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Libro su Hara-Kiri


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7 risposte a questa discussione

#1
paolari

paolari

    appena arrivato

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  • Sesso: Uomo
  • Reggio Emilia no kuni jū

Buonguiorno a tutti, vorrei segnalare questo libro acquistato in una libreria di libri usati.

Forse qualcuno lo conosce già, ma non l’ho visto citato nel forum e quindi lo propongo.

L’ho trovato interessante perché contiene una storia del seppuku e una descrizione molto dettagliata della cerimonia.

Si legge molto rapidamente e potrebbe essere una interessante lettura estiva.

 

File Allegati  20180708_124246-1.jpg   1,51MB   1 Numero di downloads



#2
betadine

betadine
  • Socio INTK
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  • Marte no kuni jū
Grazie. Lo consigliero di sicuro... ;
Sii immobile come una montagna ...
E non trattare le cose importanti troppo seriamente.

#3
paolari

paolari

    appena arrivato

  • Membri
  • 18 messaggi
  • Sesso: Uomo
  • Reggio Emilia no kuni jū

Colgo l'ironia :hihi:

Il tema non è dei più ridanciani, ma è un libro interessante. Buona giornata.



#4
Cristiano Boscaini

Cristiano Boscaini
  • Socio INTK
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  • Verona no kuni jū

Grazie per la segnalazione! appena ordinato!  :arigatou:



#5
betadine

betadine
  • Socio INTK
  • 1768 messaggi
  • Sesso: Uomo
  • Marte no kuni jū

Hai notato qualche differenza per quanto fatto e raccontato in vita da Mishima ???

 

Nel suo racconto "Il padiglione d'oro" racconta:

Mizoguchi appicca il fuoco e fugge sulla collina che fiancheggia il tempio. Nonostante avesse acquistato dei medicinali e un coltello per suicidarsi dopo l'atto, il giovane si scopre pieno di una rinnovata vitalità. Il narratore (Mizoguchi stesso) chiude il racconto ricordandosi come, osservando le fiamme levarsi al cielo, si accese una sigaretta e pensò: "Volevo vivere"

 

Yukio Mishima si spense il 25 novembre del 1970 in modo spettacolare.

L’esito non fu quello sperato.

La disonestà intellettuale dei posteri lo liquidò dandogli dell’estermista nazionalista, del fanatico esaltato, ed il pensiero prettamente politico dell’autore giapponese rimase silenziato in favore di una più tollerabile estetica letteraria espressa nei suoi romanzi. La stessa figlia dello scrittore, in una conferenza tenuta a Roma, all’Istituto di cultura Giapponese, afferma che il Mishima “politico” non è altro che la sublimazione di quello “letterario”.

Eppure a noi, questi due aspetti, sembrano le facce di una stessa medaglia che vivono in un rapporto dialettico, e l’una non può esistere senza l’altra.

Nel Padiglione d’oro, romanzo pubblicato dallo scrittore nel 1954, vediamo riassumersi nelle descrizioni degli ambienti, del santuario, delle stagioni, della sfera emotiva del personaggio principale, tutta la concezione della bellezza di Mishima, vista e vissuta come un sentimento indefinito, intoccabile, eterno ed eccessivo, ossessionante, equiparabile, e finalmente sovrapponibile, alla morte. La bellezza tragica e sublime nella sua poetica viene a galla con un simbolismo che pervade tutta l’opera.

Dall’altro lato invece, in Lezioni spirituale per giovani samurai, o nella sua Filosofia del pensiero e dell’azione, nelle Lettere, con Kawabada, altro eccezionale scrittore - primo giapponese a vincere il nobel per la letteratura nel 1968 - vediamo delinearsi un assioma politico imprescindibile, un pensiero pervaso da quel gusto estetico tipico del Mishima “letterario” che però si politicizza, romanticamente e tragicamente, con l’individuazione precisa di un nemico, il moderno, e inseguendo con aforismi incalzanti la bellezza e la perfezione, l’eternità che fa da ombra a questi due concetti. Nel biglietto d’addio lasciato prima di compiere il suicidio, troviamo tutta la sua volontà di eternizzarsi e di rendersi più prossimo che mai alla bellezza/morte, la bella morte: “La vita umana è breve, ma io voglio vivere per sempre”. Politica ed estetica in Mishima si confondono.

