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betadine

Piccole storie di vita e di morte

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Considerate le manifestazioni d’affetto e gli affettati arrivati in Redazione, oltre alle 1600 visite in poco più di un mese, a gran richiesta impongono.. (un bisevocato:))

una storia di cappa e spada.. non proprio come quelle dell’«epoca d'oro del wuxiapian», ma comunque avvincente e drammatica. (ed anche un pò sconcia:))

I

25 luglio. Questa settimana ho ricevuto tre visite insolite.
La prima è stata quella degli addetti alla pulizia dei pozzi.
I pozzi infatti vengono svuotati e puliti una volta l'anno per timore che Suijin-Sama, il dio dei pozzi, si adiri.

È così che ho appreso alcune cose sui pozzi giapponesi e sulla loro divinità tutelare, che ha due nomi: si chiama anche Mizuha-nome-no-mikoto.
Suijin-Sama protegge tutti i pozzi, mantenendone l'acqua dolce e fresca, a patto che il padrone di casa osservi le sue ferree leggi igieniche.
Chi le infrange va incontro a malattia e morte.
Il dio si manifesta di rado, sotto le sembianze di un serpente, e non ho mai visto un tempio dedicato al suo culto. Ma una volta al mese un sacerdote shintoista fa visita alle famiglie devote che hanno un pozzo, recita alcune antiche preghiere al dio e pianta i nobori, bandierine di carta con valore simbolico, ai bordi del pozzo.
Lo stesso rituale si ripete anche dopo la pulizia annuale. Dovrà poi essere un uomo ad attingere il primo secchio d'acqua nuova; se a farlo sarà invece una donna, il pozzo rimarrà melmoso per tutto il tempo a venire.
Il dio si fa aiutare da alcuni piccoli servitori.
Sono quei pesci che i giapponesi chiamano funa (una sorta di piccola carpa argentata)..

Se ne tengono uno o due in ogni pozzo per eliminare le larve dall'acqua equando lo si pulisce si fa molta attenzione a non far loro del male.

E’ stato proprio in questa occasione che ho scoperto di avere anch'io due funa nel pozzo.
Durante le operazioni di pulizia, sono stati trasferiti in un mastello di acqua fresca, e solo alla fine restituiti alla loro solitudine. L'acqua del mio pozzo è limpida e freddissima. Ma ora non la posso più bere senza pensare a quelle due piccole creature bianche che nuotano in tondo laggiù, nell'oscurità perenne, chissà da quanti anni spaventate dal tuffo improvviso del secchio nell'acqua.

 

La seconda visita inconsueta è stata quella dei pompieri, con tanto di divisa e carropompa.
In omaggio a un'antica usanza, fanno il giro del distretto una volta l'anno nel periodo di siccità per gettare acqua sui tetti roventi e i proprietari benestanti li ricompensano con una piccola mancia.
Si crede infatti che, quando non piove da molto, basti il calore del sole perché i tetti prendan fuoco.
I pompieri hanno armeggiato con la manichetta, innaffiando tetto, alberi e giardino, e portando così un notevole refrigerio.

Anch'io ho dato loro qualche spicciolo per comprare il saké.

La terza visita è stata quella di una delegazione di bambini venuti a chiedere un'offerta per celebrare degnamente la festa di Jizō, che ha un piccolo tempio dall'altra parte della strada, proprio di fronte a casa mia.
Sono stato ben felice di contribuire alla colletta, poiché mi è simpatico quel dio così garbato, e sapevo che la festa sarebbe stata piacevolissima.
La mattina dopo, di buonora, ho visto che il tempio era stato addobbato con fiori e lanterne votive.
Con il buio sono uscito nel gran sfavillio di lanterne a vedere le danze e ho trovato, posata davanti all'ingresso, una gigantesca libellula lunga più di tre piedi… era un kazari, una decorazione, lasciata dai bambini in segno di gratitudine per la mia piccola offerta.

Lì per lì, il suo aspetto realistico mi ha fatto trasalire, ma poi, osservandola con più attenzione, ho scoperto che il corpo era un ramo di pino avvolto con carta colorata, le ali quattro palette da brace e la testa luccicante una piccola teiera.. il tutto illuminato da una candela sistemata in modo da creare straordinari giochi di ombre che contribuivano all'effetto.
Ecco uno splendido esempio di senso artistico capace di operare senza nessuna maestria dell'arte. Ed era tutta opera di bimbetti...

II

30 luglio. Nella casa accanto alla mia — una costruzione bassa e malandata — abita un tintore.
É facile riconoscere la casa di un tintore, perché davanti alla porta ci sono sempre lunghe pezze di seta o di cotone tese ad asciugare al sole tra pali di bambù, larghe strisce color azzurro, porpora, rosa, celeste e grigio perla.
Ieri il vicino mi ha convinto a far visita alla sua famiglia e … mi ha raccontato la strana storia di una rapina.

I tintori sono particolarmente esposti alle visite dei ladri, non solo per il valore delle sete che vengono affidate loro, ma anche perché è risaputo che svolgono un'attività redditizia.
Una sera la famiglia fu rapinata.

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Lui era fuori città, e le sole persone in casa in quel momento erano l'anziana madre, la moglie e una domestica.

Tre uomini, mascherati e armati di lunghe spade, entrarono in casa.
Uno chiese alla domestica se nell'edificio fosse rimasto qualche apprendista e lei, nella speranza di spaventare gli intrusi e farli scappare, rispose che i giovani erano ancora al lavoro.
I ladri, però, non si scomposero.
Uno si piazzò all'entrata e gli altri due andarono nelle stanze da letto.
Le donne balzarono in piedi spaventate e la moglie esclamò: "Perché volete ucciderci ?"
Quello che aveva l'aria di essere il capo rispose: "Non vogliamo uccidervi: vogliamo solo i soldi. Ma se non ce li date, ecco cosa vi succederà" e infilzò la stuoia con la spada.
La vecchia disse: "Siate così buoni da non spaventare mia nuora, e vi darò tutto il denaro che abbiamo in casa.. Ma sappiate che non ce n'è molto, poiché mio figlio è andato a Kyòto".
Porse ai ladri la sua borsa e indicò il cassetto con il denaro..
C'erano in tutto ventisette yen e ottantaquattro sen.
Il capo li contò e, con una certa cortesia, disse: "Non vogliamo spaventarti. Sappiamo che sei una buddista devota, e che non diresti mai una bugia.. E’ tutto qui quello che hai ?" . . "Sì, è tutto qui", rispose lei e aggiunse.. "Come dici, io credo negli insegnamenti del Buddha, e sono convinta che, se ora venite a derubarmi, è perché io stessa, in una vita precedente, ho derubato voi. È la punizione per quella colpa e perciò non vi voglio ingannare, anzi, sono grata per l'opportunità di espiare il torto commesso nella vita passata".

