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sandro

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About sandro

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  • Birthday 29/07/1985

Profile Information

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    Uomo
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    Tōkyō-to, Suginami-ku

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    http://www.tennenrishinryu.it/
  1. sandro

    Wakizashi

    È quella che Grignas ha riportato nel suo messaggio iniziale. L'avevamo già analizzata in un'altra discussione.
  2. sandro

    Wakizashi

    Ciao Grignas, grazie per le foto della tua spada e la scheda tecnica. Per quel che riguarda la firma, sei certo di aver mostrato a chi di dovere la stessa e non quella di un altro codolo? Ti chiedo ciò dal momento che la mei che ti hanno proposto è completamente errata. Considerando che questa non ha in comune nemmeno un ideogramma (se non per il Saku finale) con quella che abbiamo visto insieme, non trovo altra giustificazione.
  3. Di nulla Gianfranco, è un piacere. Quando posso essere utile lo faccio più che volentieri. Buona giornata.
  4. Ciao Alex, quello che ci mostri viene chiamato Denkō Knife, ossia “coltello da elettricista”. La sua funzione è quella di tagliare la gomma che circonda i cavi elettrici. Gli ideogrammi riportati sono quelli del produttore Motogoma 本駒, mentre l’effige ad essi vicina rappresenta probabilmente il marchio di fabbrica. Il coltello risale verosimilmente all’epoca Shōwa.
  5. Esatto Francesco, è lo stesso spadaio. Il motivo per cui è stato trascritto con l'ideogramma moderno è, con tutta probabilità, per il fatto che la versione arcaica di quest'ultimo non è codificata per il sistema di input della lingua giapponese.
  6. Per quel che riguarda gli ideogrammi, la sola cosa a cui dobbiamo prestare attenzione è la forma di quello che indica Tsuna. Sul nakago è riportato il seguente 䌉, mentre quello segnalatoci sia da Gianluca che da Francesco è scritto in questo modo 綱. Si tratta del medesimo ideogramma che si è andato modificando nel corso del tempo. Sulla spada troviamo la grafia antica.
  7. Ciao Danielsan, non preoccuparti affatto. Siamo qui per provare a ragionare insieme. Vediamo di dar risposta ai tuoi quesiti. 1) Esattamente. In particolare, le Mantetsutō vennero prodotte dalla Minami Manshū Tetsudō Kabushikigaisha (Ferrovie della Manciuria Meridionale S.p.A.). Il brevetto, di conseguenza, apparteneva a questa impresa. 2) Il numero potrebbe rappresentare sia il codice di registrazione del brevetto, oppure il seriale con cui era registrata la spada. Hai per caso modo di mostrarcelo? 3) La W, in questo caso, indica entrambe. A differenza di quello che si può immaginare, le Mantetsutō non erano prodotte con il metallo delle linee ferroviarie della Manciuria del Sud, bensì forgiate con un tipo di ferro naturale poi lavorato in maniera industriale. A detta di molti si tratta di un acciaio eccellente, che ha dato ottimi risultati nei test di taglio che vennero effettuati all’epoca. Gli ultimi due ideogrammi sembrerebbero un nome, 挹本 Yūmoto. Tuttavia, per come sono tracciati e per il fatto che un nome del genere non mi è mai capitato di vederlo, non mi convincono affatto. Mi auguro che non si tratti di un’imitazione.
  8. Ciao Grignas, se ti fa piacere provo ad aiutarti io con la firma della tua spada. Questa riporta 於肥前唐津源䌉慶作 Hizen Karatsu ni Oite Minamoto Tsunayoshi Saku, dunque “realizzata da Minamoto Tsunayoshi in Hizen Karatsu”. Complimenti ancora per il tuo acquisto.
  9. Ciao Danielsan, se possibile sarebbe opportuno vedere la lama per intero in modo da esprimere un giudizio più completo. Ad ogni modo, la W era uno dei simboli che identificavo le Kōa Isshintō (chiamate anche Mantetsutō), mentre i due ideogrammi riportati nell’altra foto sono quelli di Tokkyo 特許, traducibile con “brevetto, licenza speciale”. Come noto, durante la prima epoca Shōwa vi erano diversi produttori di guntō, sia statali che privati. I brevetti venivano registrati per far in modo che le caratteristiche intrinseche di una data produzione venissero rispettate.
  10. La Echizen Yasutsugu fu un dono ricevuto da Matsudaira Katamori per i servigi che Hijikata aveva reso, in qualità di vicecomandante della Shinsengumi, al Kyōto Shugoshoku. Il wakizashi di Horikawa Kunihiro, invece, non è quello riportato in fotografia (scusate se non lo avevo specificato prima). La lama che dovrebbe essergli appartenuta è andata persa, il che ha dato origine a diverse versioni sul possesso o meno della stessa. In quanto alla disponibilità economica di Hijikata, questa non era affatto un problema. Lo Hijikata di epoca Bunkyū non avrebbe potuto forse permettersi una lama del genere, ma negli anni finali della loro permanenza a Kyōto la Shinsengumi era un corpo estremamente ricco, con molta probabilità più facoltoso di molti fudai daimyō.
