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Renato Martinetti

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  1. scrivete quando andate, magari ci si aggrega..
  2. Oltre ai commenti già fatti sulla qualità delle lame che hai proposto, aggiungo anche di valutare con attenzione la koshirae fornita con la prima lama. Con la cifra richiesta puoi pretendere davvero poco e questi venditori giapponesi non ti regalano niente, al contrario cercano spesso di rifilarci a noi occidentali vogliosi di acquisto quello che non riescono a vendere localmente. Per rendere più appetibile l'affare quasi sempre accrocchiano in malo modo koshirae di scarsa qualità: in quella della Kaneshige osserva il samè veramente basico, lo tsuka ito approssimativo, la tsuba che ha visto tempi migliori e via discorrendo. Se il koshirae è buono e magari completamente originale te lo faranno pagare, a cifre simili a quelle delle due lame del post.
  3. Da incornicare ed appendere al muro..una "Referenza" che ben pochi fuori dal Giappone possono esibire e questo riassume il tutto.. bravo Max :ok:
  4. dopo il cambio lame del 19 se riesco faccio un salto sabato, capendo l'orario..
  5. pur essendo già migliore della maggior parte delle cinesate che girano, nei punti di incertezza metterei il nakago poco rifinito e con un incerto shinogi, i caratteri della data piuttosto piccoli in confronto a quelli della firma, l'hamon veramente strana e senza un chiaro nioi-guchi. Anche i koshirae sono un pò strani ed "impapocchati": vedendo per esempio questo sul sito notate la tsuka che sembra a sezione esagonale, con lo tsuka-ito che fa due angoli invece di essere a sezione rotonda, cosa mai vista. Sulla tsuba non mi pronuncio, mentre il fuchi mi sembra anch'esso una riproduzione; invece il kashira potrebbe esser buono. Anche il saya mi lascia perplesso: lacca strana e bassa qualità nelle rifiniture. Sui foglietti e diplomi non mi pronuncio..
  6. Bravo Max!! Spero che il tuo sia l'esempio per tutti quelli che si cimentano, magari con buona volontà, ma senza arte ne parte, in questi mestieri: i risultati si possono ottenere solo con anni di studio e di dedizione, purtroppo la passione è solo la base su cui costruirsi tali professionalità.. :arigatou:
  7. la foto che postai io era relativa all'esposizione "La bellezza ritrovata" alle Gallerie d'Italia in quel di Milano. L'Armeria Reale di Torino è splendida ed anche questa bacheca giapponese fa la sua bella figura (notate i famosi pantaloni esposti sul piano). Chi di noi vecchi e scassati dell'INTK ebbe la fortuna di metter mano alle armi ed armature giappionesi dell'Armeria quasi 30 anni fa rimpiange la vecchia saletta circolare, dedicata interamente al Giappone ed ora espropriata dal museo confinante, al confronto della quale questa vetrinetta è assai misera...
  8. In realtà la realtà (scusate..) sta, se non nel mezzo, ai tre quarti: I giapponesi asportarono parti dell'armatura probabilmente integrate in Inghilterra nei decenni precedenti con pezzi acquistati sul mercato antiquario ed applicarono la metodologia standard di restauro da loro in voga in quegli anni. Del resto ancora sull'interessante pubblicazione del Getty Museum del 1985 sulla conservazione degli oggetti in lacca, era chiaro che i restauratori giapponesi erano soprattutto artisti laccatori e le tecniche di restauro fondamentalmente erano le stesse impiegate per laccare nuovi oggetti. Io assistei anni fa al restauro effettuato da conservatori/laccatori (?) del museo Wajima su paraventi di un museo italiano (ovviamente esperienza per me assai formativa), con tecniche assolutamente giapponesi. L'unico problema di queste, assai efficaci come risultato se ben eseguite, è che sono irreversibili; quindi il restauratore deve conoscere bene il proprio mestiere. In occidente si utilizzano invece materiali reversibili, che a volte possono risultare non compatibili con quelli giapponesi. Inoltre non sempre gli occidentali hanno la mano leggera: nel restauro dell'armatura dell'Armeria Reale di Torino, a parte la postura in piedi della stessa, voluta per replicare l'allestimento ottocentesco, anche se per me discutibile (almeno gli avessero messo i pantaloni, peraltro presenti in mostra! Così sembra un disabile..), le parti metalliche doraten son state polite in modo assai "approfondito" come si vede nel video del restauro e sembran nuove di pacca, come quelle che vende Namikawa..
