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Vivere il Bushidō praticando il Budō

Molti anni fa insieme a degli amici Budoka definivamo “Utsuri, riflessioni a fil di Spada” gli approfondimenti inerenti alla Via della Spada.

Oggi con voi inizio a riflettere sul Bushidō, sul Budō e sullo Yamato Damashii.

Il primo giapponese che con me usò quest’ultimo termine fu il mio vecchio Sensei Mamiya Mitsuharu (間宮光治, 1917- 2005) quando lo conobbi nel 1983. Lo pronunziò mentre sguainava la sua famosa coppia di Wakizashi Hiromitsu e Akihiro. Forse non sapeva che conoscevo il termine o forse lo usò con l’intento di spingermi oltre le apparenze sentendo che potevo percepire quello Spirito Invisibile Yukai (幽界) che si cela anche nelle Nihontō.

Dedico alla sua memoria le seguenti riflessioni.

“Sōshū-jū Akihiro” (相州住秋廣) datato 1364. Già in mostra al Sōshūtō Art Museum.
“Sagami no kuni Junin Hiromitsu” (相模 国住人広光) datato 1352. Da “Kamakura Kaji Koshiogusa” (鎌倉鍛冶藻塩草) di Mamiya Mitsuharu.

Sebbene il concetto di Via del Guerriero sia insito nel Tao te Ching (道德經, “Libro della Via e della Virtù”) attribuito a Lao Tse, ma compilato nel IV-III secolo a.C., il termine Bushidō apparirà e si userà soprattutto nel periodo Edo (1603-1868), dopo che le lotte secolari tra i Bushi avranno pacificato il Giappone.

Tuttavia già intorno all’anno 1000, in un capitolo del celebre Genji-Monogatari la dama di corte Murasaki Shikibu descrive il sentimento che più animerà la Via dei Guerrieri. Si tratta dello Yamato-damashii (⼤和魂, “Spirito giapponese”) o Yamato-gokoro (⼤和⼼, “Cuore / Mente giapponese”). Inizialmente questi ideogrammi non esprimevano chiusure alle influenze straniere ma piuttosto l’autonomia che da esse la cultura giapponese ambiva conquistarsi. Così infatti scrive Murasaki: “la cosa più sicura è dargli una buona e solida base di conoscenze. È quando c’è un fondo di apprendimento cinese Zae (才) che lo spirito giapponese Yamato-damashii è rispettato nel mondo”…

Gli ideogrammi 武⼠道 Bu-shi-dō, che qui invito a leggere appunto come segni dell’indipendenza culturale nipponica, comparvero invece la prima volta nel libro segreto di strategia dei Takeda, il Kōyō Gunkan del 1616. Nel testo che narra le gesta memorabili di Takeda Shingen e Uesugi Kenshin vennero codificati sia il Bushidō che le tecniche di combattimento Bugei (武藝) o Bujutsu (武術) dei due condottieri e monaci Zen.

Come si vede dagli ideogrammi la Via e il buddismo Zen (禅), che crea lo stato d’animo adeguato a seguirla, nacquero in Cina ma una volta in Giappone furono interpretati da una società divisa in caste guidate proprio da quei Samurai avviati lungo il suo percorso simboleggiato dalla breve fioritura dei Sakura e dalla zucca che svuotata rimanda alla mente vuota Mushin (無⼼) da cui pensiero e azione sgorgano in un unico atto.

Nell’Arte e nella letteratura lo stato d’animo dei Bushi si riflette nel senso di Wabi-sabi (侘寂) e Mono no Aware (物の哀れ) ambedue ispirati dalla nostalgia per il tempo che passa e dalla comprensione dei mutamenti senza tormenti.

I libri qui citati testimoniano che tanto più si consolida la pace quanto più si comprendono ed elaborano le esperienze di guerra. Pertanto fu solo nel periodo Edo che Bushidō e Budō vennero formulati. Ad un secolo dalla pubblicazione del Kōyō Gunkan il Samurai di Saga Yamamoto Tsunetomo compilò l’Hagakure il trattato più significativo sui principi filosofici del Bushidō che però non sarà stampato che due secoli dopo.

Negli stessi anni proprio mentre si credeva che la pace avesse reso la Via soltanto una filosofia da meditare nei Dojō, la vendetta e il Seppuku rituali fieramente scelti dai 47 Ronin fedeli, rinvertirono la pratica del Bushidō.