Il pensiero di Yukio Mishima si struttura nell’immediato dopo guerra, quando la vittoria degli Stati Uniti sul Giappone lascia amareggiato lui e molti altri suoi compatrioti. La sconfitta per i giapponesi non era stata presa in considerazione. Il militare Hiroo Onoda si rifiutò di credere che la guerra fosse finita e rimase a combattere con il suo plotone nelle isole filippine sino a trent’anni dopo l’armistizio. Lo stesso imperatore ordinò la resa, ma Onoda non poteva sopportare un simile disonore, e come lui anche Teruo Nakamura, che continuò a combattere sino al 1974. Questo era il clima che si respirava in Giappone, e questi erano gli uomini che il Paese del Sol levante partoriva.
Di fatto in Mishima cominciò ad emergere una critica spietata del Giappone moderno, quando l’influenza degli Stati Uniti nella politica interna e la sudditanza nei confronti delle Nazioni Unite, minarono le fondamenta tradizionali della cultura Giapponese, tra cui la sacralità della figura dell’Imperatore, che divenne “uomo tra gli uomini”, e la trasformazione delle usanze e dei costumi, dal Kimono al jeans. Anno dopo anno il Giappone perdeva la sua autonomia e la nuova Costituzione del 1947, redatta dal generale Mc Arthur, nonché il trattato di San Francisco, cambiarono decisamente l’identità culturale del Paese, obbligandolo alla rinunzia della guerra che rappresentava, per i samurai, l’unico modo di morire  di una bella morte, rendendo onore a sé e agli antenati. Il nuovo Governo colluso con gli States arrivò sino al punto di decretare il divieto di insegnamento scolastico di geografia, storia e morale giapponese.

Mentre il Pease del Sol levante si amalgamava agli standard del libero mercato democratico Occidentale, Mishima creò nel 1968 un suo esercito personale, “la società degli scudi” – gesto fanatico quanto pieno di idealità e di speranza – e decise di svincolarsi dall’americanismo, per rifondare l’etica giapponese e recuperare il sentimento nazionale. Il suo progetto si concluse, come da tradizione, in perfetta coerenza con la sua estetica letteraria, nel suicidio rituale, il seppuku, la morte più bella ed onorevole, dopo aver tentato di svegliare gli animi dei soldati regolari nella caserma del generale Mashita. Il proclama non ebbe quel successo in cui probabilmente Mishima neanche sperava. Il suicidio era premeditato, doveva rappresentare simbolicamente non solo la morte di un uomo, ma dell’ultimo esponente della cultura nipponica.

    «Dobbiamo morire per restituire al Giappone il suo vero volto!

E’ bene avere così cara la vita da lasciare morire lo spirito? Che esercito è mai questo che non ha valori più nobili della vita? Ora testimonieremo l’esistenza di un valore superiore all’attaccamento alla vita. Questo valore non è la libertà! Non è la democrazia! E’ il Giappone! E’ il Giappone, il Paese della storia e delle tradizioni che amiamo.»

 

Questo suo gesto, passionale e ardito, avvolto in una cultura a noi incomprensibile, è senza dubbio quel nesso, esageratamente disperato e drammatico, pervaso di una forte sensibilità per la bellezza, che lega il Mishima “politico” a quello “letterario”.

 

Oggi che il Giappone fa parte a tutti gli effetti del sistema occidentale, sul piano politico, economico e culturale, di quello antico non ne resta più nulla, ed il gesto del giovane patriota rimane tutt’ora incompreso e male interpretato. In lui non si è più visto oltre l’esaltazione nazionalista, divenuta una colpa, non si è visto al di là delle sue idee conservatrici, che fecero di lui un misogino reazionario.

Tuttavia, per quanto il suo “suicidio eroico” avrebbe detto Durkheim, fosse la manifestazione del suo ego, della sua concezione estetica che non poteva desiderare modo più sublime per abbandonarsi alla morte, il seppuku è perfettamente inquadrato in tutto il processo storico, civile e antropologico giapponese, in tutto l’assioma della sua tradizione, che ha sempre visto in quel rituale l’unico modo per recuperare l’onore perduto. Il seppuku e l’harakiri, non equivalgono in nessun modo al suicidio da noi concepito in Occidente, per noi è una sconfitta, un sintomo di debolezza e volubilità: è un crimine. In Giappone l’harakiri era l’ultima vittoria, il solo modo di salvare la propria integrità in caso di insuccesso, era la vivificazione incessante di un Giappone protettore di valori più alti e nobili della vita, rispettabili a costo della vita stessa che rimane, senza di essi, vuota ed incompiuta.