Il ladro scoppiò a ridere e disse: "Sei una brava vecchietta, e ti crediamo. Se foste stati poveri, non vi avremmo mai rapinato. Ora vogliamo solo un paio di kimono e questa".. e mise le mani su una pregiata sopravveste di seta.
La donna disse: "Vi darò tutti i kimono di mio figlio, ma quella sopravveste no, non prendetela, vi prego, perché non gli appartiene e ce l'hanno affidata solo per tingerla. Ciò che è nostro posso darvelo, ma ciò che è di altri no"..

"Mi pare giusto": disse il ladro. "Non la prenderemo".
Presi alcuni indumenti, i ladri augurarono educatamente la buonanotte e ordinarono alle donne di non seguirli.

La vecchia domestica era ancora alla porta. Il capo, passandole accanto, disse: "Ci hai mentito, perciò prenditi questo!" e la colpì brutalmente, facendole perdere i sensi.

Nessuno dei rapinatori fu mai catturato.

III

29 agosto. Quando si crema un corpo, il rito funebre di alcune sette buddiste prevede che si cerchi tra le ceneri un ossicino detto Hotoke-San, cioè "Signore Buddha". comunemente ritenuto un osso della gola. Che osso sia in realtà non lo so, non avendo mai avuto occasione di esaminarne uno.

Se Io si trova, osservandolo si può predire la futura condizione del defunto… se Io spirito è destinato a uno stato di felicità, l'ossicino avrà la forma di un piccolo Buddha; se invece la rinascita sarà infelice, allora avrà la forma di qualcosa di brutto, o nessuna forma affatto.

L'altro ieri notte è morto un bambino, figlio di un tabaccaio del vicinato, e oggi hanno cremato il corpo.
Si è scoperto che l'ossicino rimasto tra Ie ceneri ha la forma di tre Buddha — San-Tai — il che avrà forse portato un po' di conforto spirituale ai genitori in lutto..


IV

13 settembre.

Una lettera da Matsue, posto bellissimo nella provincia di lzumo, mi informa della morte del vecchio che mi riforniva di cannelli da pipa.

(Va detto, per i non fumatori, che la pipa giapponese è costituita in genere da tre pezzi: un fornello metallico sufficiente a contenere un pisello, un bocchino metallico e un cannello di bambù da sostituire con una certa frequenza.)
II vecchio colorava i suoi cannelli con grande maestria: alcuni somigliavano ad aculei di porcospino, altri a cilindri di pelle di serpente.

Abitava in una stradicciola di periferia. La conosco perché c'è una famosa statua di Jizó chiamata Shiroko-Jizō - "Jizō, il Bimbo Bianco".
Per qualche motivo che non sono riuscito a scoprire, la gente gli colora la faccia di bianco, come una danzatrice.

Il vecchio aveva una figlia, O-Masu, sulla quale si racconta una storia.

O-Masu, che è ancora viva e da molti anni felicemente sposata, è muta.

 

Tanto tempo fa una folla inferocita saccheggiò e distrusse la dimora e i magazzini di un uomo che in città speculava sul riso.

Il suo denaro, tra cui una gran quantità di monete d'oro (koban), fu gettato per le strade.
Quei rozzi e onesti contadini non avevano voluto tenerselo: la loro intenzione era distruggere, non rubare.

Ma il padre di O-Masu, quella sera, raccolse un koban dal fango e se lo portò a casa.
Qualche tempo dopo un vicino lo denunciò e lo fece arrestare.

Il giudice davanti al quale fu convocato tentò di ottenere le prove per incolparlo interrogando O-Masu, che all'epoca era una timida quindicenne.

La ragazza capì che se avesse continuato a rispondere le avrebbero cavato, suo malgrado, una testimonianza sfavorevole al padre, perché aveva davanti un magistrato esperto, capace di spingerla senza sforzo a confessare tutto ciò che sapeva.

Allora smise di parlare, e dalla bocca sgorgò un fiocco di sangue: si era zittita per sempre staccandosi la lingua con un morso. Il padre fu assolto.

Colpito dal gesto, un mercante la chiese in moglie e mantenne il padre nella vecchiaia.

V

10 ottobre. Si dice che ci sia un giorno nella vita – uno soltanto – in cui il bambino può ricordare la sua esistenza precedente e parlarne.

Il giorno del suo secondo compleanno, la madre lo porta nella parte più tranquilla della casa e lo adagia in un mi, un cestello per spulare il riso.
Il bambino siede nel cestello e la madre, chiamandolo per nome, dice: «Omae no zensé wa, nande attakane? — iute, géran».

[più o meno: quanto alla tua vita precedente, com’era? – guarda e dimmi..] II bambino risponde con una sola parola.

Per qualche misteriosa ragione non viene mai data risposta più lunga.
Spesso la parola è anche così enigmatica che bisogna chiederne il significato a un sacerdote o a un indovino.

Ieri, ad esempio, il figlioletto di un ramaio che abita qui vicino, alla magica domanda ha risposto solamente -Umé.

Ebbene, umé può indicare il fiore di susino, il susino, o il nome di una ragazza, -Fior-di-Susino”.

Significava forse che il bambino ricordava d'essere stato una bambina? O che era stato un susino?

"Lo spirito degli uomini non si reincarna nei susini?”, ha detto un abitante del vicinato.

