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betadine

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  1. Caro Shoto temo sia introvabile. Era in commercio diversi anni fa. Non resta che il Nagayama e direi la serie di Serge Degore.. per cominciare. Nella sezione libri troverai altre e più utili indicazioni.
  2. ... vedo che sulla lama, in quanto lama, stiamo tutti sorvolando. Non te la prendere AleKat.. Approfitta invece dell'incontro per approfondire le tue conoscenze.. cominciando ad esempio da qua http://www.intk-token.it/la-lama-giapponese/
  3. Le differenze le vedi nei particolari a cominciare dai seppa.. poi tsuba, habaki, ecc. fanno il resto. Quello che resta sempre difficile da comprendere, per me resta il mistero sulle "riproduzioni delle spade giapponesi". La Cina aveva le sue lame.. jian, dao... ed invece si dilettano a riprodurre malamente manufatti, e inondano il mercato con riproduzioni per avventati acquirenti col mito di Hattori Hanzo. Resta sempre un ricordo. (basta non spacciarlo per "una spada giapponese", ne militare, ne d'ordinanza. Una lama che non taglia é differente da una pistola senza colpi.))
  4. Benvenuto AleKat (intanto mi scuso per la mia prolungata assenza, dovuta a recenti disturbi) Ma analizzare questa lama é più semplice dell'ultimo kantei. È una lama molto bella, prodotta sicuramente a LLongQuan e venduta come reliquia della WWII. La bravura e la maestria degli artigiani é messa in evidenza dalla mancanza "del filo", in modo da poter esporre tale lama e maneggiarla senza troppe cautele. Ti consiglio di visitare qualche "sezione" del Forum per approfondire la tua passione sul Giappone e per comprendere anche talune differenze col vicino Paese. A presto
  5. Grazie per la precisazione.. avevo intuito il senso delle tue parole. Riprodurre con l'intento di replicare/ispirarsi ad una determinata opera, un tipico periodo.. non é cosa poco. Le scuole o "i periodi artistici", in ogni tempo, ne sono testimonianza. Hai fatto bene a puntualizzare, considerata la comune accezione che viene attribuita al termine replica.
  6. Grazie per la condivisione e per le precisazioni sulle repliche ottocentesche.
  7. .. in Sardegna c'è un'antica usanza che narra della rottura di piatti, 'sa ratzia si chiama. E' un gesto di buon augurio. Anche in Grecia c'è un'usanza simile .. fa parte di un sentimento chiamato kefi. Un sentimento legato alla gioia incolmabile di qualcosa a cui si è partecipato (o semplicemente assistito).. e nel caso si grida un bel “Oopah!”. Oggi molti di voi si saranno ricordati di quando abbiamo sgambettato e stendendo un braccio sul nostro vicino abbiamo lasciato che la gioia invadesse il volto. Lascio a voi l'onere, se volete, di andare a cercare la famosa scena di Zorba e Basil.. preferisco "questo" di giustigiusti 10anni fa., oltre all'allegria ci si assembrava spassionatamente.. https://www.youtube.com/watch?v=YimngJj_TR8 .)) Costerà 8minuti di tempo perso col sorriso e un briciolo di felicità.. (ricordando che narra di ottimismo e Libertà)
  8. ..e non solo il livello è altissimo Grazie Renato per condividere con noi queste chicche.. (e segnalarci case d'asta sparse per il pianeta)
  9. betadine

