yamaoka Tesshū, che fu uno dei più grandi spadaccini di epoca Meiji (se non il migliore) e che raggiunse l’illuminazione attraverso il concetto di mutō (senza spada), ritengo che sia una grande contraddizione che un maestro zen di così alto spessore si sia praticamente ucciso da solo: morire di cancro allo stomaco a cinquantatre anni per l’enorme quantità di alcol ingerita nel corso del tempo non è certo indice di moderazione, moderazione che tutta quella pratica spirituale avrebbe dovuto invece conferirgli :arigatou:

Messaggio modificato da sandro, 05 settembre 2012 - 08:12


#23
te-do

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La questione è : quale ragione può avere, in una visione "moderna" , la pratica delle arti marziali ? Rimanendo fermo sui valori di coerenza tra pensiero ed azione. Yamaoka Tesshù è rimasto coerente con sè stesso sempre anche la sua morte ne è un esempio e non una contraddizione la sua biografia cita molti esempi di intransigenza verso il pensiero utilitaristico. Nel Bushido la morte non rappresenta il limite a cui tutti i "valori" si piegano ma piuttosto il contrario. Da sempre per un Samurai la morte non è una sconfitta ma il compimento stesso del proprio ruolo se questa avveniva in battaglia. Si ricordi il motto : "chi per la patria muore , vissuto è assai" decisamente anacronistico rispetto al nostro tempo, anche se questo è un motto tutto occidentale. Ritengo che praticare arti marziali "TRADIZIONALI" renda nel praticante inscindibile il valore morale dall'azione , il fatto è che questi valori stridono con la realtà attuale. :arigatou:

#24
sandro

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Ti ringrazio per la tua replica Te-do, è molto stimolante poter confrontare il proprio punto di vista con quello delle altre persone. Sicuramente Yamaoka Tesshū è rimasto sempre coerente al suo sitle di vita, tanto da ricevere i suoi amici e discepoli sino al suo ultimo giorno terreno per poi spirare mentre praticava zazen. Il mio parlare di contraddizione era esclusivamente riferito all’abuso di alcol che provocò il cancro che lo avrebbe ucciso: non ho mai praticato zen, ma da quello che so esso dovrebbe aiutarci a liberarci di qualsiasi cosa risulti essere inutile per la nostra esistenza. E l’essere umano, per vivere, non necessita nemmeno di una goccia di alcol. Secondo il mio modo di vedere le cose, sicuramente molto materialista, egli cedette a quella tentazione a cui non riuscì a mettere freno.