Stamane un indovino, interpellato in merito, ha dichiarato che il bimbo, con ogni probabilità, è stato un erudito, un poeta o uno statista..

il susino, infatti, è il simbolo di Tenjin, patrono degli eruditi, degli statisti e dei letterati.


VI

17 novembre. Si potrebbe scrivere un libro sorprendente sugli aspetti della vita giapponese che nessun forestiero può comprendere…
In quel libro andrebbe incluso lo studio di certe rare ma terribili conseguenze della collera.
I giapponesi assai di rado si abbandonano a manifestazioni di collera.
È una regola generale, valida per tutta la nazione.
Persino tra la gente comune ogni intenzione minacciosa tende ad assumere la forma della sorridente promessa di non dimenticare la vostra gentilezza e di serbarvi eterna gratitudine. (Non crediate, però, che in questo vi si sia dell'ironia, come la intendiamo di qua..

è solo un eufemismo: il non chiamare le "cose brutte" con il loro nome).
Ma quella promessa può anche voler dire morte.
Quando arriva, la vendetta arriva all'improvviso.
Né la distanza né il tempo, entro o fuori i confini dell'impero, sono di ostacolo al vendicatore, che può percorrere anche cinquanta miglia al giorno con un minuscolo fagotto come unico bagaglio, e la cui pazienza è pressoché infinita.
Potrà usare il coltello, ma è molto più probabile che scelga la spada: una spada giapponese.

Questa, nelle mani di un giapponese, è l'arma più letale che esiste: un uomo in preda alla collera può.. .
Non accade spesso che l'assassino tenti la fuga.
La tradizione esige che, dopo aver tolto la vita a un altro, il vendicatore la tolga anche a se stesso.
Per questo motivo, cadere nelle mani della polizia significherebbe disonorare il proprio nome.
Avrà fatto tutti preparativi necessari: scritto le lettere, dato disposizioni per il suo funerale e magari — come è accaduto in un caso raccapricciante l'anno scorso — persino inciso la propria lapide.

E a vendetta compiuta si ucciderà.

 

Non lontano dalla città, nel villaggio di Sugikamimura, è avvenuta di recente una di queste tragedie, per noi difficili da comprendere.
Interpreti principali:
Narumatsu Ichirò, giovane bottegaio;
sua moglie 0-Noto, ventenne, con cui era sposato da un anno appena;
lo zio materno di 0-Noto, un certo Sugimoto Kasaku, uomo d'indole violenta che tempo addietro era stato in prigione.
La tragedia si è svolta in quattro atti.
(ma dovrete portar un pò di pazienza)

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È sotto gli occhi di tutti proprio in questi giorni.

L'Italia, paese civile e moderno, spesso fa fatica a trovare la coesione necessaria ad una azione efficace e collettiva.

Essa svela così il suo recente passato, fatto di Ducati, Granducati e Regni minuscoli, ognuno che si appella alla propria tradizione, alla propria progenie e ..al proprio campanile.

Succede un po con tutti i popoli. Le tradizioni millenarie non si cancellano con un semplice colpo di spugna.

I Nipponici non fanno eccezione.

Oggi sono nazione civile e moderna, forse più di noi.

Ma, gratta gratta, se non devono parlare si tagliano la lingua.

Credo che il Club dell'Ukyio-e, così come questi brevi racconti, siano un utile complemento per capire la Nihonto ed il tessuto storico-sociale in cui si innesta. Difficile altrimenti capire, ad esempio, perché il fiore di susino compaia su quella tsuba.

Giro talora altri forum specializzati nella Nihonto.

Betadine cè lo abbiamo solo noi.

Di ciò e del prezioso tempo che dedica al forum, come ha fatto di recente Gianluca, lo ringrazio.

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come già dibbi in un'altra occasione

 

:arigatou: non è un grazie.. E' proprio un inchino!
ii

... son lusingato di far parte di questà comunità

_ :arigatou:_

( . . . . . )

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ATTO I. Interno di un bagno pubblico.
Sugimoto Kasaku é nella vasca. Entra Narumatsu Ichirō, si spoglia, si immerge nell'acqua fumante senza vedere il parente ed esclama:

"Ah! Sembra d'essere nel Jigoku, tanto è bollente quest'acqua!"

[Il termine "Jigoku" indica l'inferno buddista, ma nella parlata comune vuol dire anche prigione: infelice coincidenza, in questo caso.]

Kasaku (furibondo):

"Tu, sbarbatello, cerchi una brutta lite! Cos'è che non ti va a genio?"

Ichirō (sorpreso e allarmato, ma pronto a rispondere a tono):

"Nulla! Ma sentilo! Non c'è bisogno che mi spieghi quello che ho detto.

Anche se ho detto che l'acqua è bollente, non ho chiesto il tuo aiuto per scaldarla ancor di più".

Kasaku (ora minaccioso):

"Anche se per mia colpa, non una, ma ben due volte sono stato nell'inferno della prigione, che mai dovrebbe esserci di bello?

O sei uno stupido moccioso o una vile canaglia!"


(I due si guardano in cagnesco pronti a scattare, ma esitano, sebbene siano state dette cose che nessun giapponese dovrebbe mai lasciarsi trascinare a dire. Sono pari, il vecchio e il giovane.)

Kasaku (con maggior freddezza, mentre Ichirō è sempre più furibondo):

"Un moccioso, uno sbarbatello che vuole litigare con me! Che se ne fa un moccioso di una moglie?

Tua moglie è sangue del mio sangue, sangue di un uomo che arriva dall'inferno! Restituiscila alla mia casa».

Ichirō (allo sbaraglio, ormai certo della maggiore prestanza fisica di Kasaku):

"Restituire mia moglie? Mi chiedi di restituirla? Certo che verrà restituita, all'istante!"


Fin qui è tutto abbastanza chiaro.

 

Poi Ichirō corre a casa, abbraccia la moglie, le ribadisce il suo amore, le racconta tutto, ma non la manda da Kasaku, bensì dal fratello di lei.
Due giorni dopo, quando è da poco calato il buio, O-Noto viene chiamata alla porta dal marito e i due scompaiono nella notte.