    Azz.. era il 27

    ... e son 2!!! Anche quest'anno arrivo in ritardo. Tanti cari AUGURI Massimo san. Qua accumuliamo così tante bevute che prenderemo una ciucca stellare al prossimo kantei.. che andrà sugli annali dell'associazione. 🤣🤣🤣 Auguri Sensei
  10. ... Giulio, non ti scordare di correggere/aggiornare la misura del nakago. 😉
  11. .. chiamata luna blu solo perché ogni tanto ci sono ben quattro Lune piene durante una stagione. Quest'anno quella estiva. Questa.. dalla Costa dei Trabocchi.. arditi sistemi a 8bracci, che come un aracnide sospeso sul mare cattura pesci nelle sue ragnatele. La natura, come tutto l'Universo, fa il suo corso. ps.. Se vedrete due puntini ben luminosi a dx della Luna, sappiate che il primo, un pó più in alto é Giove, l'altro, un o più in basso, é Saturno.
  12. dove?? .. eppure tu dovresti immaginarlo..,)) Considerato l'interesse, aggiungo qualche altra notizia. La collezione, contenuta in oltre 1500 casse arriva a Trieste. Nel suo lungo viaggio il conte era ben visto, sia per le enormi spese che faceva, sia per l'entusiasmo nelle nuove terre per l'arrivo di questi "giovani ricercatori" (all'epoca Enrico aveva 36 anni). La vita lo aveva già segnato.. la prima moglie, figlia di Re Ferdinando II e di Maria Teresa d'Asburgo, morì tre mesi dopo il loro matrimonio.. non restava –qualche anno dopo– che sposare la figlia del Re del Portogallo e viaggiare. (un viaggio che, in tutti i suoi anni, non diede prole.. restava il piacere per l'arte.). L'epoca Meiji si apriva al mondo.. (pensate che oltre ad essere stato invitato presso l'imperatore Mitsuhito, lo stesso Imperatore lo andò a trovare nella sua residenza privata.) Le principali città visitate, come riportato nei suoi dettagliati diari di viaggio, furono Tokyo, Kyoto, Kamakura, Nagasaki, Osaka e Nikko. Ma torniamo alle vicissitudini della collezione.. Dopo la scomparsa del conte di Bardi, la sua collezione ebbe diverse vicende che ne dimezzarono la consistenza. La sua vedova ed erede, Adelgonda di Braganza, la cedette in blocco – non si sa se per la vendita o per semplice affidamento – all’antiquario viennese Trau, il quale provvide a stilare sia un inventario che un catalogo, avvalendosi della consulenza del Direttore del Museum für Kunst und Gewerbe di Amburgo e del suo assistente giapponese. In seguito si avviò la vendita della raccolta con il sistema della trattazione privata che dal 1907 si protrasse sino al dicembre 1914. Herr Trau diligentemente segnò su un registro i nomi degli acquirenti, descrivendo il tipo e la quantità degli oggetti venduti con il relativo prezzo, per cui oggi si può avere un’idea della importanza e ricchezza della collezione originaria. Dato il gusto del tempo per tutto ciò che era orientale, non meraviglia il fatto che la vendita richiamasse molti acquirenti italiani e stranieri e suscitasse l’attenzione dei musei privati e pubblici, fra i quali l’Etnografico di Roma, allora diretto dal prof. Luigi Pigorini. La Soprintendenza – già interessata alla collezione – sostenne presso il Ministero della Pubblica Istruzione l’opportunità di acquistarla in toto, per la cifra richiesta dal Trau, con l'avvallo e il supporto anche di importanti personalità fra cui il Direttore Generale del Ministero della Pubblica Istruzione, Corrado Ricci, il giornalista Ugo Ojetti, la scrittrice Margherita Sarfatti., ma la somma richiesta di 1.800.000 lire superava di gran lunga le possibilità del Ministero e non se ne fece nulla. (considerate che oggi staremmo parlando oltre 7milioni di euro.)) Nel frattempo la contessa Adelgonda chiese all’Ambasciata d’Austria di intervenire presso il Ministero della Pubblica Istruzione Italiana al fine di ottenere agevolazioni per l’esportazione in Austria degli oggetti giappponesi di sua proprietà, ma ebbe un deciso rifiuto. La Collezione Borbone, ormai dimezzata a causa delle vendite di cui sopra, rimase bloccata per tutti gli anni del primo conflitto mondiale. Nel dopoguerra si avviò a divenire pubblica, sia pure tra infinite difficoltà. Risolte varie questioni –tra cui le rivendicazioni della Casa Borbone-Parma e dell’antiquario Trau, sorse il problema di trovare alla Collezione, anche se orami ridotta, in una idonea sede. Alla fine si decise di collocarla – sia pure provvisoriamente – in parte a Cà Pesaro ed in parte nel Fondaco dei Turchi, dove era in corso di formazione un Museo di Storia Naturale, ma .. prima del trasferimento della Collezione da Palazzo Vendramin-Calergi passarono altri anni a causa dei lavori di adattamento delle sale di esposizione che richiesero trasformazioni, abbattimento di pareti, apertura di lucernari, messa in opera di vetrine, ecc. ecc. Il Museo, che avrebbe dovuto essere un grande istituto statale di arte orientale, e al quale era stato dato inizialmente il nome augurale di “Marco Polo” (denominazione peraltro caduta in disuso dopo pochi anni), fu inaugurato il 3 maggio 1928 alla presenza di S.A.R. il Duca di Bergamo (ovvero sua altezza reale Adalberto Luitpoldo Elena Giuseppe Maria di