  9. Come già ripetuto più volte sul forum, la concezione di "restauro" per i giapponesi era assai diversa dalla nostra (le lame antiche si "piallano" senza problemi). Lacche, spade, armature rovinate dovevano ritrovare la completa funzionalità pratica ed estetica, se ti tagliavano senza problemi un nakago con una buona firma solo per montare l'ultimo koshirae di moda immaginatevi il restauro. Clamoroso fu il caso di una delle armature regalate dallo shogun nel 1600 al re inglese e custodita nella torre di Londra: fu inviata alcune decine di anni fa in Giappone per un restauro conservativo e tornò indietro completamente trasformata. Oltre ad averla interamente rilaccata e riallacciata in un colore diverso, i giapponesi avevano modificato il kabuto ed asportato alcune parti (maniche e gonnellino!) per loro non coerenti. Il caso provocò non poco imbarazzo tra i curatori inglesi e fece iniziare il ripensamento, ora giunto anche in Giappone, su quanto deve essere invasivo il restauro. Ancora adesso l'approccio è comunque diverso; i restauratori privati, sia giapponesi che occidentali, tendono a privilegiare le metodologie di intervento antiche, considerando anche che la maggior parte del loro lavoro è svolta su oggetti di media qualità in mani private. I conservatori dei musei, avendo a che fare con opere normalmente di alta qualità, cercano di evitare le ricostruzioni privilegiando la conservazione, pur anche utilizzando tecniche giapponesi. Nella collaborazione che INTK sta svolgendo con il Museo di Arte Orientale di Torino, lavorando a fianco dei conservatori del museo ci siam resi conto di quanto è rigoroso il loro approccio e a che livello i restauri son ponderati ed eseguiti.
  10. normalmente nella rimozione della ruggine e nella manutenzione di superfici ferrose con patina naturale viene utilizzato olio di lino cotto diluito al 50% con alcool etilico. Si imbeve la ruggine per ammorbidirla e poi con gli attrezzi di osso/corno già citati e con un altro tipo di olio (quello di gomito...) si asporta la ruggine. Attenzione in questa fase alla posizione di lavoro ed all'uso di attrezzi di adatte dimensioni, poichè tendiniti e problemi alle dita ed alle mani son frequenti. Molto utili sono i pennelli cilindrici "Udukuri" di crine di cavallo per asportare bene la ruggine anche nelle incisioni. Ripatinare chimicamente una tsuba è un lavoro complesso, soprattutto su asportazioni parziali. Normalmente i giapponesi asportano completamente la patina dalle tsuba in ferro per poi ripatinarle interamente. Qui sotto la rimozione della ruggine con una maschera per mostrare la differenza Per quanto attiene l'urushi, la luce del sole e i raggi UV sono il principale nemico, evitate di esporre le lacche alla luce diretta.La lacca nuova, anche se sembra dura, continua ad asciugare per mesi ed il tempo la tonalizza senza altri artifici. "lucidare" una lacca (nera) vecchia ed opacizzata non è così immediato usando abrasivi, poichè non stiam parlando della verniciatura di un'automobile..la lacca opacizzata è così per microsfogliature superficiali e per un indebolimento del colore dovuto appunto agli UV assorbiti. Il restauro ideale, dopo la politura, sarebbe una passata con urushi trasparente (tipo suki o kijomi) diluita al 50%, da rimuovere immediatamente con un panno, in modo che penetri e stabilizzi la superficie, ridando lucentezza e colore. Gli abrasivi fini, tipo tsunoko (la polvere di corno di cervo) oppure la pasta San-Jet, la più usata dai laccatori giapponesi, vengono utilizzati per la lucidatura finale delle nuove laccature
  11. faccio notare nella tokubetsu juyo da 90kiloeuri il koshirae kamishimo di ottima fattura, non capita di vederne molti in commercio..
  12. bella tsuba con una forma vermente elegante, la foto animata è un'idea assai carina..
  13. l'affilatura era ritenuta fondamentale (insieme alle caratteristiche di robustezza della lama). Considera che la lama non picchiava solo contro corpi, ma spesso contro altre lame, armature ed elmi. Se ti si spezzava la lama in un combattimento individuale, la tua carriera di samurai si interrompeva presto...le lame erano classificate in base alla loro capacità di taglio, leggi questo al riguardo.. http://www.intk-token.it/forum/index.php?showtopic=559&page=1
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