 

ATTO II. Notturno.
La porta di Kasaku è chiusa.. dalle fessure dei pannelli scorrevoli filtri una luce.
Si avvicina un ombra di donna.
Si sente bussare.
La porta si apre.
Moglie di Kasaku (riconoscendo 0-Noto):

"Ah! È un piacere vederti. Degnati di entrare, e accetta una tazza di onorevole tè".

0-Noto (con voce mielata):

"Ti ringrazio. Ma dov'è Kasaku San?"

Moglie di Kasaku:

"È andato al villaggio vicino, ma sarà presto di ritorno. Degnati di entrare e attendilo qui".

0-Noto (con voce ancora più dolce):

"Molte grazie davvero. Un attimo e arrivo. Ma prima devo avvertire mio fratello".


(Si inchina e si dilegua nella notte. Ridiventa un'ombra, che raggiunge un'altra ombra. Le due ombre rimangono immobili.)

 

ATTO III. Notturno.
La riva di un fiume fiancheggiata da pini. In lontananza il profilo della casa di Kasaku.
0-Noto e Ichirō sotto gli alberi.. quest’ultimo ha una lanterna.
Entrambi hanno un panno bianco legato attorno alla testa, le vesti ben rimboccate e le maniche fermate con cordicelle tasuki, per lasciare libere le braccia.
Hanno tutti e due una lunga spada.

È l'ora in cui, come dicono i giapponesi con una bella espressione, la voce del fiume è più forte.

Non si sente altro rumore, tranne di quando in quando il prolungato mormorio del vento tra gli aghi dei pini..

è autunno inoltrato e le rane tacciono.
Le due ombre non parlano e la voce del fiume si fa ancora più forte.

All'improvviso si sente uno sciabordio lontano, dev'essere qualcuno che passa il guado.
Poi un suono di sandali di legno — irregolare, incerto — passi di ubriaco, sempre più vicini.
L'ubriaco fa sentire la sua voce: è quella di Kasaku… che canta.

Canta, "Suita okata ni suirarete .. Ya-ton-ton!
[i versi significano: Danne al tuo amante un altro po’ (di vino).. Ya-ton-ton.. corrisponde +/- a Oh,la, là!]

Una canzone che inneggia al vino e all'amore...
Le due ombre scattano, corrono verso di lui, una volata silenziosa, perché calzano waraji.
Kasaku continua a cantare.
Improvvisamente una pietra si muove sotto il piede.. e si sloga la caviglia e ruggisce di rabbia.
Quasi nello stesso istante gli viene accostata al viso una lanterna.. resta lì ferma circa mezzo minuto.

Nessuno parla.

La luce gialla non illumina tre volti, ma tre maschere inespressive.

Kasaku torna sobrio all'istante e riconosce i volti, ricorda l'incidente al bagno pubblico e.. vede le spade.
Ma non ha paura e scoppia in una risata di scherno.


"Oh, oh! Ma guarda, i due Ichirō! .. E così ora siete voi a prendermi per un moccioso?
Cosa ci fate con quegli arnesi in mano? Ora vi insegno io a usarli".

Ma Ichirō, che ha lasciato cadere la lanterna, d'un tratto, con un movimento rotatorio di entrambe le braccia, assesta un fendente che stacca quasi completamente dalla spalla il braccio destro di Kasaku.
La vittima barcolla, e intanto la spada della donna gli affonda nella spalla sinistra.


Kasaku crolla con un grido spaventoso: "Hitogoroshi!" (assassinio)
Non griderà di nuovo.

Per dieci minuti buoni le spade si accaniscono su di lui.
La lanterna, ancora accesa, illumina l'orrore.

Due passanti si avvicinano, vedono, sentono, si sfilano i sandali di legno e si dileguano nella notte senza dire una parola.
Ichirō e 0-Noto si siedono accanto alla lanterna, perché l'impresa è stata faticosa.. per riprendere fiato.

Il figlio di Kasaku, un ragazzino di quattordici anni arriva di corsa in cerca del padre.
Ha sentito il canto, poi il grido, ma non ha ancora imparato ad avere paura.
I due lasciano che si avvicini.

Quando le passa accanto, 0-Noto lo afferra, lo scaraventa a terra.. ... gli blocca le esili braccia con le ginocchia e afferra la spada.. ma

Ichirō, ancora ansimante, grida: "NO, no! Il ragazzo no!! Non ci ha fatto alcun male!"

0-Noto lo lascia andare.
Lui è troppo stordito per muoversi.
Lei lo schiaffeggia: "Vattene!" grida.
Il ragazzo scappa, senza azzardarsi a urlare.

Ichirō e 0-Noto lasciano lì il corpo massacrato, si avvicinano alla casa di Kasaku e chiamano a gran voce.
Non c'è risposta: solo il penoso silenzio rintanato di donne e bambini in attesa della morte.

Ma viene detto loro che non hanno nulla da temere.

Poi Ichirō grida: "Si prepari un degno funerale! Kasaku ora è morto per mano mia!"

"E anche mia!" strilla 0-Noto.

Poi i passi si allontanano.

 

ATTO IV. Interno della casa di Ichirō.
Nella stanza degli ospiti tre persone in ginocchio: Ichirō, sua moglie e una donna anziana in lacrime.

Ichirō:

"E ora, madre, lasciare sola al mondo te, che non hai altri figli, è davvero una cattiva azione.
Posso soltanto implorare il tuo perdono. Ma mio zio si prenderà sempre cura di te, ed è da lui che devi andare ora..

poiché per me e mia moglie è giunto il momento di morire.
Non avremo una morte qualsiasi, una morte volgare, ma una fine splendida ed elegante.
Rippa-na! (esemplare) E tu non devi assistere. Va, ora".

La donna esce, gemendo. Dietro di lei vengono sprangate le porte. .. ... Tutto è pronto.


O-Noto si conficca la spada in gola. . . ma si dibatte ancora.

Un'ultima parola di conforto e Ichirō pone fine al suo dolore con un fendente che le mozza la testa.