Dopo la metà dell’800 l’assedio del mondo moderno portò al collasso il regime Tokugawa che entrò in guerra contro l’Imperatore Meiji che intendeva modernizzare il paese ma non dimenticare le Tradizioni. Ed anche il Tennō dovette appellarsi alla devozione gerarchica del Bushidō per scalzare lo Shogunato e controllare i globalizzatori che a cannonate bussavano ai suoi porti.

Dopo aver costituito un esercito moderno e sottomesso i Samurai, Meiji abolì le caste e nel 1876 promulgò l’Haitōrei che li privò delle spade e degli appannaggi. Gli spadaccini disoccupati furono costretti ad aprire i Dojō agli uomini comuni per i quali soppiantando il Kenjutsu che aveva salvato la vita a generazioni di Samurai concepirono le attuali Arti marziali e le spade più adatte a praticarle.

Fino ad allora attorno alle Nihontō era fiorito un indotto che occupava migliaia di persone assunte dalla classe guerriera che viveva di rendite calcolate in Koku, la misura di riso equivalente al consumo pro-capite annuo. I Daimyō più ricchi amministravano centinaia di migliaia di Koku ottenendo ricchezze e i servigi degli abitanti dei loro feudi.

Dopo la restaurazione l’imperatore Meiji per salvare le spade più importanti le fece registrare come tesori nazionali, beni culturali e artistici, mentre per tutelarne la tradizione nominò gli spadai Gassan Sadakazu e Miyamoto Kanenori “Teishintsu-Gigein”: Artisti di Corte.

Nel 1899 Inazo Nitobe un giapponese cristianizzato che viveva in occidente coniugando Bushidō e Yamato-Damashi pubblicò “Bushidō l’anima del Giappone” il primo libro in inglese che tentando di chiarirne i principi etici li paragonava in qualche modo alla morale cristiana e ai filosofi occidentali.

Nel 1906 la riscoperta dell’Hagakure, finalmente pubblicato, spronò i militari e i Kamikaze fino alla guerra mondiale tragicamente persa contro le bombe atomiche. E nonostante la sconfitta tutto il popolo consapevole dei valori gerarchici obbedì all’Imperatore HiroIto che per imposizione americana dovette anche abolire il suo esercito.

Nel 1970 questa imposizione portò Mishima e il suo seguace Morita a compiere in diretta TV e al cospetto di un folto gruppo di militari un drammatico Seppuku di protesta.

Ma ricordo anche uno dei miei insegnanti di Kendō che in silenzio scelse di morire così.

Comunque, in questa schematica ricapitolazione abbiamo visto che in origine il kanji Dō 道 e il concetto di cammino spirituale non si riconducevano al Bushidō ma direttamente allo Shintō (神道) il Tao degli antenati e protettori divini in cui il mondo materiale (⾒界, kenkai) e quello spirituale (幽界, yukai) sono corrispondenti. Questo ci rammenta che prima dei monoteismi non solo “l’uomo” ma tutto aveva “l’Anima”. Da questa prospettiva quella delle Spade sarà la più forte perché serba una triplice natura: la prima “Anima” è quella infusa dagli artefici che l’hanno fabbricata; la seconda è quella dei proprietari che ha salvato; e la terza viene dai nemici che ha ucciso.

Ciò però non evita di constatare che il “Cammino del Guerriero” pur partendo dal Taoismo si sviluppò nel Buddismo e nel Confucianesimo. Anzi possiamo dire che saranno proprio queste 3 Vie seppure di origine cinese a confluire nello Yamato-Damashii e nel Bushidō.

I principi del Bushidō e le mutazioni del Bujutsu nel Budō vennero infatti codificati sulla base della Tradizione Confuciana che il 1⁰ degli Shogun Tokugawa Ieyasu, elesse a modello di governo.

Stando agli insegnamenti di Confucio la virtù-chiave per il buon funzionamento dello Stato è la pietà filiale (cin. Xiao, 孝 giapp. Kō) applicata alle cinque relazioni cardinali (cin. 五倫Wǔlan che in giapponese suonano Gorin).

1 Imperatore – suddito

2 padre – figlio

3 fratello maggiore – fratello minore

4 marito – moglie

5 amico maggiore – amico minore

Questa gerarchia fu adottata perché in essa si inseriscono perfettamente i Samurai, la cui denominazione deriva da servire; i rapporti tra Maestro e allievo e quelli tra Senpai e Kohai.