Mishima si può dire infine l’ultimo vero rappresentante della cultura giapponese, nella sua manifestazione più esasperata, esaltata e fanatica, sublime e affascinante, tragica e romantica.

 

 

Chiunque abbia visto il film L’ultimo Samurai ricorderà lo stupore del personaggio interpretato da Tom Cruise nel vedere un ufficiale, sconfitto dai “nemici” samurai, al quale veniva tagliata la testa, la sua ferma convinzione che fosse un brutale omicidio a sangue freddo e, allo stesso tempo, il suo stupore nell’apprendere che, in realtà, gli era stato concesso un grande privilegio, cioè quello di morire in modo onorevole.

Il Seppuku ((切腹), che letteralmente significa “taglio dello stomaco” è una pratica di suicidio rituale le cui origini si perdono nella leggenda. Il termine con cui è conosciuto informalmente (ma solo al di fuori del Giappone) è il più noto Harakiri (腹切り) scritto con i medesimi kanji di Seppuku, ma invertiti di posizione.

Toltoci il peso della definizione enciclopedica, analizziamo più nel profondo quello che è a tutti gli effetti un rituale complesso, ben codificato e che nel corso dei secoli ha stimolato la curiosità ed i resoconti degli Occidentali che, spesso involontariamente, ne sono stati testimoni.

Le origini

Correva l’anno 1170: il leggendario Samurai Minamoto No Tametomo (源 為朝) combatteva contro il clan Taira in una delle tante lotte territoriali avvenute in Giappone. Le sue abilità di arciere rasentano l’impossibile, si dice che abbia addirittura affondato un’intera nave Taira con una sola freccia ben piazzata sullo scafo (altro che One Piece), tuttavia i nemici sono tanti, lo sovrastano di numero e, durante una lotta, gli recidono il tendine del braccio, impedendogli di scagliare le sue temibili frecce.

Resosi conto di non poter più combattere, si pianta un coltello nell’addome in quello che, probabilmente è il primo caso di suicidio volontario della storia del Giappone.
 

Di fatto, ciò che ho appena descritto, è una delle tante leggende sui samurai, a metà tra la storia e la finzione.

Per avere un caso storicamente attendibile e documentato, si deve andare avanti 10 anni (1180), sempre nell’ambito degli scontri tra le armate Minamoto e i Taira quando, circondato dai nemici Minamoto No Yorimasa (源 頼政), affronta l’inevitabile sconfitta togliendosi la vita, lasciandoci un breve, ma intenso poema di morte (ne riparleremo dopo).

Da questo momento in poi questa pratica è divenuta a tutti gli effetti parte integrante del bushido, il codice dei Samurai.

Il rituale
Il rituale poteva anche essere spontaneo, ad espiazione di una grave colpa o inadempienza come poteva essere, ad esempio, l’aver fallito un’importante missione o aver disonorato il proprio maestro.

Nella cultura occidentale, specialmente nei paesi nei quali il Cristianesimo ha plasmato l’ideologia e le credenze della gente, non c’è niente di peggio che togliersi volontariamente la vita: un atto egoistico, noncurante del prossimo e assolutamente contrario al volere divino, tanto che, come molti ricorderanno, il buon Dante Alighieri piazza i suicidi nel Secondo Girone del Settimo Cerchio, quello dei Violenti, trasformati in alberi per aver volontariamente rinunciato alla propria umana natura.

Questa divagazione è necessaria per comprendere quanto lontana da noi è la mentalità di un popolo in cui concedere la possibilità di morire di propria volontà con il Seppuku è, invece, il più alto degli onori che si possano concedere ad un nemico sconfitto o ad un condannato a morte.

Ricordiamo ancora che il rituale poteva anche essere spontaneo, ad espiazione di una grave colpa o inadempienza come poteva essere, ad esempio, l’aver fallito un’importante missione o aver disonorato il proprio maestro.

tanto..

Sostanzialmente il rituale consiste nell’auto-smembramento utilizzando un pugnale, o tantō, preparato per lo scopo come nell’immagine, con un taglio che seguiva un preciso percorso, ovvero prima da sinistra verso destra e successivamente verso l’alto.

La logica dietro a tutto il rituale non è solo quella di “liberare l’anima”, la cui sede si riteneva appunto essere il ventre, ma anche quella di andarsene nel modo più onorevole possibile.