E poi?
Poi prende l'occorrente per scrivere, prepara il mortaio, macina un po' d'inchiostro, sceglie con cura carta e pennello, e compone cinque poesie.
Questa è l'ultima:

Meido yori
Yu dempō ga
Aru naraba
Hayaku an chaku
Mōshi okuran
+ = o =
Se dal Meido
(mondo sommerso, ma forse è meglio definirlo“Limbo”)
si potranno mandar messaggi, scriverò e manderò notizie del nostro arrivo
rapido e senza intoppi.

Infine si tagliò la gola con un gesto perfetto.

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... ed ora che ci avviciniamo allora del "topo" - NE 子 - RAT, tanto per cercare di capire questo popolo (anche se, debbo dirvi, che più cerchiamo di capirlo, meno lo capiremo..) dobbiamo sapere che il giapponese generalmente non distingue tra topi e ratti, ed entrambi sono comunemente chiamati nezumi.

... Notiamo che, sebbene il termine giapponese 子 年 (nezumidoshi, nedoshi) e L'anno del ratto nello zodiaco cinese derivi da questo stesso termine - nezumi, non è scritto con questo 鼠 kanji.

 

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(torniamo a noi... che dopo tante lodi, mi debbo dar da fare ))

 

Ebbene, è emerso chiaramente durante le indagini che Ichirō e la moglie erano benvoluti da tutti e noti per il buon carattere fin da bambini.

 

 

La questione scientifica dell'origine dei giapponesi non è ancora stata risolta.. ci sono ancora molte ombre (ma di questo vi parlerò in un’altra volta;)

.. ma sotto la dolcezza remissiva della più mite donna giapponese — una dolcezza che l'occidentale difficilmente riesce a figurarsi — vi è un potenziale di durezza inimmaginabile se non lo si è visto con i propri occhi.

Una donna, come il buon Getsu ci ha già più volte raccontato, potrà perdonare migliaia di volte, sacrificarsi in mille modi indicibilmente toccanti.. ma sfiorate una certa corda del suo animo, e per voi non vi sarà pietà.
E in quella donna all'apparenza fragile vedrete apparire un coraggio stupefacente, un proposito terribile, meditato e instancabile di onorata vendetta. (a dirla tutta, qualcuna l’ho conosciuta anche in altre latitudini… probabilmente giapponese in altre precedenti vite.. da jena.ahahaha)

Sotto l'autocontrollo e la straordinaria pazienza del giapponese c'è qualcosa di adamantino che è assai pericoloso toccare.

Fatelo di proposito, e non vi sarà perdono.
È raro, invece, che il risentimento sia scatenato da offese involontarie.

Le intenzioni vengono esaminate a fondo: un errore si può perdonare, la cattiveria premeditata mai!!

Capita spesso che all'ospite vengano mostrati i cimeli di famiglia, ed è probabile che tra questi vi siano alcuni oggetti necessari a quelle elaborate della cerimonie del tè.. cose tipiche del Giappone.
Vi metteranno davanti una graziosa scatolina. Aprendola, ci troverete un bel sacchettino di seta, chiuso da una cordicella adorna di minuscole nappe, anch'essa di seta. Soffice e pregiata è la seta, e minuziosamente ricamata.

Quale meraviglia si celerà in un simile involucro?
Aprite il sacchettino e ne trovate un altro, di una diversa qualità di seta, anch'essa molto bella.
Apritelo, e oh! . . .
eccone un terzo, che ne contiene uno quarto, e un quinto, e un sesto, e un settimo,

che contiene il più strano, grezzo, rozzo vasetto cinese di argilla che abbiate mai visto.!!
Si tratta di un oggetto non solo curioso, ma anche preziosissimo: potrebbe avere più di mille anni.

Allo stesso modo, secoli di elevatissima cultura sociale hanno creato attorno al carattere dei giapponesi un involucro di molti soffici e inestimabili strati di cortesia, delicatezza, pazienza, dolcezza e moralità.
Ma sotto tutti quegli incantevoli rivestimenti resta l'argilla primitiva, dura come il ferro, impastata forse con tutta la tempra dei mongoli e con tutta la pericolosa ossequiosità dei malesi.

 

... e all'ora del topo,già suonata, Vi saluto

(ps.. le storie non son ancora finite. buonnotte)

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.... questa m'era sfuggita

 

...
L'Italia svela così il suo recente passato, fatto di Ducati .. granducati
.

 

eh, lo so, sarebbe bello... italiana lei, italiano lui.. ma, io sto con Rossi.

 

Valentinoèpartedellastoria.))

:crepapelle:

scusate per l'OT domenicale... ma qui la Luna c'ha preso.. con le due DD (dovi-duca) a questo punto mi taccio.

Modificato: da betadine

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VII

28 Dicembre.

Dietro l'alta recinzione che delimita il mio giardino sul retro della casa spuntano i tetti di paglia di alcune casupole abitate da famiglie poverissime. Da una di esse arriva di continuo un lamento, il rantolo di un uomo che soffre.

Lo sento da più di una settimana, giorno e notte, ma ultimamente si è fatto più forte e prolungato, come se ogni respiro fosse un tormento.
"In quella casa qualcuno è molto malato'', dice Manyemon, il mio vecchio interprete, con un'espressione di grande pietà sul volto.

I lamenti cominciano a innervosirmi. Rispondo in modo brusco.. "Sarebbe meglio per tutti se quel qualcuno fosse morto"

Manyemon fa tre volte un rapido gesto con le mani, quasi a scacciare l'influenza delle mie parole cattive, poi mormora una breve preghiera buddista e se ne va con aria di disapprovazione.

Allora, sentendomi in colpa, mando un domestico a chiedere se il malato ha un dottore, e se c'è bisogno di aiuto.

Poco dopo il domestico torna a riferire che il pover'uomo viene visitato regolarmente dal medico, e che non si può fare altro.

Noto, però, a dispetto dei suoi gesti scaramantici, che anche il paziente Manyemon è infastidito dai lamenti… mi ha persino confessato che vuole spostarsi nella stanzetta sul davanti, vicino alla strada, per starne il più lontano possibile.
Quanto a me, non riesco a scrivere né a leggere.
Il mio studio è sul retro, infatti, e i gemiti si sentono quasi come se il malato fosse nella stanza.
C'è un che di spettrale da cui si deduce l'intensità del dolore.