Tornando alle arti marziali, uno dei più grandi problemi che ho riscontrato in molti praticanti occidentali è che spessissimo essi divinizzano i bushi e le arti da loro praticate in maniera eccessiva, come se fossero stati entità soprannaturali ed infallibili. Quello che i loro maestri gli riferiscono in merito a tali figure rappresenta sempre l’assoluta verità, pochissimi si prendono la briga di compiere studi approfonditi. Ed è qui che si generano false credenze, come quella del Katori Shintō Ryū considerata addirittura Tesoro Nazionale dell'arte e della cultura giapponese! Sinceramente mi sembra impossibile che ancora oggi si creda a ciò, probabilmente nessuno dei migliaia di praticanti che la tradizione vanta a livello mondiale ha mai letto la pagina ufficiale pubblicata dalla Prefettura di Chiba a riguardo della suddetta scuola. Ma questa è un’altra storia, e non è questa la sezione per dilungarsi oltre. A proposito dei valori del Bushidō, è bene ricordare che questa parola comparve soltanto agli inizi del XX secolo (e in inglese, soprattutto) e più che riunire tutte le caratteristiche che erano state proprie della classe guerriera nipponica, essa ebbe come funzione principale quella di tradurre il nostro concetto di “cavalleria”. Tra i motti più famosi tutti noi conosciamo quello che recita “bushi ni nigon nashi”; eppure la storia giapponese è costellata da infiniti tradimenti e cambi di sponda, si combatteva contro un nemico la mattina ed il pomeriggio ci si alleava con esso. La verità è che ogni han o fazione pensava innanzitutto alla propria sopravvivenza, a come sfamare gli abitanti che risiedevano al suo interno. Quando nel Febbraio del 1863 il bakufu creò la Rōshigumi il cui compito era quello di salvaguardare l’incolumità dello shōgun che avrebbe dovuto recarsi a Kyōto da li a poco, a Kiyokawa Hachirō ed Ono Tetsutarō (il futuro Yamaoka Tesshū) fu affidato il compito di condurre gli oltre duecentocinquanta uomini di cui il corpo era composto nella città imperiale. Una volta giuntivi, Kiyokawa confessò il suo vero scopo, ossia quello di ricondurre tutti ad Edo ed entrare nella fazione Sonnō (pro imperatore) per rovesciare il governo centrale. Solamente tredici uomini rimasero a Kyōto, divenendo il nucleo centrale di quel corpo di polizia che sarebbe passato alla storia con il nome di Shinsengumi. Inizialmente vi erano due fazione al suo interno; gli uomini dello Shieikan guidati da Kondō Isamu ed un gruppo di samurai di Mito guidati da Serizawa Kamo. Nonostante Kondō ed i suoi seguaci fossero quasi tutti di estrazione contadina, essi si comportarono come veri bushi e sentirono nel profondo dei loro cuori il sentimento di jinchū hōkoku (lealtà e patriottismo, quello a cui ti riferivi prima!); gli uomini di Mito, al contrario, nonostante la loro alta estrazione sociale, si lasciarono andare a furti, stupri, razzie e quant’altro, tanto che lo han di Aizu, incaricato della sicurezza cittadina, ordinò la loro totale eliminazione. Quello che voglio ribadire è che, secondo il mio modesto avviso, la pratica delle arti marziali influì pochissimo sulla condotta degli uomini del tempo: il bujutsu era visto come qualcosa che doveva essere appreso per non essere uccisi. Il gendai budō è un’altra cosa; personalmente ritengo che sia stato proprio quest’ultimo a reinfluenzare molte delle scuole tradizionali le quali avevano certamente una loro etichetta, ma non così complessa come quella che è possibile riscontrare oggi in molte scuole :arigatou:

#25
te-do

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Credo che vi sia il bisogno di chiarire qual'è il nesso tra zen budo e buddismo , altrimenti rischiamo di non comprenderci . Lo zen è una pratica che nel buddismo ( koan - za-zen) aiuta a scoprire la propria "Buddita". Questa è la visione religiosa della cosa forse questo aspetto non è stato preponderante nella scelta dei bushi nell'abbracciare queste pratiche. Vi sono altri aspetti più pratici , si ricordino i bonzi che si davano (e si danno) fuoco per protesta dimostrando a chi ne avesse il dubbio , il controllo che la mente esercita sul corpo. Detto questo bisogna distinguere le due pratiche : mentre la prima pone la propria natura come espressione del "Budda" , accettando l'equilibrio naturale delle cose , la seconda pone il senso di "giustizia" al vertice . Quel senso di giustizia che alternativamente è stato rappresentato dalle le regole Taoiste , i Kami dello Shinto ecc. Spesso questi "valori" imposti dal potere dominante , allo scopo di esercitare un controllo sui poteri militari. Quando parlo di "Bushido" intendo quei : dettami , sensazioni , principi , che un Samurai esplicitava ad un novizio e che non voleva fossero conservati nella scrittura perchè questa non le riducesse a regole , leggi ( lagakuren ). Detto questo risulterà evidente che il "guerriero" per sua natura non possa essere moderato , la dove l'arte inizia dalle estremità , spada freccia lancia ecc. non vi sia che un carattere estremo . Questo spiegherebbe le scelte a mio parere di Yamaoka Tessu , che non cercava un equilibrio spirituale , piuttosto un ausilio alla sua fermezza. Le regole della "Cavalleria" non sono mai state scritte ma presenti nell'animo di alcuni uomini , i 47 ronin, più vicino a noi "Fon rikt" il barone rosso per intenderci dipinto di rosso per essere riconoscibile. Dico che la semantica aiuta la comunicazione , ma non è la comunicazione come la legge non è giustizia. In questo la storia del Giappone è fatta da uomini e non da regole vi sono tratti comuni nella condotta di uomini vissuti e viventi in tempi diversi e popoli diversi , sviluppare quei tratti dovrebbe essere compito delle arti marziali . Rimane comunque evidente che gli uomini incarnano vizi e virtù da cui non sfugge neanche Yamaoka Tessu , Dannunzio , Duran de La Penne. La storia è costellata di cattivi esempi quei pochi subblimi li definiamo ( eroismo cavalleria budo ). :arigatou:

#26
sandro

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Credo che vi sia il bisogno di chiarire qual'è il nesso tra zen budo e buddismo , altrimenti rischiamo di non comprenderci . Lo zen è una pratica che nel buddismo ( koan - za-zen) aiuta a scoprire la propria "Buddita". Questa è la visione religiosa della cosa forse questo aspetto non è stato preponderante nella scelta dei bushi nell'abbracciare queste pratiche. Vi sono altri aspetti più pratici , si ricordino i bonzi che si davano (e si danno) fuoco per protesta dimostrando a chi ne avesse il dubbio , il controllo che la mente esercita sul corpo. Detto questo bisogna distinguere le due pratiche : mentre la prima pone la propria natura come espressione del "Budda" , accettando l'equilibrio naturale delle cose , la seconda pone il senso di "giustizia" al vertice . Quel senso di giustizia che alternativamente è stato rappresentato dalle le regole Taoiste , i Kami dello Shinto ecc. Spesso questi "valori" imposti dal potere dominante , allo scopo di esercitare un controllo sui poteri militari. Quando parlo di "Bushido" intendo quei : dettami , sensazioni , principi , che un Samurai esplicitava ad un novizio e che non voleva fossero conservati nella scrittura perchè questa non le riducesse a regole , leggi ( lagakuren ). Detto questo risulterà evidente che il "guerriero" per sua natura non possa essere moderato , la dove l'arte inizia dalle estremità , spada freccia lancia ecc. non vi sia che un carattere estremo . Questo spiegherebbe le scelte a mio parere di Yamaoka Tessu , che non cercava un equilibrio spirituale , piuttosto un ausilio alla sua fermezza. Le regole della "Cavalleria" non sono mai state scritte ma presenti nell'animo di alcuni uomini , i 47 ronin, più vicino a noi "Fon rikt" il barone rosso per intenderci dipinto di rosso per essere riconoscibile. Dico che la semantica aiuta la comunicazione , ma non è la comunicazione come la legge non è giustizia. In questo la storia del Giappone è fatta da uomini e non da regole vi sono tratti comuni nella condotta di uomini vissuti e viventi in tempi diversi e popoli diversi , sviluppare quei tratti dovrebbe essere compito delle arti marziali . Rimane comunque evidente che gli uomini incarnano vizi e virtù da cui non sfugge neanche Yamaoka Tessu , Dannunzio , Duran de La Penne. La storia è costellata di cattivi esempi quei pochi subblimi li definiamo ( eroismo cavalleria budo ). :arigatou:

Scusami se ho impiegato diversi giorni per risponderti Te-do. Ti ringrazio molto per l'ultimo messaggio, estremamente chiarificatore del tuo pensiero. Concordo pienamente con quanto hai espresso, in special modo quando poni l'accento sul fatto che quanto potremmo identificare come Bushidō non era qualcosa di scritto, ma comunque trasmesso oralmente come un valore essenziale di quella società. Poi, si sa', la storia è fatta dagli uomini e l'interpretazione di certi valori spetta soltanto a loro :arigatou:

#27
isononami

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[omissis]
Tornando alle arti marziali, uno dei più grandi problemi che ho riscontrato in molti praticanti occidentali è che spessissimo essi divinizzano i bushi e le arti da loro praticate in maniera eccessiva, come se fossero stati entità soprannaturali ed infallibili.
[omissis]
Quello che voglio ribadire è che, secondo il mio modesto avviso, la pratica delle arti marziali influì pochissimo sulla condotta degli uomini del tempo: il bujutsu era visto come qualcosa che doveva essere appreso per non essere uccisi. Il gendai budō è un’altra cosa; personalmente ritengo che sia stato proprio quest’ultimo a reinfluenzare molte delle scuole tradizionali le quali avevano certamente una loro etichetta, ma non così complessa come quella che è possibile riscontrare oggi in molte scuole :arigatou:


Ringrazio Sandro per aver evidenziato alcuni aspetti fondamentali della questione, aspetti che condivido in pieno. Omettendo le altre parti del post - che tuttavia approvo completamente - ne ho estratto i più significativi.
Aggiungo solo due sintetiche considerazioni.
In diverse Ryū la consapevolezza di integrare la parte tecnica con una definibile etica in senso lato nella formazione completa dei vari adepti, specie se destinati a rivestire ruoli sociali (di clan) elevati, ha portato i vari capiscuola del tempo ad attingere alle fonti più varie, sulla base delle proprie predisposizioni o disponibilità: Zen, Buddismo Shingon (o di altre linee), Confucianesimo, Taoismo, ecc. molto spesso in una forma di sincretisco tipico della cultura giapponese.
Nell'epoca Meiji, la necessità di creare un modello unificante che vedesse nell'Imperatore il collante sociale della "nuova" Nazione, ha utilizzato la figura del Samurai come "esemplare" del bravo giapponese, ricostruendone spesso un'epopea fatta di coraggio, lealtà, spirito indomito, ecc.
Diciamo che questa immagine è giunta a noi nel secondo dopo guerra con il Gendai Budō, ma non dimentichiamo che le prime "vittime"
sono stati proprio i Giapponesi i quali, tranne che in alcuni casi di ricerca critica e storica, ancora ne sono imbevuti.

#28
ATTILA

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Introduco un nuovo spunto, che però riguarda solo il tiro con l'arco.
Il tiro con l'arco di carattere militare, quello che era indicato propriamente come kyujutsu che poi si è evoluto come termine nel kyudo alla fine dell'epoca meiji, era destinato non a samurai che ricoprivano un particolare rango, ma più che altro era destinato ai combattneti di prima linea. Quindi destinato a personaggi che non facevano altro che passare la maggior parte della giornata ad addestrarsi. Quindi questa tecnica è diventata la tecnica proprietà dello Shogun ( To-Ryu) solo in vertù dell'efficacia sul campo di battaglia. Generalizzando molto, prima del 1500, ogni clan aveva il proprio stile e i samurai d'alto rango che combattevano a cavallo, come i nobili di un tempo, si addestravano col la tecnica dello yabusame. I samurai arceri che cobattevano a piedi invece. dopo il 1500 appresero la tecnica Heki.....molto in generale.
Lo stile di kyudo attuale che viene praticato dalla federazione (che è detta al scuola nuova) invece deriva soprattutto dal tiro praticato dai nobili e dalle alte sfere dei samurai del tardo periodo edo. Buona parte del tiro della federazione deriva dallo stile creato da Honda Toshizzane, nella seconda metà dell'1800 che creò uno stile partendo dal tiro cerimoniale dei nobili unendoci alcuni caratteri del tiro militare. Quindi ci sta che ad un certo livello, le persone di rango, potessero introdurre anche pratiche un po più "spirituali/meditative", o trovate voi un termine più adatto, ma solo in funzione di un modo di vedere le cose che si sviluppò quando il paese si pacificò sotto i Tokugawa e quindi lo studio della sola arte bellica non era più necessaria.
Era più gratificante dire di praticare un'arte "nobile" ricca di contenuti...anche se un po più fumosi perché lasciati a sensazione personali più difficili da dimostrare.....anzichè praticare un'attività che ha origine un mero addestramento militare che doveva dare dei risultati ben visibili ma che ormai erano fuori moda, anche se i valori che trasmetteva erano e sono sempre validi, ancora oggi.

Mi spiego meglio: é semplice dire di praticare il tiro zen senza dover dimostrare l'efficacia del tiro colpendo un bersaglio, ma solo mostrando un bel gesto elegante e morbido senza dare importanza a dove finisce la freccia. Mentre è più difficile mostrare un tiro potente ed efficace perché questo è facilmente rilevabile da chiunque e sopratutto richiede una costanza nell'addestramento che non lascia spazio ad altre pratiche che non siano il tirare quotidianamete il maggior numero di frecce possibili.