  11. E' esattamente come dici tu Francesco, anche le altre spade raffigurate sono state proprietà di Hijikata (l'articolo tratta appunto di ciò). In particolare è famoso il suo wakizashi di Horikawa Kunihiro.
  12. La Izumi no Kami Kanesada posseduta da Hijikata Toshizō L’ultima spada portata da Hijikata, dono dell’assegnatario del Kyōto Shugoshoku (l’ufficio di protezione della città imperiale), Matsudaira, daimyō del feudo di Aizu. Lunghezza: 2 shaku, 1 sun e 6 rin (circa 70,3 cm). Curvatura: 4 bu e mezzo (circa 1,3 cm). Un kitaehada in masame compone una trama simile ad una linea dritta. Nella zona del monouchi si intravede un hakobore che lascia immaginare l’impetuosità della battaglia. Le caratteristiche dell’undicesima generazione di Kanesada di Aizu ci sono tutte. Conservata nel museo di Hijikata Toshizō. Omotemei ed Uramei La firma sul lato omote recita Izumi no Kami Kanesada, mentre quella sul lato ura Keiō Sannen Nigatsu Hi (Un giorno di Febbraio del 3° anno dell’era Keiō – 1867). Tsuba “Se nel giorno di Tanabata si scioglie l’inchiostro insieme alla rugiada mattutina che si trova sulle foglie di gelso e si scrive il proprio desiderio sul tanzaku, quest’ultimo si avvererà”. Questo detto prende forma nella presente tsuba. In alto a sinistra troviamo il fiore di gelso, in basso la tavoletta d’inchiostro. Conservata nel museo di Hijikata Toshizō. Grazie per la segnalazione Francesco. La rivista è Rekishijin e lo speciale di questo mese è intitolato “La spada e la fedeltà della Shinsengumi”.
  13. Salve Rob. Volevo segnalarti che il Kanesada 兼定 che ha realizzato la lama è un altro spadaio rispetto a quello da te cercato 兼貞. Come noterai, il secondo ideogramma, nonostante si legga sempre -sada, è diverso nei due forgiatori.
  14. L’analisi fornitaci da Simone è senz’altro ottima, e ci aiuta a comprendere quanto l’argomento in questione possa essere profondo. In effetti, parlare di un un codice di condotta che ha rappresentato una classe guerriera per circa otto secoli ci impone di studiare la storia giapponese in senso più ampio, e di non limitarla ad un determinato periodo storico piuttosto che ad un altro. In effetti, è molto improbabile che il concetto di bushidō di epoca Sengoku possa essere totalmente sovrapponibile a quello di fine epoca Edo. La teoria dell’appertenenza ad un determinato han è sicuramente valida. Ciononostante, se agli odierni giapponesi si domandasse quali siano quei samurai del periodo bakumatsu che più incarnano il bushidō ci verranno elencati probabilmente, tra gli altri, Ryōma Sakamoto, Takasugi Shinsaku e Yoshida Shōin: tutti e tre dei dappan rōshi, ossia dei samurai che avevano abbandonato il loro feudo senza autorizzazione del daimyō.
  15. Ciao Hyōhō Niten Ichi Ryū. Il tuo quesito è senz’altro interessante. Quello che oggi noi chiamiamo Bushidō, altri non è che un concetto nato dopo la scomparsa della classe samuraica. Il famoso libro del professor Nitobe, scritto tra l’altro in lingua ingelse e pubblicato per la prima volta negli Stati Uniti agli inizi del XX Secolo, aveva sostanzialmente due scopi: mostrare all’occidente che anche in Giappone era presente un codice cavalleresco simile a quello di stampo europeo (nonostante in quello nipponico l’influenza religiosa sia ridotta al minimo) e dare al popolo giapponese un codice morale da seguire, sul cui modello si sarebbe dovuto sviluppare uno stato moderno, forte ed indipentente. Nonostante la parola bushidō appaia in testi come il “Kōyō Gunkan” del periodo Azuchi-momoyama e nel “Buke Jiki” di epoca Edo, essa aveva un significato diverso rispetto a quello attuale. Anche il famoso “Hagakure” era un codice di comportamento per i samurai del feudo di Saga, e dunque ben lungi da essere una dottrina seguita a livello nazionale. La storia militare giapponese, volendo analizzarla dal periodo Kamakura alla fine della guerra del Pacifico, è costellata di errori, tradimenti e tutta quella serie di contraddizioni proprie dell’essere umano. Basti considerare che, ad esempio, due dei più importanti tesi di etica di epoca Tokugawa giudicano in maniera totalmente differente la vendetta dei guerrieri di Akō: in uno sono presi a modello di fedeltà ed esempio da seguire, nell’altro vengono additati come traditori per aver infranto il divieto del bakufu che gli impediva di uccidere il loro nemico. Molte volte l’immaginario collettivo ci porta ad idealizzare figure ben diverse da quelle che la storia ha conosciuto.
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