E continuo a chiedermi: come può sopravvivere l'essere umano che manda lamenti così strazianti?

È un vero sollievo, in tarda mattinata, sentire il suono del piccolo tamburo dei buddisti coprire i lamenti, e una moltitudine di voci recitare il Namu myo ho renge kyo nella stanza del malato.. evidentemente nella casa c'è un viavai di sacerdoti e di famigliari.
"Qualcuno sta per morire'', dice Manyemon.
E anche lui ripete le sacre parole dedicate al Loto della Legge Sublime.

Preghiere e tamburo continuano per ore.

Quando cessano, si sentono di nuovo i lamenti. Ogni respiro un gemito! Verso sera peggiorano, è terribile.

Poi si interrompono di colpo.

Per qualche minuto tutto tace.

Poi uno scoppio di pianto — il pianto accorato di una donna — e voci che gridano un nome.

"Ah! Qualcuno è morto!" dice Manyemon

Ci consultiamo.. Manyemon ha scoperto che quella è gente molto povera.

Preso dai rimorsi di coscienza, propongo di far avere alla famiglia il denaro per le spese del funerale, una somma irrisoria.
Manyemon crede che la mia sia pura benevolenza, e mi dice belle parole.
Mandiamo il domestico con un messaggio cortese e l'ordine di farsi raccontare, se possibile, la storia del morto.

Non posso fare a meno di sospettare una qualche tragedia.

…e una tragedia giapponese di solito è interessante.

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29 Dicembre.

Come avevo intuito, la storia del morto merita di essere conosciuta

Nella casa erano in quattro: padre e madre, entrambi vecchi e deboli, e due figli maschi.
Il defunto è il figlio maggiore, che aveva trentaquattro anni, e da sette era malato.
L'unico sostegno dell'intera famiglia è sempre stato il fratello minore, un kurumaya.
Non ha un risciò di proprietà, ma ne affitta uno a cinque sen al giorno.

Per quanto sia forte e veloce nella corsa, non riesce a guadagnare molto..

di questi tempi c'è troppa concorrenza perché quel lavoro renda bene.

Mantenere i genitori e il fratello malato gli è costato tutte le energie, e non avrebbe potuto farlo senza un incrollabile spirito di sacrificio.
Non si è mai concesso un piacere, nemmeno una tazza di saké; non si è mai sposato, ha dedicato la vita unicamente a compiere il proprio dovere filiale e fraterno.

 

Questa è la storia del fratello morto:

Quando aveva circa vent'anni, e faceva il pescivendolo, si era innamorato della graziosa servetta di una locanda. La ragazza lo ricambiava. Si promisero l'uno all'altra.
Ma il loro progetto venne ostacolato... La ragazza era così graziosa da aver suscitato l'interesse di un uomo facoltoso, che chiese la sua mano secondo la tradizione. . . a lei non piaceva, ma le condizioni che era in grado di offrire indussero i genitori a scegliere lui.


Sfumata la speranza del matrimonio, i due innamorati optarono per il jōshi.


Si dettero appuntamento notte tempo da qualche parte, suggellarono la loro promessa con il vino e dissero addio al mondo.
Poi il ragazzo uccise l'amata con un sol colpo di spada, e subito dopo si tagliò la gola con la stessa lama.
Ma prima che morisse arrivò gente.

Gli portarono via la spada, avvisarono la polizia e chiamarono un medico militare dalla guarnigione.
L'aspirante suicida venne trasportato in ospedale, dove gli furono prestate tutte le cure necessarie fino alla completa guarigione, e dopo alcuni mesi di convalescenza fu processato per omicidio.
Quale sia stata la sentenza non sono riuscito ad appurarlo.

A quei tempi i giudici giapponesi applicavano una certa dose di discrezionalità quando avevano a che fare con un delitto passionale e la loro clemenza non era ancora soggetta alle restrizioni di leggi ispirate ai modelli occidentali. In questo caso devono aver pensato che sopravvivere a uno jōshi fosse già di per sé una punizione severa.
Ma l'opinione della gente, in casi simili, è meno clemente della legge.
Dopo un periodo di reclusione, il poveretto fu scarcerato, ma venne posto sotto la sorveglianza continua della polizia.

Lo evitavano tutti.
Aveva commesso l'errore di sopravvivere.
Solo i genitori e il fratello gli rimasero accanto.
Ben presto fu colto da indicibili sofferenze, ma restava attaccato alla vita.


La vecchia ferita alla gola, benché all'epoca fosse stata curata nel miglior modo possibile, riprese a causargli dolori atroci: dopo l'apparente guarigione, attorno alla ferita era andata crescendo lentamente una massa cancerosa, che aveva raggiunto le vie respiratorie sopra e sotto il punto in cui era penetrata la lama. Il bisturi del chirurgo e la tortura della cauterizzazione non poterono che ritardare la fine.
Lo sventurato rimase in vita, ma furono sette anni di agonia.

Vi sono oscure credenze sul destino di chi ha ingannato i morti,

di chi ha infranto la reciproca promessa di compiere insieme il viaggio verso il Meido.


La gente diceva che le mani della ragazza uccisa riaprivano di continuo la ferita, disfacendo di notte quello che il chirurgo faceva di giorno, poiché di notte il dolore invariabilmente cresceva, e si faceva più intollerabile proprio all'ora del tentato "shinjū"!
Nel frattempo, grazie a una vita frugale e a uno straordinario spirito di sacrificio, la famiglia trovò i mezzi per pagare medicine, assistenza e cibo migliore di quello che avessero mai avuto per sé, facendo il possibile per prolungare la vita che era la loro vergogna, la causa della loro povertà.. il loro fardello.

E ora che la morte li ha liberati da quel peso, piangono!
Forse tutti noi impariamo ad amare ciò per cui decidiamo di fare sacrifici..
qualunque sia la sofferenza che ne deriva.
e c'è da chiedersi se, per l'appunto, non amiamo di più ciò che ci provoca il dolore più grande.

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.

.. e ... ora che il tocco ha scandito l'ora del topo e per stemperare un po’ l’aria

una simpatica storiella che ci dice che «spesso è tutto più semplice.. basta solo iniziare a guardare un po’ più in basso..»