Savoia-Genova)), delle più alte autorità dello Stato e del Comune di Venezia, ma, poco tempo dopo, era già chiuso non tanto “per lavori di riordinamento e di pulizia” quanto perché i fondi stanziati non bastavano nemmeno per pagare le spese vive. Nel frattempo molti pezzi non ancora esposti, perché considerati di minor interesse artistico o non pertinenti, vennero assegnati a vari Istituti governativi italiani di Padova, Venezia, Firenze ed allo stesso tempo si cercò di potenziare il Museo mediante scambi di doppioni, donazioni private e acquisti. Nel 1935 si rese necesssario il suo riordino perché le condizioni statiche dell’edificio che ospitava la Mostra erano pericolose e la nuova chiusura durò ben due anni. Nel giugno del 1940 (rifacendosi ad una circolare del 1930 del Ministero della P.I. che invitava a redigere un progetto di studio puramente teorico dei problemi relativi ad un’eventuale sgombero per motivi bellici) si attuò il piano richiesto. Pertanto il Museo dovette spostare e nuovamente imballare gli oggetti più preziosi ed importanti.. oltre 600 pezzi, chiusi in nove casse, furono portati nei depositi previsti (a Sassocorvaro nelle Marche, poi nella Città del Vaticano), ma anche accatastati al piano terra dello stesso edificio. Al termine del II° conflitto mondiale, si impose la risistemazione di tutti gli oggetti, previa pulitura e restauro di quelli rimasti danneggiati dalla permanenza in ambienti inadatti. Negli anni successivi il Museo di Cà Pesaro alternò periodi di apertura ad altri di chiusura, sia a causa della scarsità dei fondi erogati, sia per lo scarso afflusso di pubblico. Più numerosi erano stati i visitatori nel passato, attratti, più che dal desiderio di conoscere aspetti di quel mondo affascinante e misterioso che era l’Estremo Oriente, dalla possibilità di acquistare qualche oggetto della Collezione Trau: un ventaglio, una ciotolina, una veste. Oggi, se confrontato con le maggiori raccolte italiane contemporanee di arte orientale – il Museo Edoardo Chiossone o il Frederick Stibbert, intitolati ai due studiosi che durante la lunga permanenza in Oriente avevano avuto modo di affinare la loro conoscenza e cultura, risulta più evidente la diversità dei criteri seguiti nella raccolta e acquisto degli oggetti avviati in Italia. Malgrado tutto questo, la Collezione Bardi fu ed è importante e, se fosse stata attuata un’accorta politica di scambi, avrebbe potuto trasformarsi in un ampio Museo di Arte Orientale. Invece oggi, purtroppo mantiene per dirla con le parole stesse di Fiorella Spadavecchia Aliffi, già ispettrice del Museo ed ora responsabile del laboratorio di restauro “pur senza alcun spirito riduttivo, la sua matrice di collezione privata.. la Collezione di arte orientale di Enrico di Borbone, conte di Bardi”. (dedotto e trascritto da uno degli ultimi articoli di Carmen Artocchini, una anziana e piacevole proferossa studiosa di Storia italiana.. il suo archivio e la sua biblioteca furono donate all'Archivio di Stato di Piacenza nel 2016, anno della sua scomparsa.) [tanto per... ovviamente, visto che m'è saltata la mosca al naso, ho già scritto al Museo di Amburgo oltre che alla Soprintendenza di Venezia, per riuscire a reperire il famoso quaderno n.16/90.] La dott.ssa Fiorella Spadavecchia nel 2016 riceve dal governo del Giappone l'alta onorificenza "The Order of the Rising Sun, Gold Rays with Rosette", già direttore di questo Museo per molti anni, per lo straordinario lavoro svolto. (la prossima "vittima" sarà la dott.ssa Marta Boscolo Marchi, attuale direttore del Museo.. della quale mi incuriosisce il restauro di 4 tsuba col metodo del plasma freddo... ma questa sarà un'altra storia..)
  13. Ciao Andrea, su hanzi o kanji (la scrittura incisa) non so davvero dirti nulla. Probabile che abbiano un significato, visto che son riportate sulle due lame.. ma io non riesco a decifrarli. Sulle spade... posso dirti che quantomeno sono originali!! No nel senso che siano spade giapponesi, ma nel senso che sono simpatiche. Non cercano neanche di assomigliare ad una lama giapponese.. tantomeno sono forgiate (probabilmente ricavate da una barra su mola). Ma un "ito" così , l'intreccio di quella fettucia sia sulla tsuka (impugnatura) sia sulla saya (fodero), non lo avevo mai visto. Tra l'altro "la tsuka" della lama lunga sembra montata al contrario e, se la vista non m'inganna, sembrano incollate sul csd. nakago (la parte di ferro sotto l'impugnatura). A questo punto non saprei dirti se non han saputo neache fare un tentativo di replica o se siano oggetti per scaltri turisti. Un'analisi dura e impietosa.. ma credo di non sbagliarmi. Lascia perdere "il valore" venale, forse avranno un valore affettivo o forse son sempre state sopra a qualche ripiano. Però.. anche se sei arrivato fin qui attraverso il fantastico mondo dei disegnatori giapponesi, approfitta dell'occasione e leggiti qualche "discussione" sul Giappone.. armi, armature, carattere, folklore.. Ne gioverà anche la lettura di un apparente semplice manga.
  14. betadine