Per questo motivo il soggetto si poneva nella classica posa in ginocchio, detta seiza, così da permettere al corpo senza vita di cadere in avanti. Era considerato, infatti, estremamente disonorevole morire in posizione con il viso rivolto verso l’alto, soprattutto perché così tutti avrebbero potuto vedere le inevitabili smorfie di dolore deformare il volto del suicida.
Nel caso di suicidio preparato (quindi in caso di condanne a morte o di pietà da parte dei nemici, come nel caso del film citato all’inizio), si dava un fidato compagno come assistente, detto kaishakunin (介錯人), che letteralmente significa “decapitatore”.

 

Come avrete già intuito la sua funzione era quella, una volta apportato il taglio all’addome, di praticare, con un colpo preciso, un taglio al collo del suicida in modo da evitare una lunga agonia  e di preservare gli spettatori dalle già citate smorfie le quali, come già detto, non sarebbero state considerate onorevoli.

 

Per questo gesto era richiesta una notevole abilità con la spada, poiché il taglio doveva essere preciso ed in grado di uccidere istantaneamente il suicida senza staccargli completamente la testa.

Perdere la testa per un samurai significava infatti portare disonore e disgrazia a lui e a tutti i suoi discendenti.

Nonostante il maschilismo del Giappone, anche alle donne era permesso il rito del suicidio, con qualche piccola differenza, a partire dal nome, jigai (自害).

Esso consiste sostanzialmente nel taglio della giugulare e viene compiuto senza alcun tipo di assistenza. Anche in questo caso il suicida doveva mantenere una posa onorevole e, per questo motivo, la donna legava assieme le ginocchia, così da cadere rannicchiata in avanti. Scopo del suicidio, spesso, era quello di evitare stupri a seguito di sconfitte in battaglia da parte dei propri avversari.

 

Il poema di morte

Un capitolo a parte dev’essere sicuramente dedicato all’usanza, sviluppatasi negli anni, di lasciare un componimento prima di praticare il seppuku. Si trattava di brevi poesie, secondo i canoni abituali della cultura giapponese (es. gli Haiku) e chiamate jisei, che significa “poema d’addio”.

Ve ne segnalo in particolare due.
Il primo l’ho citato ad inizio articolo, lasciato appunto da Yorimasa prima di andare in quella che sarebbe stata la sua ultima battaglia:

    Come un vecchio albero
    da cui non si raccolgono i fiori
    triste è stata la mia vita
    destinata a non portare alcun frutto

 

Il secondo deve la sua notorietà alla battaglia di Iwo Jima, nella quale l’esercito giapponese subì una pesante sconfitta da parte di quello americano. Si dice che il Generale giapponese sconfitto, Tadamichi Kuribayashi, praticò su di sè il seppuku (anche se, di fatto, il suo corpo non fu mai ritrovato). A noi pervenne solo questa poesia:

    Impossibilitato ad adempiere a questo arduo compito per il nostro paese
    Frecce e pallottole esaurite, tristi siamo caduti
    Ma salvo sbaragli il nemico,
    il mio corpo non può marcire nel campo.
    Sì, rinascerò nuovamente sette volte
    E brandirò la spada
    Quando le lugubri gramaglie ricopriranno quest’isola
    Mio unico pensiero sarà la Terra imperiale.

(e un due bei film di Clint Eastwood rappresentano la stessa battaglia vista da due angolazioni differenti)

Il Seppuku oggi

Travolto dalla modernità il Giappone ormai non registra quasi più nessun caso di suicidio rituale. È rimasto, tuttavia, ben impresso nella memoria di tutti i giapponesi, quello dello scrittore e saggista Yukio Mishima, avvenuto il 25 Novembre del 1970 dopo che lo stesso, occupato un palazzo del Ministero della Difesa, aveva pronunciato un lungo discorso il quale condannava l’occidentalizzazione del paese e inneggiava ai veri valori nipponici, identificati con la figura dell’Imperatore.

 

A Yukio Mishima non andò come previsto, in quanto, dopo essersi conficcato il pugnale nell’addome, il suo discepolo fidato e amico Masakatsu Morita fallì per ben due volte nel taglio della testa e prolungando l’agonia del malcapitato.

A risolvere la situazione fu un altro membro della sua organizzazione (il Tate no Kai) presente in quel momento, Hiroyasu Koga.

Lui stesso si dovette ripetere quando Morita sentì il dovere di togliersi la vita in quanto incapace di sopportare il senso di colpa nell’aver deluso il suo maestro.