Nezumi No Sumō (Kodomo to Yomu Nippon No Mukashibanashi)

AbeB_Nezumi no Sumō.jpg

Un giorno, il vecchio va in montagna per tagliare legna da ardere.
Mentre stava lavorando, sente un coro di strane voci che cantano.

Incuriosito da questa misteriosa stranezza, il vecchio, seguendo il canto, arriva nel mezzo del bosco, dove, nel mezzo di una radura, è stato allestito un anello di sumo e un piccolo ed esile topo ha di fronte un topo molto più grande e sono impegnati in un incontro di sumo.

Il vecchio, affascinato, osserva attentamente l’incontro, accorgendosi all'improvviso che il topo esile è quello che vive a sua casa, mentre il topo più grasso, dovrebbe essere quello che vive nella casa di un ricco del paese.

Malgrado gli incoraggiamenti, il piccolo topo viene rapidamente messo fuori dall'anello, con grande disappunto dell'uomo.

 

Tornando a casa, il vecchio, un po’ amareggiato, racconta a sua moglie del match di sumo, lamentando che non sa cosa potrebbe fare o offrire al topo per migliorare la sua forza.

Sua moglie, toccata dalla storia, decide che i due, insieme, rinunceranno al riso che avevano messo da parte per gli ultimi giorni dell’anno, per fare delle torte di riso al topo.
Preparate le torte di riso, le misero su uno scaffale, e, al mattino dopo, con piacere videro che delle torte non ve n’era più traccia.

La vecchia coppia soddisfatta, si saluta e l’uomo, prima di uscire, confida che è fiducioso..

le torte di riso daranno sicuramente una chance in più al loro topolino.

 

Quel giorno, il vecchio torna di nuovo sulla montagna per tagliare la legna da ardere e . . . di nuovo, sente lo strano canto e si rende conto che è in corso un'altra partita di sumo.
Si precipita alla radura a guardare mentre il topo grasso e il topo snello iniziano la loro partita.

Questa volta, il topo esile facilmente è in grado di sbilanciare l’avversario e mandarlo fuori dal ring.

 

Irritato, il topo più grande vuole una rivincita!! . . . e viene rapidamente battuto.. ancora e ancora.

Il grande topo maledice il topo più piccolo, gli chiede di raccontare come è diventato improvvisamente così forte.

Il topo esile risponde che è diventato forte mangiando torte di riso, e allora, sommessamente, il grosso topo risponde che anche se la sua famiglia è ricca, sono anche avari e non donano o si privano di nulla per lui.

Così, il topo grande, chiede di poter andare con lui nella casa della vecchia coppia.. per poter mangiare torte di riso con lui.

Il piccolo topo è d'accordo a condizione, però, che porti una grossa somma di denaro.

 

Il vecchio s'affrettò a scendere giù dalla montagna per dire alla moglie di quello che aveva visto e udito.. Lei rispose che dovrebbero prendere tutto il loro riso e preparare torte per i roditori, aggiungendo, speranzosa, che potevano fare a meno del riso fino al nuovo anno.

Preparate le torte di riso, la vecchia lasciò anche due fundoshi per i topi.

Al risveglio del mattino seguente, il vecchio notò che né le torte di riso né i perizomi erano al loro posto, e, preparandosi per salire sulla montagna a far legna (e per assistere al prossimo incontro di sumo), vide delle monete d'oro nell'angolo della stanza.
Sorpreso, chiamò la moglie e le disse che sicuramente erano state lasciate dal topo dalla casa del ricco.

 

Quel giorno l'anziana coppia andò insieme per far legna da ardere e, stavolta in due, udirono lo strano canto… e si affrettano verso la radura per guardare la partita..: due topi sani e forti che lottavano con i fundoshi indossati.

L’incontro durò a lungo, e nessuno dei due riusciva a rovesciare o spingere fuori l'altro.
La vecchia coppia guardò l’incontro fino al tramonto.. senza tregua e senza vincitori o vinti..

Nessuno dei due topi riusciva a mettere in difficoltà l’altro.

A sera tornò a casa contenta per lo spettacolo e per aver fatto una buona azione.


Col denaro lasciato dal topo, i due vissero felici e contenti.
Tani, Shinsuke (1991). ねずみのすもう. Tokyo: ポプラ社.

Nezumi no Sumō.jpg

(e qua ci salutiamo, attendendo che il caso ispiri altre storie dal passato .. probabilmente in altri angoli remoti di questo meraviglioso Paese.) :arigatou:

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Curiosità..

 

di Tani Shinsuke non ho trovato molto.. è un romanziere del '35, trai suoi romanzi si riporta "il ragazzo e la gru" (che altro non è una rivisitazione della curiosa e conosciuta storia della «ragazza-gru-pettinino e via») https://www.goodreads.com/author/list/144666.Shinsuke_Tani

 

Cyu Zumou (ちゅうずもう) è un cortometraggio d'animazione giapponese del 2010, scritto da Hayao Miyazaki e diretto da Akihiko Yamashita.

Il cortometraggio, basato sulla popolare favola Nezumi no Sumo (ねずみのすもう) ed è un'esclusiva del Museo Ghibli,

dove viene proiettato giornalmente a partire dal 3 gennaio 2010

 

Cyu è l'onomatopeica del pianto di un topolino.

 

Miyazaki ha diretto più della metà delle opere Ghibli, come Nausicaa, La principessa Mononoke, La città incantata, Ponyo, Totoro, Kiki.

Bene, allora, stringetevi le mawashi!

 

 

e, come dicevano i nostri vecchi.. quando il gatto non c'è i topi ballano,

ma quelli.. a volte ritornano.))ahhahah, buona domenica.

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ermetico. e, per completezza di informazioni..

 

Waraji

Tasuki

e infine

Kazari o oggetto decorativo.. (ma come abbiamo appreso, per un giapponese è molto di più.