    Presentazione

    Andrea... per farmi perdonare, ma anche per stuzzicare la tua curiosità sul mondo Nihonto, ti posto le due storielle sopra citate. http://www.intk-token.it/forum/index.php?/topic/9268-ritrovata-sotto-terra/ http://www.intk-token.it/forum/index.php?/topic/10480-regalo-inaspettato/&tab=comments#comment-117578

Chi è I.N.T.K.

La I.N.T.K. – Itaria Nihon Tōken Kyōkai (Associazione italiana per la Spada Giapponese) è stata fondata a Bologna nel 1990 con lo scopo di diffondere lo studio della Tōken e salvaguardarne il millenario patrimonio artistico-culturale, collaborando con i maggiori Musei d’Arte Orientale ed il collezionismo privato. La I.N.T.K. è accreditata presso l’Ambasciata Giapponese di Roma, il Consolato Generale del Giappone di Milano, la Japan Foundation in Roma, la N.B.T.H.K. di Tōkyō. Seminari, conferenze, visite guidate a musei e mostre, viaggi di studio in Europa e Giappone, consulenze, pubblicazioni, il bollettino trimestrale inviato gratuitamente ai Soci, sono le principali attività della I.N.T.K., apolitica e senza scopo di lucro.

Come associarsi ad I.N.T.K.:

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"Una singola freccia si rompe facilmente, ma non dieci frecce tenute assieme."

(proverbio popolare giapponese)

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