:arigatou:


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#6
getsunomichi

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Grazie Beta per l'interessante piccolo saggio.
C’è una piccola cosa su cui non concordo, riguardo Mishima.
Si tratta di una sottigliezza, per cui spero di riuscire a spiegarmi.


Il Seppuku è si un gesto suscitato dal senso dell'onore.
È un modo per terminare la propria vita, riguadagnando il rispetto di se stessi, prima ancora che degli altri.
Ma è soprattutto un gesto compiuto soffocati da un altro sentimento.
La vergogna.
Per noi difficile da comprendere, vergogna di cosa?!?
Vergogna di non avere compiuto il proprio dovere.
Vergogna di essere stati di ostacolo alla propria famiglia.
Vergogna di averla messa in pericolo.
Vergogna di averla disonorata.
Vergogna di un fallimento a cui è impossibile porre rimedio.
Sei diventato un essere inutile e dannoso per il clan.
L'haiku che hai riportato, lo segnala meglio di ogni mia parola.

Come un albero vecchio
Di cui non si raccolgono i frutti
Triste è stata la mia vita
Destinata a non portarne alcuno

Un atto che si compie perciò in intimità.
Come delle cose di cui ci si vergogna.
Che ci racconta di una vita che non ha più uno scopo.

Beh, in questo Mishima fu molto occidentale.
Il suo fu un atto pubblico, ben progettato per dare massima risonanza mediatica.
La vergogna era lontanissima.
Anzi, quello era un estremo disperato tentativo di ricordare al Giappone chi esso fosse.
Per lo meno, secondo lui.
Un gesto da filosofo che ricordava al suo popolo cosa fosse l'onore e il dovere.
Non il gesto di un guerriero che quell'onore lo aveva perso, mettendo invece in pericolo il proprio popolo.

Ora, mi rendo conto che sostenere che Mishima abbia terminato la sua vita con un gesto da occidentale può sembra la tesi di uno che la spara grossa.
Però è così.

月の道

#7
betadine

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 intanto una sottigliezza/differenza l'hai colta ........ (c'era da aspettarselo, direi, ma attendo altri spunti..)

 

principalmente su un ultimo tuo periodo, molto sul punto..: 

Un gesto da filosofo che ricordava al suo popolo cosa fosse l'onore e il dovere.
Non il gesto di un guerriero che quell'onore lo aveva perso, mettendo invece in pericolo il proprio popolo.

 

Forse più nobile fu il gesto di Morita...

a questo punto approfondirei e cercherei interconessioni con un testo del tutto occidentale che ci racorda che tutti noi (molto probabilmente tutti) abbiamo la nostra e del tutto personale "macchia umana" - P.Roth

 

 

.. è sempre un piacere leggerti.


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#8
getsunomichi

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Difficile parlare di nobiltà.
Certamente Masakatsu Morita, se avesse ragionato con la mentalità di un guerriero giapponese feudale, avrebbe potuto considerare unonta con cui difficilmente vivere, il fatto di aver fatto perdere la faccia al suo Maestro in un momento così importante per lui come quel suicidio.
Il suo suicidio è legato ad una vergogna insostenibile, in un certo senso, come da tradizione.
Una vita diventata inutile, avendo mancato in quel momento topico.

Mishima invece non aveva granché di cui vergognarsi. Tieni conto che lomosessualità è accettata piuttosto come naturale in Giappone, non credo avesse dei sensi di colpa come accade talora da noi (per fortuna oggi di meno di un tempo).
Ma certo, Mishima era un animo inquieto è ansioso di trovare valori sociali importanti.
Per certi aspetti mi ricorda un po Pasolini.
Questa cosa del Bushido era un po una minchiata, detto tra noi.
I Giapponesi del dopoguerra avevano tutti i diritti di lasciarsi un pernicioso nazionalismo, che per tutto il Meiji non gliene ha portata una buona, alle spalle. Ricercando finalmente la pace.
...
Ciò detto, gratta gratta, il Giapponese alla lunga viene fuori.
Non cè bisogno di un Mishima che si suicida per spiegare ad un Giapponese, uomo, donna o bambino, chi è.
Mishima voleva trasformare anche la sua fine in un opera d'arte.
Un atto su cui far riflettere.
...
Beh, se ne stiamo ancora parlando, direi che ci è riuscito.
Ma è riuscito a fare l'artista e il creativo pubblicitario che conosce i media.
Nessuno lo ricorda per l'uomo che incarnava i valori del Bushido.
Lo si ricorda perché è stato un grande scrittore che ha fatto una fine tragica.
😉
月の道




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