 

sicuramente non era come questa.. ma per rendere l'dea トンボ

トンボ Kazari.jpg

 

(per chi ha visto il filmato)

"Yamato-kotoba" è una termine che descrive le parole native giapponesi (conosciute anche come wago), al contrario di kango (parole di origine cinese), o parole che incorporano il kun in contrapposizione alle letture di caratteri cinesi . È anche usato occasionalmente per riferirsi specificamente alla forma poetica waka ,

poiché una delle regole per la forma era di usare solo il vocabolario giapponese nativo.

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(pernonfarviattenderefinoadomani)).. perl'appunto

 

La scheda riporta

Kazaridachi (spada di corte). Fodero di lacca nashiji con intarsio in madreperla (coppie di mitici uccelli Hō-ō); i montaggi in metallo della filigrana dorata sono intarsiati con smalti turchesi. La decorazione comprende anche un disegno di foglie di kiri e la tripla cresta di malvarosa della famiglia Tokugawa. Dal periodo Heian (794-1185) il kozaridachi era la forma più comune di montaggio per le spade corte e questo stile rimase in uso fino al diciannovesimo secolo. Destinato esclusivamente alle occasioni cerimoniali e generalmente indossato dai cortigiani piuttosto che dai guerrieri, il kozoridachi raramente comprendeva una lama d'acciaio ben forgiata. Questo montaggio tiene una lama di spada mal costruita da Etchu no komi Fujiwara no Masatoshi e l'iscrizione "fatta per ordine di Lord Tsunemitsu di grado shonii" e datata equivalente al 1682.

Kazari-Tachi - Letteralmente "spada ornamentale".

La Kazari-tachi appare con il periodo Heian e si basava sulla precedente kora-tachi del periodo di Nara.

La tsuka è semplicemente foderata con same bianco, foderi montati con ornamentali ashi-kanamono con yamagata-gane e un kara-tsuba o più tardi uno shitogi-tsuba.

Il kazari-tachi era indossato dai membri della famiglia imperiale o dagli aristocratici di corte (kuge) e serviva come simbolo per il loro rango e status. Quindi i kazari-tachi erano elaboratamente montati.

 

Oltre alle caratteristiche sopra menzionate, il loro fodero era nella maggior parte dei casi decorato con sofisticate applicazioni nashiji o ikakeji con applicazioni laccate in oro e madreperla.

I “fittings” erano d'oro o d'argento dorato e mostravano un design parzialmente traforato.

In molti casi, la pura spada cerimoniale non era montata con una vera lama d'acciaio, ma con un sostituto di legno, bambù o fanone di balena.

 

Il codice di abbigliamento (courtly dress code) prevedeva che la kazari-tachi doveva essere indossata con il complesso abito da cerimonia sokutai, ed era appesa alle corde della cintura di pelle nera chiamata sekitai.

Era elegante quando lo sayajiri puntava verso l'alto stando in piedi o seduto.
Questo metodo di trasporto era chiamato kamome-jiri.

 

Per quanto riguarda l'ornamento del fodero, c'erano prescrizioni severe per quale grado era ammesso l'ornamento.

Solo i membri della famiglia imperiale potevano indossare foderi di palissandro dell'India orientale (shitan) con applicazioni di madreperla.

Si supponeva che un Kuge indossasse foderi nashiji con applicazioni di madreperla.

Gold-nashiji o gold-ikakeji erano riservati ai titolati del terzo grado di corte o più in alto.
Dal quarto grado della corte in giù, era previsto un fodero con silver-nashiji o silver-ikakeji ed era il massimo della decorazione.

Le persone inferiori al sesto grado di corte, invece potevano indossare solo foderi laccati di nero.

Gli ufficiali della Kebiishi (una unità speciale della polizia militare, durante il periodo Heian) potevano, anche per successione, indossare un fodero ikakeji-saya.

Il kazari-tachi era anche definito come gijo no tachi , girei no tachi , gishiki no tachi o semplicemente gitō.

Tutti e quattro i prefissi (giji, gieri, gishiki e gi) hanno lo stesso significato che è "cerimoniale, formale, rituale, cortese."

(special thank’s to Markus Sesko: Encyclopedia of Japanese Sword)

 

KazariTachi.png

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Si era un po’ criptico.

Ho preso Basho, di cui avrete probabilmente individuato la mia pessima traduzione di un celeberrimo haiku, per ricordarci della batracomiomachia che abbiamo tutti i giorni sotto gli occhi.

In Italia, come in Europa.

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L'ermetico non era riferito a Bashō, ma alla difficoltà di arrivare sulla Luna nel senso letterale del termine.. Tale da non consentire il minimo passaggio di fluidi.)

 

cmq, servirebbe una giusta ripassata a Gonfiagote e Rodipane

solo che, nella tragedia, Rubabriciole scompare, qua fa il Conte.))

Furu ike ya
kawazu tobikomu
mizu no oto

il silenzio di un antico stagno, muta alla semplice forma di vita, per tornar silente.”

Vecchio stagno
Una rana si tuffa
Splash

Matsuo Bashō poeta giapponese del periodo Edo, probabilmente il massimo maestro giapponese della poesia haiku.
n.
nel 1644 in Iga, terra di ninja m. si narra nel 1694 in Osaka, ma presente ancora tra noi.

 

Takuan Soho, (沢庵 宗彭; 1573–1645) di famiglia samurai, monaco buddhista giapponese, una delle figure più rilevanti dello Zen, ha detto:

La mente deve essere sempre nello stato dell’acqua, immobile nel suo continuo movimento, pronta a reagire a qualunque cosa, pronta ad occupare qualunque spazio.
Nell'uso della spada, questo, significa la morte.
Davanti al mio avversario, non devo pensare, né a me, né ai movimenti.

Devo solo impugnare la spada ed esser pronto ad occupare lo spazio.
L'uomo si è cancellato, non possiede più la spada.
Quando colpisce, non è l'uomo ma la spada nella mano ad agire.

 

 

..di nulla Francé, è un piacere condividere, anzi, qua c'è qualcuno che, se non ricordo male, è molto esperto di abiti e montature.. (forse il Martinetti)

Ci fece comprendere l'importanza di una saya di nero laccata, nel post della "mostra/evento" tenuto in Europa.. una gran bella lama di settimo grado.

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