#29
mauri

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Ciao Attila, a questo punto un pò di pepe in questa discussione.
Se il tutto si riduce al tiro potente che colpisce il bersaglio, perchè non praticare il tiro con l'arco Occidentale che è anche disciplina Olimpica?
Perchè usare una divisa composta da indumenti che non sono propriamente i nostri e che forse in quanto a praticità hanno fatto il loro tempo?
Forse queste domande potranno sembrare un pò polemiche ma cercando una risposta forse riusciremmo a capirne di più.

"Io sono Anarca non perché disprezzi l'autorità ma perché ne ho bisogno. Così, non sono nemmeno un miscredente, bensì uno che esige cose degne di fede".

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#30
Ivan Serpau

Ivan Serpau
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L'arco del kyudo per materiali e costruzione e' ben diverso dall'arco europeo medievale, la scelta e la lavorazione del bamboo richiedeva mesi e alla fine si otteneva un arma che per caratteristiche e manodopera non aveva niente da invidiare alla katana. L'arco delle olimpiadi e' moderno se non futuristico ma sopratutto sportivo, gli manca il laser e la freccia radioguidata poi ha tutto!!! Detto questo possiamo chiederci perché siamo qui in un forum sulle spade Giapponesi e non di daghe o fioretti europei?(discussione già aperta in un altro post).
Ovviamente sto' pepando l'argomento Mauri, non capire male:), sono anzi curioso di leggere la risposta di Attila che sull'argomento mi sembra molto preparato.
P.S. C'è un bellissimo documentario di Discovery Channel sul kyudo e la costruzione dell'arco tradizionale giapponese, se riesco lo posto!!!

#31
ATTILA

ATTILA
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Serpiko in parte ha risposto alla domanda di Mauri. La continuazione della risposta è che la tecnica di tiro giapponese è in assoluto la più evoluta, insieme a quella turca che aveva un manuale di addestramento per gli arcieri dell'esercito del sultano composto da 60 capitoli. E poi perché, come gran parte delle arti marziali antiche e non, si trascina dietro una serie di valori e insegnamenti che inevitabilmente si riflettono anche nella vita quotidiana. Io tiro con l'arco da 44 anni e gli ultimi 20 li ho passati a praticare kyudo, ho usato tutti i tipi di arco, da quello olimpico al compoud, fino al longbow inglese. Ma nessuno è paragonabile a quello che si sono inventati i Giapponesi. La tecnica di tiro giapponese è completamente diversa rispetto a quella occidentale. In quella occidentale l'arciere è il 20% del risultato finale. Nel senso che deve essere bravo a tendere l'arco e a collimare il bersaglio. Poi il resto lo fa l'arco. Nel kyudo è il contrario. Per come è costruito l'arco, questo la freccia non te la porterà mai a bersaglio, ma se ci applichi la tecnica giusta, non solo ti porta a bersaglio, ma è in grado di accumulare anche la potenza che è capace di sviluppare l'arcere durante il tiro. Nel senso che lo yumi è costruito in modo tale da dover essere utilizzato con tutta una serie di torsioni applicate dall'arciere che ne aumentano la potenza e l'efficacia.....questo a grandi linee.

Detto in parole povere, in occidente hanno scelto di migliorare l'attrezzo. E ci sono riusciti solo negli anni 50 dello scorso secolo con l'invenzione delle resine sintetiche. In Giappone hanno scelto di migliorare l'arcere perché l'arco che usavano andava già bene così, visto i meteriali con cui è costruito.

Tutto questo in sintesi perché è difficile spiegare la cosa senza prima spiegare come sono fatti gli yumi e perché sono fatti così.

#32
mauri

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Concordo con Te,
ora tu puoi chiamare questo miglioramento dell'Arcere come credi ma in molti casi in Giappone migliorare se stessi in rapporto a..... è parte dello Zen, è un percorso che non è sport è disciplina, come anche Tu l'hai definita e diviene un passaggio che è parte del proprio essere e agire, é talmente profondo che ti modifica in parte anche il modo di vivere, quando è così l'arco è solo un mezzo ma anche questo è zen.