Il Wulan però nonostante la sua rigida struttura è spesso strumentalizzato da individui che bramano il comando, ma non è detto che glielo garantirà finché le loro vite non saranno esempi per la collettività, che infatti può imporgli di togliersele qualora fossero indegni delle loro aspirazioni. E non era neanche scontato che il Wulan ponesse alla guida il primogenito perché l’adozione poteva assegnare il suo ruolo a chi rivelava quelle innate doti personali o Carismi, ovvero capacità di assunzione della responsabilità che diventava proporzionale alla posizione assunta entro questa gerarchia.

Il Budō a differenza dallo Sport non nacque per “diporto” ma per svelare, coltivare e unificare incessantemente queste doti fisiche e mentali. La sua trasformazione da Jiutsu 術 in 道 non è che il recupero in tempo di pace delle origini rituali e sacre dell’Arte della Guerra.

Il Budō distingue la Forza dall’“Energia” ma può sviluppare entrambe basandosi non tanto sulla “forza esterna” quanto su quella “interna” che non diminuisce ma aumenta in età in cui qualsiasi atleta sarebbe già completamente fuori gioco.

La cosiddetta Energia è resa nell’ideogramma cinese del Qi (氣, che in giapponese si legge Ki) che evocando il vapore della pentola di riso in ebollizione allude al nutrimento e all’energia vitale.

Esercitate con tale stato d’animo e finalità le tecniche Jutsu (術) sono diventate forme d’Arte (术, Shù) praticate come “religioni” per riannodare Musubi (結) i vincoli sciolti tra l’uomo e i suoi divini Antenati.

Le tecniche così eseguite sono dette Arte perchè la padronanza delle armi presuppone lo stesso dominio sugli arti richiesto agli artisti che si esercitano nella calligrafia. Gli insegnanti dovrebbero infatti meditare sulle immagini dei pittogrammi come sul collegamento etimologico tra i nostri termini Arto, Arma e Arte per fare del Budō la Via di ritorno alle mitiche origini del Dai Nippon dei Kami, del Kiku e dei Sakura.

Solo comprendendo che le concezioni gerarchiche non servono a formare detentori di potere ma custodi che tutelino a nome di tutti i Patrimoni collettivi, ossia che comandare significa servire, manterremo l’ordine necessario a non farci travolgere dalla globalizzazione.

Ma comprendere non è semplicemente apprendere, solo quei Bushi che dimostreranno di avere compreso l’etica e la direzione del Dō saranno degni di rappresentare la Scuola di provenienza. Se la fiammella dell’ego cede alla luce del Satori (悟) potranno anche maturarne interpretazioni che aggiornano, ma non sostituiscono, gli insegnamenti originali.

Quando la Vita diventa una Via si attua nelle Tappe, non nel traguardo di cui al massimo possiamo stabilire il tempo e le modalità.

Ciò però non toglie che per i guerrieri ogni atto sia definitivo perché se ogni giorno può diventare l’ultimo, in quello che vi compiremo metteremo in palio le nostre vite.

Questo è lo Spirito del Bun Bu Ryo Dō (⽂武両道) e dei precetti utili a chi si è incamminato lungo la Via dei Guerrieri.

Personalmente apprezzo molto le intenzioni di chi aspira a questi modelli di formazione ma la Via della Spada esprime lo Zen (禅) che unifica intenzione e azione.

Ciò significa che Penna e Spada dovrebbero affinare l’intuito e il senso di discernimento delle priorità fino a raggiungere lo stesso Stile Impeccabile prima di essere esibite.

Perciò l’etica del Bushidō e la pratica del Budō impongono di rifinire la forma e i contenuti di ciò che intendiamo pubblicare per offrire agli altri frutti degni della Spada e di quegli Antenati e Maestri che ci aprirono la sua Via.

F.de Feo

2 /2021

Roma 1992: de Feo, Motozawa Sensei, Mamiya Mitsuharu Sensei (間宮光治, 1917- 2005). Con Motozawa diventammo amici verso il 1980 quando venne a tenere un corso di Karate in Italia; proveniva da una famiglia di Samurai di Edo che viveva in una antica casa nelle vicinanze del vecchio museo a Yoyogi. La sorella Tsubaki era segretaria presso la N.B.T.H.K. e fu lei a presentarmi Mamiya Sensei.