"Io sono Anarca non perché disprezzi l'autorità ma perché ne ho bisogno. Così, non sono nemmeno un miscredente, bensì uno che esige cose degne di fede".

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#33
ATTILA

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e qui torniamo da capo..........non è proprio così............ :rolleyes:

Lo zen si è innestato.....o è stato innestato.....su qualche cosa che esisteva già ma che con il passare del tempo aveva perso l'utilità pratica e allora per ridargli forza qualcuno ha pensato bene di trasformarlo nell'ingresso di qualche cosa che stava diventando di gran moda soprattutto tra gli alti ranghi dei samurai e tra i nobili (kuge)

#34
mauri

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Concordo pienamente con la tua affermazione che lo zen è arrivato dopo, forse è solo una costola dello shinto, ma sotto molti aspetti è il percorso molto più vicino di altri in questa ricerca di miglioramento che ha portato poi, in epoca ancora più tarda Inazò Nitobe a condensare il tutto nel suo Bushidò.

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#35
ATTILA

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più che dello shinto, è una costola del buddismo, visto che mira a insegnare alle persone come raggiungere il satori che aveva raggiunto lo stesso budda....... :arigatou:

#36
leonardo_1975

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Serpiko in parte ha risposto alla domanda di Mauri. La continuazione della risposta è che la tecnica di tiro giapponese è in assoluto la più evoluta, insieme a quella turca che aveva un manuale di addestramento per gli arcieri dell'esercito del sultano composto da 60 capitoli. E poi perché, come gran parte delle arti marziali antiche e non, si trascina dietro una serie di valori e insegnamenti che inevitabilmente si riflettono anche nella vita quotidiana. Io tiro con l'arco da 44 anni e gli ultimi 20 li ho passati a praticare kyudo, ho usato tutti i tipi di arco, da quello olimpico al compoud, fino al longbow inglese. Ma nessuno è paragonabile a quello che si sono inventati i Giapponesi. La tecnica di tiro giapponese è completamente diversa rispetto a quella occidentale. In quella occidentale l'arciere è il 20% del risultato finale. Nel senso che deve essere bravo a tendere l'arco e a collimare il bersaglio. Poi il resto lo fa l'arco. Nel kyudo è il contrario. Per come è costruito l'arco, questo la freccia non te la porterà mai a bersaglio, ma se ci applichi la tecnica giusta, non solo ti porta a bersaglio, ma è in grado di accumulare anche la potenza che è capace di sviluppare l'arcere durante il tiro. Nel senso che lo yumi è costruito in modo tale da dover essere utilizzato con tutta una serie di torsioni applicate dall'arciere che ne aumentano la potenza e l'efficacia.....questo a grandi linee. Detto in parole povere, in occidente hanno scelto di migliorare l'attrezzo. E ci sono riusciti solo negli anni 50 dello scorso secolo con l'invenzione delle resine sintetiche. In Giappone hanno scelto di migliorare l'arcere perché l'arco che usavano andava già bene così, visto i meteriali con cui è costruito. Tutto questo in sintesi perché è difficile spiegare la cosa senza prima spiegare come sono fatti gli yumi e perché sono fatti così.



Io non scinderei l'arco giapponese dall'arciere perchè la tecnica Heki, la quale prevede una torsione estremamente vistosa, è possibile soltanto su uno yumi. Tale tecnica 'consente un maggiore accumulo di energia ( EEP ) che è assolutamente sorprendente se paragonato all'EEP di altri archi. La tecnica heki fa dell'arco una componente del sistema globale (arco - freccia - arciere): il motore che accumula e rilascia energia è tutto l'insieme.' E questo non è forse Zen?!!!
Ad onor del vero, oltre all'arco turco, un altro arco che ha una geometria notevolmente evoluta, la quale permette una tecnica simile ma non paragonabile a quella giapponese, è l'arco coreano. Si parla comunque di EEP e non di efficienza, intesa quest'ultima come differenza tra l'energia prodotta dall'incremento di forza in funzione dell'allungo durante la trazione e l'energia del carico che si ripartisce sulla fraccia al momento del rilascio. L'efficienza dunque dipende esclusivamente dall'allungo e dalla geometria dell'arco.




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